Parini oblio

Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in diverse puntate)

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CAPITOLO SECONDO

“Per cominciare, potrei diffondermi a lungo sulle emulazioni, le invidie, le censure aspre, le calunnie, i favoritismi, le pratiche, i maneggi segreti e manifesti contro la tua reputazione e gli altri infiniti ostacoli che la malignità degli uomini metterà sul tuo cammino. Ostacoli sempre difficilissimi da superare, spesso insuperabili, per i quali più d’uno scrittore, non solo in vita, ma anche dopo la morte, è derubato totalmente dell’onore che gli si deve. Perché, vissuto senza fama per l’odio o l’invidia altrui, una volta morto resta nell’oscurità per dimenticanza, giacché difficilmente la gloria di qualcuno nasce o risorge se, oltre gli scritti, di per sé immobili e muti, nessuno se ne prende cura. Ma sulle difficoltà che nascono dalla malizia degli uomini è stato scritto tanto da molti ai quali potrai ricorrere, perciò le tralascio. E neppure intendo descrivere gli impedimenti che sorgono dalla fortuna del singolo scrittore o dal semplice caso o da ragioni banali, che non di rado fanno sì che scritti degni di somma lode, e frutto di fatiche infinite, vengano esclusi per sempre dalla celebrità o, in luce per breve tempo, cadano e dileguino interamente dalla memoria degli uomini, mentre altri scritti, o inferiori di pregio o non superiori a quelli, salgano e si conservino in grande onore. Ti voglio soltanto esporre le difficoltà e gli intralci che, senza intervento di malvagità umana, contrastano con forza il premio della gloria, non a qualcuno e di rado, ma solitamente e alla maggior parte dei grandi scrittori.
Sai bene che nessuno si rende degno di questo titolo, né arriva a gloria stabile e vera, se non per opere eccellenti e perfette, o prossime in qualche misura alla perfezione. Ora dunque devi soffermarti su una sentenza verissima di un nostro scrittore lombardo, autore del Cortegiano, secondo cui raramente chi non è abituato scrivere, per quanto erudito, può conoscere perfettamente le fatiche e le industrie degli scrittori, gustare la dolcezza e l’eccellenza degli stili e le indicazioni spesso celate negli autori antichi. E, tanto per cominciare, pensa quanti pochi siano abituati e educati a scrivere, e perciò da quanta piccola parte dell’umanità, presente o futura, tu possa in ogni caso sperare l’apprezzamento straordinario che ti sei proposto come scopo della vita. Poi considera quanta sia negli scritti la forza dello stile, dalle cui virtù e dalla cui perfezione soprattutto dipende la perpetuità delle opere che in qualsiasi modo fanno parte della letteratura. E spessissimo avviene che se spogli del suo stile uno scritto famoso, di cui pensavi che quasi tutto il pregio stesse nel contenuto, lo riduci al punto che ti appare privo di valore. Ora la lingua è tanta parte dello stile, anzi gli è così legata, ch’è difficile valutarli separatamente. Si confondono tra loro ovunque, non soltanto nelle parole, ma anche nel pensiero, e a stento, forse per nulla, mille loro qualità e mille pregi o difetti, pure con l’esame più sottile e accurato, si può distinguere e individuare a quale dei due appartengano, ma sono quasi comuni e uniti. Ma certo nessuno straniero, per tornare alle parole di Castiglione, scrive elegantemente nella tua lingua. Cosicché, quanto allo stile, tanto grande e rilevante parte della scrittura, è indicibilmente difficile e faticoso sia apprenderne l’intimo e perfetto artificio, che esercitarlo e, una volta appreso, esso ha come soli giudici o estimatori adatti a lodarlo come merita quelli che scrivono in una sola nazione del mondo, e per tutto il resto del genere umano le immense difficoltà e fatiche sostenute in funzione di quello stile risultano in buona parte, e forse del tutto, vane e sparse al vento. Tralascio l’infinita varietà di giudizi e tendenze dei letterati, che riduce ancora molto il numero delle persone adatte a sentire le qualità lodevoli di un certo libro. Ma sii certo che per conoscere perfettamente i pregi di un’opera