Fruttero Lucentini verri blog Bertini

di Mariolina Bertini

Nel 1978, poco dopo l’uscita della Vita Istruzioni per l’uso, Georges Perec scriveva sul “Figaro”:

La mia ambizione di scrittore sarebbe di percorrere tutta la letteratura del mio tempo senza aver mai l’impressione di tornare sui miei passi, e di scrivere tutto quello che può scrivere un uomo di oggi: grossi libri e libri corti, romanzi e poemi, drammi, libretti d’opera, romanzi polizieschi, romanzi d’avventura, romanzi di fantascienza, feuilletons, libri per bambini…

Mi sono tornate in mente, queste sue parole, quando ho cominciato a scorrere i due tomi del Meridiano in cui Domenico Scarpa ha raccolto le Opere di bottega di Fruttero & Lucentini, integrandovi anche i tre meravigliosi racconti scritti dal solo Lucentini e riuniti in Notizie dagli scavi e Donne informate sui fatti, il romanzo scritto dal solo Fruttero dopo la scomparsa dell’amico. Mi sono tornate in mente perché mi sembrava che quel programma esposto da Perec con tanta allegra e provocatoria iattanza, Fruttero e Lucentini, per parte loro, l’avessero realizzato quasi completamente: nei due volumi del Meridiano ci sono testi lunghissimi e testi brevi, le poesie raffinatissime e ironiche de L’idraulico non verrà, una “Rappresentazione in due atti e una Licenza”, con inserti cantati (La cosa in sé) e ben quattro polizieschi di livello eccelso. Se è rimasto fuori il feuilleton, è soltanto perché il curatore non ha ritenuto di includere la produzione giornalistica e fantapolitica di F&L, per la quale sarebbe stato necessario prevedere ancora un altro volume.

Raramente il nome di Georges Perec è stato associato a quelli di Fruttero & Lucentini, che non lo avevano mai incontrato, benché avessero in comune con lui un amico carissimo, Italo Calvino. Soltanto Pietro Citati , dopo la lettura di A che punto è la notte, confidava ai lettori del “Corriere della sera”: “… da quando ho letto La Vie mode d’emploi di Georges Perec, nessun libro moderno mi ha procurato un simile divertimento intellettuale”. In realtà i punti di contatto tra la ricerca di Perec e l’artigianato letterario di F&L sono parecchi e significativi. Innanzitutto la passione dell’intreccio: del moltiplicarsi delle storie che si intersecano e si completano come le verticali e le orizzontali di un gigantesco cruciverba. Poi il piacere della catalogazione enciclopedica di oggetti disparati e di linguaggi e gerghi d’ogni sorta. Gli oggetti intorno ai quali ruotano le mille vicende della Vita istruzioni per l’uso potrebbero riempire le sale di un ipotetico e sterminato museo del Novecento: dal “letto di lusso” per cui si rovina una famiglia agli inquietanti giocattoli del geniale artigiano Winckler, dai più svariati prospetti pubblicitari agli utensili catalogati con maniacale precisione. In quello stesso Museo, una sala potrebbe accogliere i “demenziali orrori” dell’Omino blu, il negozio di oggettistica di Enigma in luogo di mare. Sui suoi scaffali, accanto al “girasole di vetro che può fare anche da bussola” e alla “donnina di bronzo che è anche un cavatappi”, si possono ammirare “Un ferro da stiro in alabastro. Delle forbici di coccio. Un piccolo telefono da tavolo, in ottone massiccio, il cui ricevitore serve da apribottiglia”. Preciso sino all’iperrealismo e guidato da un infallibile sense of humour, lo sguardo che Fruttero & Lucentini posano sul quotidiano è proprio lo stesso di Georges Perec che, se il destino gli avesse concesso una vita più lunga, avrebbe certamente apprezzato Enigma in luogo di mare (1991); difficile immaginare qualcosa di più perecchiano del puzzle da ricostruire alla cieca (senza conoscere l’immagine che emergerà alla fine) che riceve in dono il protagonista dell’Enigma, il signor Monforti, e che gli suggerirà la soluzione del mistero poliziesco su cui si incentra il romanzo. Anche nell’Amante senza fissa dimora (1986), singolarissimo giallo senza delitti, in cui l’enigma da elucidare è la misteriosa identità del protagonista, l’elemento-chiave della soluzione – un ritratto apocrifo inserito in una collezione di quadri antichi di dubbio valore – avrebbe incantato l’autore della Vita istruzioni per l’uso, che al tema del falso aveva dedicato uno dei suoi primi romanzi, Il Condottiero, e uno degli ultimi, Storia di un quadro (Un cabinet d’amateur).

