Parini leopardi

Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in diverse puntate)

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CAPITOLO QUARTO

“Perché, inoltre, tu non creda che le difficoltà che nascono dall’essere i lettori mal disposti siano rare e inconsuete, considera che nulla è più consueto del venir meno, con gli anni, negli esseri umani, la disposizione naturale a sentire i piaceri dell’eloquenza e della poesia, come quelle delle altre arti e di ogni bellezza. Decadimento dell’animo prescritto dalla natura stessa, e oggi ben maggiore che in passato, e che inizia tanto più presto e procede ben più rapidamente, soprattutto negli studiosi, perché all’esperienza di ciascuno si aggiunge, a chi più a chi meno, la conoscenza che viene dallo studio di tanti secoli passati e dalla riflessione su di essi. Perciò e per le condizioni attuali della società, dall’immaginazione si dileguano rapidi i fantasmi della prima età e con quelli le speranze e con le speranze gran parte dei desideri, delle passioni, del fervore, della vitalità, delle facoltà. Per cui io mi meraviglio più che persone d’età matura, coltissime e abituate a meditare sulle cose umane, siano ancora sensibili all’eloquenza e alla poesia, che non se, a volte, da esse non sentano effetti. Perciò sta’ certo che, per essere fortemente mosso dal bello e dal grande immaginato, bisogna credere che nella vita umana vi sia realmente qualcosa di grande e di bello, e che la poesia del mondo non sia solo un sogno. Cose che il giovane crede sempre, pur sapendo il contrario, finché l’esperienza prevale sul sapere; ma difficilmente sono credute dopo le dure prove del reale, soprattutto quando l’esperienza si coniuga con l’abitudine alla riflessione e con la cultura.
Da questo discorso seguirebbe che di solito i giovani dovrebbero essere migliori giudici delle opere volte a destare affetti e fantasie rispetto ai maturi o ai vecchi. Ma, d’altro canto, i giovani non abituati alla lettura vi cercano un piacere sovrumano, infinito e di qualità impossibili e, non trovandolo, disprezzano gli scrittori, il che, a volte, pure in altre età, per cause simili, accade agli illetterati. I giovani dediti alle lettere, poi, sia nello scrivere che nel giudicare gli scritti altrui, spesso antepongono l’eccessivo al moderato, il superbo o il gradevole dei modi e degli ornamenti al semplice e al naturale, e le bellezze fasulle alle vere, e per la poca esperienza, e per l’impeto dell’età. Pertanto i giovani, che sono certo la parte dell’umanità più disposta a lodare quel che le sembra buono, perché sono più sinceri e ingenui, raramente sono capaci di gustare la matura e piena bontà delle opere letterarie. Con gli anni, cresce l’attitudine che viene dalla perizia e decresce quella naturale, eppure entrambe sono necessarie.
Chiunque poi vive in una città grande, per quanto sia di natura appassionato e vivo di cuore e d’immaginazione, io non so (eccetto se, come te, trascorre in solitudine il più del tempo) come possa mai ricevere dalle bellezze della natura o delle lettere un sentimento tenero o generoso, un’immagine sublime o leggiadra, giacché poche cose sono contrarie allo stato d’animo che ci rende capaci di tali piaceri, quanto stare fra questi uomini, nello strepito di questi luoghi, davanti allo spettacolo della magnificenza vuota, della vacuità delle menti, della falsità perpetua, degli impegni miseri e dell’ozio ancor più misero che vi regnano. Quanto alla maggioranza dei letterati, direi che quelli delle città grandi sanno giudicare i libri meno di quella delle città piccole, perché nelle grandi città, come le altre cose sono per lo più false e vane, così la letteratura di solito è falsa e vana, o superficiale. E se gli antichi ritenevano gli esercizi delle lettere e delle scienze come riposi e sollazzi rispetto agli affari, oggi la maggior parte di quelli che nelle città grandi fanno professione di studiosi reputano, ed effettivamente usano, gli studi e lo scrivere come sollazzi e riposi dagli altri sollazzi.
Io penso che le opere notevoli di pittura, scultura e architettura sarebbero godute assai meglio se distribuite per le province, nelle città di grandezza media e piccola, invece che accumulate, come sono, nelle metropoli, dove gli uomini, parte pieni d’infiniti pensieri, parte occupati in mille spassi, e coll’animo inclinato, o costretto, anche loro malgrado, alla distrazione, alla frivolezza e alla vanità, ben di rado sono capaci di provare i piaceri intimi dello spirito. Inoltre, la moltitudine di tante bellezze messe insieme distrae l’animo al punto che, non fermandosi su nessuna, se non per poco, non può accogliere un sentimento vivo, o genera tale sazietà ch’esse sono contemplate con la freddezza che si prova verso un oggetto qualsiasi. Così è per la musica, che nelle altre città non viene esercitata così perfettamente, e con tale apparato, come nelle grandi, dove gli animi sono meno disposti alle commozioni mirabili di quell’arte, e meno, per dir così, musicali, che in ogni altro luogo. Nondimeno, alle arti è necessario abitare nelle città grandi, per conseguire e soprattutto per poter mostrare la loro perfezione, ma non perciò è meno vero che il piacere che esse offrono qui è tanto minore di quanto sarebbe altrove. E si può dire che gli artisti, nella solitudine e nel silenzio, con assidue veglie, industrie e sollecitudini, procurano il piacere di persone, che, abituate a muoversi tra la folla e il rumore, non gusteranno se non piccolissima parte del frutto di tante fatiche. E questa sorte degli artisti tocca in parte anche agli scrittori.”