di Carlo A. Palazzi

Bois Sauvage. Un paesino del Mississippi circondato per tre lati dal bayou. E non lontano dal Golfo del Messico. Più che altro, casupole sparse e semi-fatiscenti, tutte in legno. O case mobili. Dove bianchi e neri vivono separatamente, tranne che a scuola.

Un’estate resa torrida da un’afa palpabile, che anche a star fermi ci si inzuppa di sudore. Terra rossa sollevata da refoli bollenti. Un campo di basket dal fondo dissestato, circondato da erbacce. Sciami di insetti che ronzano giorno e notte. Più il costante verso di cicale e grilli. E l’alcool, e le droghe – adesso anche pesanti – che ostentano tutto il loro potere distruttivo.

Vivono lì Joshua e Christophe, i gemelli De Lisle. Il cognome è francese ma quei due diciottenni così diversi tra loro, nel fisico e nel carattere, non hanno mai imparato la lingua creola. Li ha cresciuti, facendo del proprio meglio, la nonna materna, ormai resa cieca dal diabete, centellinando i dollari della sua pensione e del suo assegno di invalidità. In aggiunta ai pochi, ma vitali, soldi che la loro madre Cille – l’unica dell’intero parentado ad essere fuggita lontano da quel posto – manda loro mensilmente. Il padre dei ragazzi è un tossico spiantato che sta per ricomparire sulla scena.

Questa è l’ambientazione che la Ward ha scelto per il suo primo romanzo, pubblicato negli USA nel 2008 e da poco uscito da noi per i tipi di NN (trad. di Monica Pareschi). Che è poi quella dei luoghi dov’è nata e cresciuta.

Riprende i due gemelli nella stagione del loro Diploma. Il tempo di un improvviso e angoscioso passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Visto che Cille, nel far recapitare, come regalo di promozione, una vecchia auto, fa chiaramente intendere, che da quel momento, non parteciperà più al loro sostentamento.

Dall’impellenza di trovare un lavoro e da tutto ciò che ne conseguirà, deriveranno lo stravolgimento delle giornate di Joshua e Christophe – sino ad allora sempre vissuti in una, tutto sommato, tranquilla e totale simbiosi – ed il loro progressivo allontanamento.

È molto particolare la prosa della Ward – ho pensato leggendo – contraddistinta da accurate descrizioni dei luoghi, puntuali caratterizzazioni dei personaggi e minuziose analisi di sentimenti, sensazioni – la stanchezza fisica spessissimo – e di stati d’animo, soprattutto. Degne di un romanzo ottocentesco. Ma, da scrittrice di razza, lei sa pure cambiare registro, mostrando, nell’ultima parte – quella che più ho apprezzato – una padronanza fuori dal comune anche nel gestire le situazioni più drammatiche. E si tenga anche conto della giovane età (30 anni) che lei aveva quando i llibro è stato dato alle stampe.

La Linea del Sangue è la naturale e necessaria premessa ai successivi Salvare le Ossa e Canta, Spirito, Canta che consentiranno alla Ward di vincere addirittura due National Book Awards nel decennio successivo, facendone, ad appena quarant’anni, una delle più acclamate scrittrici americane contemporanee.