Nessuno ha mai posto in dubbio che dietro la pirotecnica esuberanza narrativa della Vita istruzioni per l’uso ci fossero anni e anni di accanito lavoro; lo stesso Perec ha spesso descritto i complessi procedimenti con cui aveva messo a punto l’impalcatura dell’opera e, dopo la sua morte, i suoi taccuini preparatori sono stati riprodotti e pubblicati. La lunga genesi dei principali romanzi di Fruttero & Lucentini, invece, non era mai stata raccontata e documentata; anzi, la maggior parte dei recensori sembrava dare per scontato che dietro il successo clamoroso della celebre coppia ci fosse più la furbizia di due vecchie volpi dell’editoria che non un lungo, paziente e meditatissimo labor limae. Il principale merito di Domenico Scarpa è di aver smentito questo luogo comune, portando alla luce, negli apparati del Meridiano, il “romanzo dei romanzi” di F&L; ricostruendo, con la loro stessa paziente perizia artigianale, la storia e il contesto di ognuna delle loro opere, dall’idea iniziale al risultato definitivo. A volte a prendere la parola sono i due autori, che in un articolo o in un’intervista raccontano il loro modus operandi, o commentano – magari in un esilarante dialogo con Perry Mason – l’accoglienza riservata loro dalla critica. A volte invece è Domenico Scarpa a raccontarci, con l’aiuto del materiale consultato nei ricchi archivi dei due scrittori, la tormentata evoluzione dei loro progetti. La donna della domenica non doveva incentrarsi, inizialmente, sull’assassinio del losco architetto Garrone, ma sul misterioso suicidio di un docente universitario; in A che punto è la notte il tema dell’eresia gnostica, dietro il cui schermo si dissimulano intrighi molto terreni, interviene solo tardivamente e trasforma in un originalissimo giallo metafisico quello che avrebbe potuto essere semplicemente un bel poliziesco sulla Torino industriale e sulle sue nebbiose periferie. Dalle prime scalette, messe a punto in genere dal solo Lucentini, con perfezionistico rigore, ai più diffusi abbozzi nei taccuini di Fruttero, intrecci e personaggi prendono forma sotto i nostri occhi, e si trasformano attraverso il moltiplicarsi delle riscritture: seguirne la nascita è un’avventura affascinante. A volte la tentazione, di fronte a questo Meridiano così debordante di preziosi inediti, può essere quella di immergersi negli apparati, nei commenti d’autore, nelle belle ricostruzioni biografiche di Domenico Scarpa, e di trascurare un poco le opere in se stesse. Ma non è una tentazione pericolosa; man mano che Fruttero & Lucentini ci diventano più familiari, l’attrattiva esercitata dalle loro pagine si rivela al tempo stesso più complessa e più irresistibile. Ci sembra, conoscendoli più da vicino, di apprezzarli di più. Di comprenderne meglio lo humour, la sensibilità esacerbata per mode e snobismi. E di cogliere più distintamente la nota divertita che risuona nelle loro voci quando ci raccontano la Torino meno conosciuta. Quella, ad esempio, della “V formata da corso Francia e da via Cibrario”, dove le case si differenziano soltanto per il mostruoso proliferare dei balconcini primo Novecento, di cui nessuno prima di loro aveva mai esplorato in modo esaustivo la delirante tipologia:

Bastava alzare gli occhi ai balconi e tutto cambiava. Nessuna facciata aveva rinunciato ai suoi, come in certi riquadri del cimitero nessuna tomba aveva rinunciato alla sua scultura allegorica di grosso marmo o metallo. Ma a parte la loro funerea inutilità, queste allineate escrescenze non avevano niente di comune. Ce n’erano di ostentate, monumentali, da cerimonia e di sospettose, angolose, arcigne, con feritoie a forma di rombo; ce n’erano con agghiaccianti merletti di cemento, con reti metalliche arrugginite, con colonnine panciute, con colonnine cilindriche, con alti e segreti parapetti giallastri, con trasparenti fettucce di ferro; ce n’erano di timide, appena increspate, e di gonfie, quasi bubboniche; alcune suggerivano una polverosa ricercatezza, altre la cautela del risparmio, altre avevano un’aria retrattile, altre portavano un tragico accento balneare. A nessuno di questi palchi sporti sul nulla si vedeva mai affacciata una figura umana.

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