Schaatsen-Kinderdijk-Nederland

Marieke Lucas Rijneveld racconta, nel Disagio della sera, (trad. di Stefano Musilli, Nutrimenti, pp. 251, € 18) la storia di Jas Mulder, una ragazzina olandese. Suo fratello maggiore Matthies è appena morto inghiottito tra le lastre di un ghiaccio insidioso, e nella famiglia di Jas, una stirpe di protestanti riformati che vivono a formaggio, Vangelo e mucche, si apre una voragine che li trascina in un caleidoscopio di immagini, di storie e di fanciullesche inquietudini, parenti del peccato, del dolore e del senso di colpa, e vicine alla caoticità dei quadri di Bosch traslati nella realtà quotidiana di una bambina che vive in una gelida fattoria di campagna.

Un soqquadro dello spirito che trabocca dalla mente bambina di Jas e si riversa sui genitori, sui fratelli e sulle sorelle che vivono tutti come superstiti la loro mancanza di direzione, i loro progetti senza futuro, gli schiaffi di un’esistenza umana – intrinsecamente limitata – e perciò segnata dai limiti di un peccato potenzialmente infinito. Così Jas ci fa paura e tenerezza assieme, scopriamo con lei le naturali malizie della bambina che non si accorge di diventare una piccola adulta ed è abbandonata a se stessa nell’interpretazione delle cose del mondo, della vita, della morte, dell’istinto:

La mia attrazione per i piselli deve essere nata con gli angioletti nudi, quando avevo dieci anni e li toglievo dall’albero di Natale per poi tastare la porcellana fredda tra le loro gambette come un frammento di conchiglia in mezzo alla ghiaia dei polli, e ci mettevo la mano sopra come un ramoscello di vischio, allora per protezione e adesso per un desiderio irresistibile che mi si è annidato soprattutto nel ventre, dove continua a crescere.

Perciò Jas, fino all’epilogo surreale e tragico del romanzo, non vuole più togliersi di dosso il proprio giaccone, perché si sente diversa, vulnerabile ma cattiva, e perché è rimasto solo quell’indumento a spaziarla da tutto e da tutti, in un mondo che va a rotoli, dove i fratelli muoiono o sono crudeli, dove i genitori lavorano come bestie assenti e tristi perché “non si mettono più uno sopra l’altro”. E la bambina allora parla coi suoi rospi, parla con loro di Dio e del fango, del padre e della madre, in un dialogo blasfemo e sacro a un tempo, in cui il cuore di tutto è il disagio di ognuno – della sera e non solo – sotto un cielo piatto in cui ormai “fa paurissima guardare in faccia le persone, come se gli occhi degli altri fossero biglie che puoi vincere o perdere”.