Homes giorni terrbili verri blog

Come un quadro di Magritte dove tutto sembra limpido, elementare, ma c’è sempre qualcosa  di abnorme, una tessera che non si inserisce nel puzzle. Nel mondo parallelo di Giorni terribili tutto è in ordine ma niente è a posto.

Così li sgrana, quei giorni, A. M. Homes, la scrittrice del grottesco ben temperato. Mentre le sue unghie si fanno sempre più affilate, la sua fantasia – per quanto selvaggia e sfrenata – viene scavalcata da una realtà come quella americana che supera ogni più iperbolica immaginazione e la sua scrittura, le sue storie esemplari, diventano quelle del nuovo realismo americano.

Nei dodici racconti di Giorni terribili, usciti ora per Feltrinelli nella traduzione delle sottoscritte, del contemporaneo ci sono tutte le declinazioni. Dal fantasy di “Tua madre era un pesce” il cui immaginario richiama fortemente, più che il Faulkner di Mentre morivo (“Mia madre è un pesce”), quello, più recente ma per certi versi analogo, della  Forma dell’acqua, il favoloso film  di Guillermo del Toro premiato agli Oscar 2018.

Ci sono gli americani con le loro ossessioni multiple sgranate come un rosario: il corpo, il cibo, il sesso, i rituali compulsivi agiti e subiti con caparbia rassegnazione.

C’è il consumismo entusiasta dell’uomo qualunque che fa la sua parte sulla scena di un ipermercato: trasforma la spesa settimanale in una gara a premi per la famiglia e, tra l’euforia generale, esce stordito portandosi a casa un neonato e una candidatura alla presidenza.

Anoressia, bulimia, facce e corpi rifatti, strizzacervelli, chat di appassionati di uccelli di ogni provenienza da cui emergono i frammenti laceranti e ridicoli di una società esplosa e allucinata, ma attenta a conservare le forme ipocrite della vita borghese e pronta a bacchettare ogni segno di irregolarità. Tutto e tutti affacciati sull’orlo del baratro di un vuoto sociale esistenziale, che risucchia i personaggi come un’idrovora.

A.M. Homes, che pure ci ha dato romanzi epocali, trova una misura unica e irripetibile nel racconto. Il racconto che rispecchia, nella varietà di storie e situazioni, il puzzle inquietante della vita di una certa classe media americana che abita le ville con piscina di L.A. come i quadri di David Hockney.

Agli occhi di chi traduce tutto quello che non torna salta fuori subito, come in una TAC. Ma nella Homes tutto torna perfettamente quasi fosse un teorema, persino quando le storie sembrano deragliare dalla realtà per essere assunte – insieme alla nonna di “Punto Omega” – nell’empireo del surreale.