Sagapò Biasion verri blog

Di tanto in tanto è interessante scovare e leggere qualche recensione di vecchia data. Questa che propongo oggi porta la firma di Arrigo Cajumi (1899-1955), scrittore, giornalista e critico letterario, animatore de «La Cultura» nel primo decennio del fascismo, ma anche amico di Gobetti e attivo contro il regime, cosa che gli costò l’arresto negli anni Trenta e l’allontanamento da ogni attività culturale pubblica.

In questo articolo, che viene da «La Stampa» di sabato 31 Ottobre 1953, Cajumi opera una carrellata su quattro libri allora appena usciti in Italia – La paga del soldato di Faulkner (ed. originale 1926), Un medico in Africa di Alberto Denti di Pirajno, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e Sagapò di Renzo Biasion – tenendo come bussola la rappresentazione della donna (Venere) in tempo di guerra. Ciò che salta subito agli occhi di noi lettori del nuovo secolo è un residuo di fastidio – chiamiamolo così – per la letteratura americana (di Faulkner sottolinea gli episodi “urtanti” della storia e “la rozza e sommaria psicologia e le inutili brutalità di espressione”), una ritrosia eccessiva per ciò che appare osceno (commisurato alla sensibilità dell’inizio degli anni Cinquanta) o per l’utilizzo di “parolacce” nei testi, e soprattutto, un fastidioso moralismo concentrato sulla rappresentazione della donna, specialmente in Sagapò, dove evidentemente la “Venere scesa al bordello” procurava a Cajumi molto imbarazzo.

Infine è palese, nel giudizio del critico, un incomodo dispetto verso quella che acutamente egli stesso chiama la “privatizzazione della guerra”, il concentrarsi cioè – come sublimemente farà il Fenoglio della Questione privata – sugli aspetti intimi dell’essere andati a combattere. Cajumi è seccato dal fatalismo di alcuni personaggi, dalle loro aspirazioni quotidiane e personali, e tutto ciò lo porta a formulare frasi che – queste sì – sembrano suggerire, sotto traccia, il rimpianto per una sensibilità letteraria più ‘datata’, ormai lontana dalle tendenze nascenti negli anni Cinquanta e di cui si prenderà definitivamente coscienza solo nel decennio successivo, quando Italo Calvino riconoscerà il ripiegamento “elegiaco-moderato-sociologico” della narrativa italiana e indicherà in Fenoglio, “il più solitario di tutti”, l’apice di quel nuovo sentire.

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di Arrigo Cajumi

Nel concilio degli dei che occupa il secondo canto della Secchia rapita, Alessandro Tassoni, modenese arguto, rappresenta Venere sfavillante e sorridente, la quale movendo le ciglia fa capire a Marte di esser pronta ad andar secolui. E il prototipo dei guerrieri subito esclama: « — … Io vo’ seguir de la mia diva i passi: — Dov’ella volga il piè, convien ch’io vada». Piacevole ed elegante quadretto mitologico, più volte ripetuto in poesia e in pittura e, ahimè, in novelle e romanzi, però scendendo e scadendo di tono.

Paga del soldato faulkner verri blog

Le Veneri difatti che s’incarnano ne La paga del soldato (Garzanti ed.) un romanzo di William Faulkner scritto nel 1926 e tradotto ora soltanto, sono ancora quelle della guerra del ‘14, e ballano il charleston. Attorno al reduce sfigurato, cicco, rudere umano, ruotano in tre: una vedova con istinti materni, una fidanzata terrorizzata di dover mantenere la promessa di matrimonio, una domestica ch’era andata pei boschi col giovane prima dell’arruolamento. La fidanzata, il tipo più originale, con i suoi slanci e le sue repulsioni, durante l’altalena dei sentimenti si getta fra le braccia di un altro ragazzo, gli sfugge, e alfine lo sposa. E la vedova prende lei il reduce: per poco, ch’egli si spegne La domestica si consola. Storia malinconica e in alcuni episodi urtante, sia per la rozza e sommaria psicologia e le inutili brutalità di espressione, che per l’irritante maniera di Faulkner di sfaccettare il racconto. Grazie a questi artifici, dei personaggi e degli avvenimenti comuni, sembrano complessi e stravaganti: chi, superando le oziosità e le lungaggini della narrazione (ci son pagine e pagine su due soldati ubriachi in un treno, le beghe cogl’inservienti e il controllore) ci mediti sopra, e forse concluderà d’esser sazio di queste «novità».

Con Un medico in Africa (Neri Pozza ed.) siamo alla Venere nera. Alberto Denti di Pirajno ci porta nel suo ambulatorio coloniale, ed è scrittore godibile, osservatore curioso. Nuoce al libro una tintarella politica fra monarchica e fascista spiegabile in coloro che non hanno forse mai riflettuto sul proverbio: — Chi la fa, l’aspetta —; ma si tratta di poche pagine, al principio e alla fine. Il grosso delle memorie affricane, Libia ed Eritrea, del Pirajno è eccellente per la schiettezza con cui la Venere nera è vista nelle sue malattie, superstizioni e malizie, pittorescamente ritratta sotto la tenda, a palazzo, e in luoghi di malaffare. Con molto buon gusto, Un medico in Africa solleva i veli, non indulge all’osceno, né usa parolacce. Il temperamento dell’autore, brusco, impetuoso, e alfine sfiduciato, la franchezza dei suoi rapporti con gl’indigeni, a mezza scala fra la civiltà bianca e il primitivismo animalesco, il suo disprezzo per la burocrazia fanno di lui una specie di burbero benefico. È questo carattere, assieme alle molte cose osservate e rappresentate, che dà valore e attrattiva al volume, e c’induce a perdonargli il ritratto caricaturale del Maresciallo Montgomery a Tripoli.

