wp-15903498109636598154243605172985.jpg

di Mariolina Bertini

Quando ho cominciato a leggere Le nevi di Gobetti (Passigli, Firenze 2020, pp. 132) – il racconto che Bruno Quaranta ha dedicato all’ultimo viaggio di Piero verso Parigi e ai brevi giorni da lui passati nella capitale francese prima della morte – mi è tornato subito in mente il più bel film che ho visto nel 2019: Lucus a lucendo. A proposito di Carlo Levi, di Alessandra Lancellotti e Enrico Masi. Non soltanto perché lo scrittore-pittore Carlo Levi, di un anno più giovane di Gobetti, ha raccontato con parole indimenticabili – riportate da Bruno Quaranta – il suo incontro con l’editore diciottenne della rivista Energie Nove, che aveva immaginato tanto più adulto; ma perché ho riscontrato, tra il libro e il film, del tutto indipendenti l’uno dall’altro, delle singolari e interessanti analogie di tecnica narrativa.

Lucus a lucendo è quanto di più lontano si possa immaginare sia da un documentario tradizionale – di quelli nei quali una voce un po’ enfatica ci suggerisce come interpretare le immagini che si succedono sullo schermo –, sia da un biopic o da uno sceneggiato biografico televisivo. Attraverso la costante contaminazione tra materiali d’archivio e riprese originali, intraprende una ricerca di Carlo Levi nei luoghi che lo hanno ispirato e nelle parole del nipote Stefano Levi Della Torre, pittore a sua volta, che lo ha avuto come mentore. In Lucus a lucendo la vita di Carlo Levi non è mai messa in scena, non è mai ricostruita alla lettera, ma è evocata per indizi. All’illusione della narrazione realistica, a tutto tondo, si sostituisce il coinvolgimento dello spettatore nella decifrazione di una storia enigmatica e frammentaria; una storia dispersa nello spazio e nel tempo, come la percezione che spesso abbiamo della nostra stessa vita.

Le nevi di Gobetti procede, secondo me, nello stesso modo. Là dove il biografo tradizionale tenderebbe a relegare le sue fonti sullo sfondo, citandole soltanto in nota o in bibliografia, Bruno Quaranta invece le porta in primo piano. Alle sue fonti attribuisce lo stesso ruolo che svolgono in Lucus a lucendo i materiali d’archivio. Il lettore del suo libro, proprio come lo spettatore del film di Ancellotti e Masi, non è catturato dalle seduzioni del romanzesco; è introdotto dall’autore in un labirinto di voci  che raccontano una realtà filtrata dalla memoria. Le testimonianze dei contemporanei lo aiutano ad avvicinarsi a un mondo perduto  di cui gli è ormai  preclusa ogni esperienza diretta.

La prima voce che risuona nelle pagine di Bruno Quaranta, inevitabilmente, è quella di Ada; una delle voci più riconoscibili e commoventi della memorialistica del nostro Novecento. In una lettera a Piero evoca, pochi giorni dopo, il momento della sua partenza:

Nell’ora in cui tu sei partito, una nevicata fitta, bianca, improvvisa. Quasi avesse voluto, gelida e chiara, irrigidire un poco lo strazio della separazione.

Dietro queste righe, Ada si profila immobile, come raggelata dal dolore. Quaranta però la conosce bene, e sa quanto la sua “gaiezza di bimba” (l’espressione è della germanista Barbara Allason) abbia illuminato la vita severa di Gobetti e riempito d’incanto le loro fatiche comuni, come lo studio della lingua russa e le traduzioni intraprese insieme. Ci restituisce dunque, procedendo a zig zag nel tempo, anche altre inflessioni della voce di Ada, che sei anni prima scriveva a Piero da un albergo di Ceres, in val di Lanzo:

Ho conquistato una camera magnifica: situata proprio all’ultimo piano, con due grandi finestre. Ieri sera c’era una luna meravigliosa e tutta la camera era inondata del suo chiarore mistico: ora c’è il sole che entra sfolgorando, colla sua luce bionda, come i tuoi riccioli.

In altre pagine, è la musica di Mozart, o il ricordo di una corsa con l’amato sotto la pioggia parigina, a suscitare l’entusiasmo di Ada: ogni riga che Bruno Quaranta trascrive dalle sue lettere, dai suoi diari, vibra di vitalità, d’intelligenza, di emozione.

Nel cuore della narrazione, è la voce di Piero a raccontarci l’inizio del suo viaggio, il 3 febbraio 1926. Sale, davanti alla casa di via Fabro – che dopo la sua morte diventerà il luogo di riferimento di tanti antifascisti, riuniti intorno alla giovane vedova – sulla carrozza che lo porterà alla stazione di Porta Nuova:

L’ultima visione di Torino: attraverso la botte traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino (che è l’ultima sua poesia). Saluto nordico al mio cuore di nordico.

