Giorgio de Chirico, Les philosophes grecs, 1925

Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in diverse puntate)

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CAPITOLO SETTIMO
“Fin qui si è detto dello scrivere in generale e di cose che riguardano principalmente la letteratura, al cui studio ti vedo più portato che ad ogni altro. Diciamo ora in particolare della filosofia, non intendo però separare quella da questa, dalla quale dipende totalmente. Penserai forse che, derivando la filosofia dalla ragione, di cui la totalità degli uomini inciviliti partecipa forse più che dell’immaginazione e dei sentimenti, il pregio delle opere filosofiche venga riconosciuto più facilmente e da più persone che quello dei poemi e degli altri scritti che riguardano il piacevole e il bello. Ora, io ritengo che il giudizio appropriato e la perfetta comprensione delle opere filosofiche sia di poco superiore rispetto a quelle letterarie. Innanzitutto, sii certo che per fare progressi notevoli nella filosofia non bastano sottigliezza d’ingegno e grande capacità di ragionare, ma occorre pure molta forza immaginativa, e che Descartes, Galileo, Leibnitz, Newton, Vico, per innata disposizione, avrebbero potuto essere sommi poeti, e Omero, Dante, Shakespeare, sommi filosofi. Ma questa materia, per descriverla e trattarla appieno, vorrebbe molte parole e ci allontanerebbe assai dal nostro proposito, perciò, contentandomi di questo solo cenno e poi proseguendo, dico che solo i filosofi possono conoscere perfettamente il pregio e sentire il piacere dei libri filosofici: intendo dire in quanto alla sostanza, non circa gli ornamenti di parole, di stile o d’altro. Dunque, come gli uomini di natura, per così dire, impoetica, seppure intendono le parole e il senso, non ricevono i moti e le immagini dei poemi, così molto spesso quelli che non usano meditare e filosofare, o che non sono adatti a pensare profondamente, per veri e per accurati che siano i discorsi e le conclusioni del filosofo e chiaro il suo modo di esporre gli uni e le altre, ne intendono le parole e quello che vuol dire, ma non la verità di quel che dice, perché, non avendo capacità o abitudine di penetrare coi pensieri nell’intimo delle cose, né di sciogliere e dividere le proprie idee nelle loro minime parti, né di radunarne e stringerne insieme un buon numero, né di contemplare con la mente molti particolari insieme, in modo da poterne ricavare uno generale, né di seguire instancabilmente con l’intelletto un lungo ordine di verità connesse tra loro, né di scoprire le sottili e recondite connessioni che ciascuna verità ha con cento altre, non possono facilmente, o per nulla, imitare e ripetere con la propria mente le operazioni fatte dalla mente del filosofo, né provare le impressioni provate dalla mente di lui: unico modo per vedere, comprendere e stimare nel modo dovuto tutte le cause che indussero tale filosofo a esprimere questo o quel giudizio, affermare o negare questa o quella cosa, dubitare di tale o di tal’altra. Pertanto, benché comprendano i suoi concetti, non comprendono che siano veri o probabili, non avendo, e non potendo fare, l’esperienza della loro verità e probabilità. Più o meno come agli uomini naturalmente freddi accade delle immaginazioni e dei sentimenti espressi dai poeti. E ben sai che sia il poeta che il filosofo penetrano nel profondo dell’animo umano e ne traggono alla luce le intime qualità e varietà, gli andamenti, i moti e gli avvenimenti nascosti, le cause e gli effetti. E quelli che non sono adatti a sentire in sé la verità dei pensieri poetici non sentono e non riconoscono neppure quella dei pensieri filosofici. 
Da tali cause deriva che vediamo continuamente molte opere egregie, ugualmente chiare ed intelligibili a tutti, che, nondimeno, ad alcuni paiono contenere mille verità certissime, ad altri mille evidenti errori, per cui, sono respinte, pubblicamente o privatamente, non solo per malignità o per interesse o per ragioni simili, ma anche per debolezza e incapacità di sentire e di comprendere la certezza dei loro princìpi, la correttezza delle deduzioni e delle conclusioni, la convenienza, l’efficacia e la verità dei loro discorsi. Spesso le più stupende opere filosofiche sono anche accusate di oscurità, non per colpa degli scrittori, ma sia per la profondità o la novità dei significati, che per l’oscurità dell’intelletto di chi mai potrebbe comprenderli. Considera dunque anche nel genere filosofico quanta sia la difficoltà di aver lode, per dovuta che sia. Perché non puoi dubitare, anche se io non lo dico, che il numero dei filosofi veri e profondi, esclusi i quali non c’è chi sappia apprezzarli quanto meritano, non sia piccolissimo anche nell’età presente, benché essa sia dedita all’amore della filosofia più di quelle passate. Tralascio le varie fazioni, o comunque convenga chiamare quelle in cui sono divisi oggi, come sempre furono, coloro che fanno professione di filosofare, ciascuna delle quali nega di solito la lode e la stima dovuta alle altre, non solo per volontà, ma perché ha l’intelletto occupato da altri principi.” 

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