Il-Sergente-Nella-Neve-Terza-Edizione

Anche Mario Rigoni Stern ha avuto a che fare col nemico, ma i ricordi della ritirata di Russia da lui intitolati Il sergente nella neve (Ed. Einaudi) raffigurano soldati sovietici e contadini ucraini con un senso di umanità ben diverso dalle punte secche dell’anglofobo Pirajno. Passano, ma non le vediamo da vicino, due Veneri quarantenni in calzoni e giubba soldatesca; c’è una morta sull’uscio di una isba, con le gambe e le braccia nude che «sembrano gigli su un altare»; un’altra con le braccia aperte e un lino bianco sul viso. E una ragazza che piange, e dondola una culla. Venere incappucciata e celeste.

Con Sagapò di Renzo Biasion (Ed. Einaudi) arriviamo invece al paese di Venere terrena. Il Biasion mi ha tutta l’aria, a differenza del Pirajno e del Rigoni, sobri narratori di casi loro occorsi, di aver ricamato, magari sopra ricordi personali, della letteratura. Purtroppo, con lui Venere scende al bordello, e inevitabile diventa il richiamo a chi per primo, delle ragazze di buoni costumi da Boule de Suif a Mademoiselle Fifi, fece personaggi quasi eroici e li invischiò coi militari descrivendo Venere alle prese con Marte invasore. Il Biasion ha mano felice e scioltezza rappresentativa, come dimostrano i tipi di soldati, graduati e ufficiali da lui disegnati: c’e il meridionale analfabeta, zelante e prepotente; il sacrista porcaccione e bonaccione; il gastronomo sognante vittima della sua ingordigia; il pignolo pauroso; l’affarista che dopo una notte d’amore pretende incluso nel prezzo il congedo mattutino, il cavallo da monta perpetua, che sfida le malattie e ci lascia la pelle per non essere scappato in tempo; l’impiegato diligente che aiuta la padrona del locale a tener i conti. Quelle che mi persuadono meno, sono proprio le Veneri, ossia la giovane della caverna, il trio delle professioniste, la coppia delle due cretesi Ratina e la Lupa. Che i tedeschi fosser capaci di fucilare tre ragazze galanti per aver fatto scappare un ufficiale italiano, non lo escludo certo, ma il gesto di Ketty mi sa troppo di Mademoiselle Fifi, la quale piantava un coltello da tavola nel petto di un ufficiale prussiano, correva a nascondersi in un campanile, era salvata dal curato, e impalmata da un «patriota»; mentre le sottane alzate dalla stessa davanti al plotone di esecuzione ricordano, nientemeno, un atteggiamento del genere, di Caterina Sforza assediata.

Ciò che colpisce in Sagapò, nel Sergente nella neve e nel Medico in Africa è l’assenza, da parte dei protagonisti, sia di fanatismo fascista nei combattenti, come di dubbi e riflessioni, di esami di coscienza politica e morale sulla bontà della loro causa. L’esercito che tutti questi autori ci descrivono, è composto, salvo qualche tipo isolato, buffo o odioso, di brava gente forzata a portar le stellette, che va alla morte con una specie di rassegnato fatalismo; e, per spirito di corpo e onor di soldato (gli alpini di Rigoni) si comporta bene. Abbondano però coloro che badano solo agl’interessi propri, oziano, vivacchiano, sfruttano l’occasione e la situazione. In Sagapò, amore e commercio vanno di pari passo; si assiste alla «privatizzazione» della guerra, che prelude allo sfacelo dell’8 settembre.

Si vorrebbe invece, che le scene e scenette tragiche e comiche, i bozzetti di connubi troppo compiacentemente dipinti, lasciassero talora il campo a ispirazioni e a spunti meno elementari. Il Sergente nella neve marcia per centinaia di chilometri senza chiedersi: — Perché avviene tutto questo? — Il Medico in Africa, vede crollare Eritrea e Libia come un castello di carte, sparire le memorie dei padri… precipitare i frutti di tanti anni di fatiche, e non si domanda: — Per colpa di chi? —, anzi, spruzza veleno sui vincitori, i quali sono tali principalmente grazie ai madornali errori regalfascisti. In Sagapò, ci sono cadaveri dei nostri gettati sulla costa greca, vittime dei tedeschi, e tutto gira intorno alla cintura di Venere!

A chi è stato in Grecia ed è corso subito sugli scalini e tra le colonne dell’Acropoli, fa inoltre una strana e dolorosa impressione notare, in Sagapò, due ufficiali che giungono ad Atene, preoccupandosi unicamente di far soldi con l’equipaggiamento, e di pattuire il prezzo di una notte con la prima Venere degli angiporti. Indifferenza, ignoranza, volgarità di sentimenti! Se un ricordo di scuola, un verso, fosse stato ancor vivo in loro, avrebbero capito che la vera statua di Venere non era il corpo mercanteggiato, bensì un’immagine poetica.

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