Dopo l’aggressione subita dagli squadristi il 5 settembre, la decisione di lasciare Torino è diventata per lui inevitabile; si propone di cercare a Parigi un appartamento, dove lo raggiungeranno Ada e il piccolo Paolo – soprannominato affettuosamente poussin, pulcino –  e di riprendere in Francia  la sua attività creando una casa editrice che sia “un centro di cultura europea”:

Un centro da cui irraggiare fervore di ricerche nuove, concezioni di libertà e di modernità: un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa.

Nella carrozza che percorre il centro di Torino, nel treno che sale attraverso la val di Susa verso la Francia, sono i ricordi di tutta una vita, suscitati dai luoghi familiari o da rapide associazioni di idee, a venire incontro al giovane esule: è questo il filo conduttore principale del racconto di Bruno Quaranta. Ricordi di incontri decisivi – con Gramsci, con Benedetto Croce, con Luigi Einaudi –, di amicizie importanti – come quella con Casorati –, ma anche ricordi di letture condivise con Ada, come il Canto XXX del Purgatorio, quello in cui Beatrice succede a Virgilio nel ruolo di guida di Dante. Attraverso le parole di una lettera ad Ada del 1920, cogliamo tutta la forza di quell’esperienza di lettura in cui vita e poesia si erano fuse inscindibilmente:

Amor mio, l’ho letto e riletto infinitamente stamattina, pensando a te, l’ho vissuto senza che l’ardore s’allentasse per un solo istante, poiché il fermarmi mi sarebbe parso che diminuisse la mia dedizione a te, mentre doveva esprimersi più piena dinanzi a queste pagine amate insieme. E volevo che l’entusiasmo corresse libero anche perché da tanto tempo anelavo a rileggere quei versi, ma volevo giungervi lentamente attraverso tutto il poema, come Dante v’era giunto attraverso il peccato e la redenzione.

È una scelta radicale e coraggiosa quella di Bruno Quaranta di non attribuire a Piero o ad Ada nemmeno una parola che non abbiano realmente scritto o pronunciato; è grazie a questa scelta che la sua ricostruzione biografica, pur includendo tasselli inevitabilmente immaginari, ha un’aura inconsueta di autenticità. Nulla di posticcio nelle voci dei due protagonisti, che ci accompagnano dall’inizio alla fine del racconto. La seconda scelta importante di Quaranta è quella di non separare dalla sua narrazione un’altra serie di voci, che rispetto al viaggio del 1926 proviene non dal passato – come le lettere e i diari di Ada e Piero – ma dal futuro: sono le voci di quanti hanno rievocato  la figura di Piero dopo la sua morte, o ne hanno commentato, interpretato e discusso il pensiero e l’opera. C’è chi Piero l’ha ben conosciuto – Barbara Allason e Augusto Monti,  Natalino Sapegno e Carlo Levi, Gaetano Salvemini e Giuseppe Prezzolini; chi , invece, come Leone Ginzburg, non ha fatto a tempo a conoscerlo, ma ne ha raccolto l’eredità ideale; chi, come Norberto Bobbio, Franco Venturi e tanti altri ne ha studiato il pensiero e la figura. La più inattesa, tra le voci che risuonano nelle pagine di Quaranta, è quella di Curzio Suckert, il futuro Malaparte, che nel 1923 confida al giornalista Ansaldo un suo sogno davvero molto lontano dalla realtà: un Gobetti convertito alla rivoluzione fascista e pronto a mostrarsi, in camicia nera, “crudele, politico e spietato quale egli nemmeno si sogna di essere”. Una fantasia bizzarra, nella quale si legge comunque l’ammirazione del fascista “della prima ora” per colui che sarà, nel 1925, l’editore del suo Italia barbara; un personaggio di cui non gli sfuggono la statura e l’intransigenza eccezionali. Aderente invece a un ricordo puntuale di straordinaria freschezza risuona la voce affettuosa di Piero Calamandrei, che aveva incontrato Gobetti  a Roma  nel giugno del 1920, in occasione del Convegno della salveminiana “Lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale”. È sulle sue parole che vorrei chiudere questo invito a leggere Le nevi di Gobetti, ad esplorarne le pagine così ricche di passione e di sapere:

I congressisti furono alloggiati due per camera, in albergucci di terz’ordine: per compagno di camera mi fu assegnato un giovinetto esile e biondo, che la sera, quando ci ritrovammo, mi si presentò: – Piero Gobetti. Pareva soltanto un ragazzo sperduto nelle sue fantasticherie d’adolescenza. Si addormentò subito; mentre io, disturbato dalla mezza luce che entrava dal vetro sopra la porta, non riuscivo a prender sonno. A un tratto, a metà della notte, lo udii che mi chiamava: – Professore, professore! Lo vidi seduto sul suo letto, a occhi chiusi; parlava dormendo: – Professore, ho cominciato un lavoro… Spero che potrà servire a qualcosa… E il suo capo riccioluto ricadde nel sonno. Ho ripensato tante volte alle parole quasi profetiche dettemi in sogno da quel giovinetto, che pochi anni dopo, dopo aver lasciato i fermenti del suo pensiero all’avvenire, sacrificò la vita, perché potesse “servire a qualcosa”.