Butler uomini di poca fede verri blog

La religione dei pazzi non può guarire tutti, anzi non riesce a guarire nessuno. Lo scopre poco alla volta il vecchio Lyle Hovde (protagonista dell’ultimo romanzo di Nickolas Butler, Uomini di poca fede, trad. di Fabio Cremonesi, Marsilio, pp. 271, € 17), che adora il nipotino Isaac, e, quando può, se lo porta appresso sulle strade del Wisconsis, lungo le rive del Mississippi, al frutteto di Otis dove ancora lavora benché in pensione, e addirittura al piccolo cimitero di duecento tombe di Redford, dove spolvera la lapide del proprio figlio morto a nove mesi e gioca col nipote a nascondino.

Per una vita intera Lyle ha fatto consegne e installazioni di elettrodomestici con l’inseparabile Hoot, che ora non è messo bene, un cancro lo sta divorando e quel vecchio testone non fa altro che fumare e bere birra. Lyle è preoccupato per lui, lo è anche sua moglie Peg, e la coppia di anziani si trova, tutt’a un tratto, ad avere un sacco di grattacapi e a gestire le strane traiettorie prese dalle esistenze delle persone più care, prima fra tutte quella della loro figlia adottiva Shiloh, una ragazza particolare – ormai una donna – la mamma del piccolo Isaac: lei ha quella cosa che non va giù a Lyle, è entrata in uno strano gruppo religioso, di quelli che si riuniscono nei centri commerciali e nei ristoranti falliti, e perdono la testa per i vaneggiamenti di un predicatore.

Il tutto reso ancora più tragico dal fatto che “Lyle non crede in Dio, o per lo meno non è sicuro di crederci” sebbene sia disposto a sentire l’accorata fede nel soprannaturale di un altro essere umano, e sebbene tra gli amici più stretti abbia Charlie, il pastore della chiesa luterana di Redford.

Ma la vera e propria tragedia sboccia quando Lyle si rende conto che la figlia ha intrapreso una storia con Steven, il pastore di quella bizzarra congregazione, e che i due, assieme, si sono convinti che il piccolo Isaac abbia improbabili doti taumaturgiche. È un meccanismo perverso, perché una chiesa come quella di Steven fa la guerra al mondo: “pensano che tutti cerchino di fregarli. Quindi la loro fede si fa ancora più forte” e il piccolo Isaac, che infine si scopre malato pure lui, diventa loro ‘prigioniero’.

Un romanzo fatto di attese e di tensioni – proprio come in questo periodo di quarantena – in cui si fanno i conti con la propria fragilità, coi rapporti che ci legano agli altri – anche quando sono lontani – e con la nostra disponibilità a piegarci di fronte agli eventi.