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Ariel Dorfman è un pezzo vivente di storia del Ventesimo secolo: nato in Argentina da una famiglia ebraica di origine est-europea, trascorre l’infanzia negli Stati Uniti, per poi stabilirsi in Cile, dove diviene consigliere culturale di Salvador Allende. La notte del colpo di stato di Pinochet, l’11 marzo 1973, si trova nel palazzo della Moneda, sede della presidenza del Cile. Riesce a fuggire e si rifugia prima a Parigi, poi ad Amsterdam, per poi stabilirsi definitivamente negli USA, dove insegna alla Duke University di Durham, una delle più prestigiose istituzioni culturali del Paese. L’opera più nota della sua lunghissima carriera di romanziere, saggista e drammaturgo è forse La morte e la fanciulla, cupa pièce teatrale su una donna sopravvissuta alla tortura in un’imprecisata dittatura sudamericana. Roman Polanski ne ha tratto un film di grande successo con interpreti del calibro di Sigourney Weaver e Ben Kingsley.

Konfidenz – secondo romanzo di Dorfman che ho il privilegio di tradurre insieme alla collega Micaela Uzzielli, dopo I fantasmi di Darwin, apparso nel 2019 – è ambientato a Parigi nei giorni immediatamente precedenti lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Una donna appena arrivata da Berlino riceve una telefonata nella sua stanza d’albergo. Gran parte del romanzo è occupato da quella telefonata, in cui si incrociano i destini di tre persone con un passato ambiguo e un presente incerto. Cito la quarta di copertina, perché non saprei dirlo meglio: “Un thriller magnetico e provocatorio che esplora un territorio in cui l’ossessione sessuale incrocia il terrore politico”.

Tradurre Dorfman è al tempo stesso entusiasmante e frustrante: entusiasmante per la straordinaria ricchezza della sua lingua, ma soprattutto per la sua capacità di coniugare il piano dell’impegno politico e civile con quello della riflessione sui luoghi più oscuri dell’animo umano (qui il filo rosso che unisce i due piani è quello e della violenza psicologica, in questo caso allusa più che esplicitamente praticata, in un gioco che si muove sempre sul confine sfuggente che separa la seduzione dalla sopraffazione). Frustrante è invece la sensazione di non poter neppure tentare di rendere un aspetto saliente della scrittura di Dorfman: il romanzo è scritto in inglese, ma in filigrana si legge la trama del pensiero di un autore la cui lingua madre è lo spagnolo. Si tratta di una precisa scelta dell’autore, non certo di insufficiente padronanza dell’inglese, come emerge con chiarezza dal ferreo controllo sul periodare complesso e articolato, talora ai limiti dell’ambiguità.

L’ambiguità costituisce quindi al tempo stesso un tratto tematico ricorrente e una cifra stilistica, in un raffinato gioco in cui anche la forma si fa contenuto, come viene detto esplicitamente in chiusura del romanzo: “non negherai a Victoria quella storia che non potrò più raccontare da solo, la storia che non può più esistere senza le tue parole. O lascerai che la nostra storia muoia con me?”. In questo explicit, oltre a forma e contenuto, viene enunciata la terza, essenziale dimensione su cui si svolge la riflessione di un autore “politico” come Dorfman, quella del tempo. E anche qui il tempo è sostanza e contenuto, ma anche forma: basti pensare al fatto che gran parte del libro è occupato da un’unica telefonata che dura nove ore (impossibile non pensare a Nodo alla gola, leggendario film di Hitchcock costruito come un unico, ancorché fittizio, piano sequenza), ma anche al serrato intreccio di piani temporali e tempi verbali che caratterizza questo raffinatissimo congegno narrativo.

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