perfetta, o vicina alla perfezione, e davvero capace dell’immortalità, non basta essere abituato a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi così perfettamente come lo scrittore che si deve giudicare, perché l’esperienza ti mostrerà che, quanto più dall’interno conoscerai le virtù del perfetto scrivere e le difficoltà infinite per procurarsele, meglio imparerai come superare le difficoltà e conseguire le virtù, finché nessuna distanza e nessuna differenza ci sarà tra conoscere, imparare e possedere quel modo, anzi saranno una cosa sola. Ugualmente, non si può individuare e gustare in pieno l’eccellenza degli scrittori ottimi prima d’avere acquisito la capacità di esprimerla nei propri scritti, perché quell’eccellenza non si conosce né si gusta totalmente se non con l’uso e l’esercizio proprio, e quasi, direi, se la si trasferisce in sé. E prima di arrivare a questo, nessuno comprende davvero cosa e quale sia il perfetto scrivere, ma, non comprendendolo, non può neppure nutrire l’ammirazione dovuta agli scrittori sommi. E la maggior parte di chi si dedica agli studi, scrivendo facilmente e credendo scrivere bene, in verità, è convinta, pure se dica il contrario, che scrivere bene sia facile. Ora vedi a che si riduca il numero di quelli che potranno ammirarti e sapranno lodarti degnamente, quando tu, con fatiche e disagi incredibili, sarai tuttavia riuscito infine a produrre un’opera egregia e perfetta. Io ti so dire (e credi ai miei capelli bianchi) che appena due o tre oggi in Italia posseggono il modo e l’arte dell’ottimo scrivere, e se questo numero ti pare troppo piccolo, non devi pensare sia molto più alto in altri tempi e luoghi.
Spesso mi meraviglio come, poniamo, Virgilio, esempio supremo di perfezione fra gli scrittori, sia giunto e si mantenga in somma gloria, perché, sebbene io presuma poco di me stesso e creda di non poter mai arrivare a  godere e a conoscere ogni parte d’ogni suo pregio e d’ogni suo insegnamento, tuttavia, sono certo che la maggioranza di chi lo legge e loda non scorge nei poemi suoi più d’una bellezza per ogni dieci o venti che, col molto rileggerli e meditarli, io riesco a scoprirvi. In realtà, sono persuaso che l’altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi derivi solitamente, pure in quelli che li leggono e trattano, più da consuetudine ciecamente abbracciata che da giudizio proprio e dal riconoscere realmente in quelli un tale merito. E mi ricordo quando, nella mia giovinezza, leggendo i poemi di Virgilio, da una parte con piena libertà di giudizio e nessuna cura dell’autorità altrui, il che non è comune a molti, e dall’altra parte con l’imperizia consueta a quell’età, ma forse non maggiore di quella per moltissimi lettori definitiva, rifiutavo tra me il giudizio generale, non scoprendo in Virgilio virtù molto superiori ai poeti mediocri. Quasi anche mi meraviglio che la fama di Virgilio sia potuta prevalere su quella di Lucano, perché la maggioranza dei lettori, non solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma anche in quelli di sane e ben temperate lettere, gode molto più le bellezze grossolane e scoperte che quelle delicate e nascoste; più l’esibizione che il pudore; spesso anche l’apparenza più che la sostanza; e di solito più il mediocre che l’ottimo. Leggendo le lettere di un Principe, veramente raro d’ingegno, ma abituato a riporre nello spirito, nelle arguzie, nello squilibrio, nell’acume, quasi tutta l’eccellenza dello scrivere, io vedo con chiarezza estrema ch’egli, dentro sé, anteponeva l’Enriade all’Eneide, benché non osasse esprimere questa preferenza per il solo timore d’offendere le orecchie altrui. Infine, stupisco che il giudizio di pochissimi, benché corretto, abbia potuto vincere quello d’infiniti e produrre la consuetudine della stima universale, tanto cieca quanto giusta. Il che non avviene sempre, perché ritengo che la fama degli scrittori ottimi soglia essere effetto del caso più che dei loro meriti, come forse ti confermerà quello che sto per dire proseguendo nel ragionamento.”

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