Gettone n. 7 – 1952-2020

Mario Tobino, Il deserto della Libia (1952)

«Originale»:

Mario Tobino non è dell’ultima generazione letteraria; è della precedente, ha già toccato i quarant’anni, e ha partecipato, prima con poesie, poi con racconti, al lavoro di rinnovamento che negli anni tra il 1932 e il 1942 produsse una svolta della letteratura italiana. Ma, scontroso nei gusti e puntiglioso nei problemi per i quali provava interesse, egli si aggirò tra i suoi coetanei senza lasciarsi identificare completamente, dissimulandosi dietro a un modo di fare che ricordava degli scrittori più vecchi, tutti dalla fama di surriscaldati o di stravaganti. Forse perché rimasto troppo fedele alla propria provincia (a Viareggio, a Lucca) e alla propria professione di medico? Ora egli è uscito, comunque, da ogni compiacimento di clandestino e noi possiamo pubblicarne un libro in cui la sua uva versa intero e schietto il proprio succo, non dolce ma anche inebriante, coi ricchi colori della memoria di tutti. Non meno nuovo, per questo, di uno scrittore che comincia o di uno scrittore che cambia strada, Mario Tobino ha molte probabilità di dare, con il proprio nome, un senso letterario non fittizio all’anno ’52.

Elio Vittorini

«Riscrittura»:

Sono tre i protagonisti di questo libro: la follia della guerra, la luce del deserto e il grottesco, che è stato proprio della dittatura fascista. Mario Tobino sa rappresentare in queste pagine, grazie al  doppio sguardo di medico e di scrittore, sempre un poco “clandestino”, la memoria collettiva di una disfatta, quella degli italiani in Nord-Africa dal 1940, allo stesso tempo prevedibile e incredibile.

Lo scrittore toscano ci consegna il «dramma pietoso e ridicolo» di un esercito misero e abbandonato, senza più ideali e senza più una patria alle spalle. Il nemico qui è onnipotente e invisibile; e la stupida (o criminale) burocrazia militare italiana non fa che acuire il senso di disillusione e avvilimento. Ma proprio in tutto ciò, c’è per molti di quegli uomini la premessa a una inattesa rivolta e, persino, all’invenzione liberante di una Italia nuova, per la quale morire o sopravvivere.

Questo libro è, in fin dei conti, l’autobiografia di una grande comunità di uomini perduti (eppure, a volte, eroici), ma, allo stesso tempo – in questo si è rivelata in seguito la sua forza nascosta –, vi si mostrano nella loro purezza tutto il teatrale e tutto il carnevalesco che, sempre, devono vincere nelle cose italiane: da ciò deriva una specie di disperazione comica, che ci lascia ancora in bilico fra il riso e il pianto; d’altra parte, non può essere stato certamente un caso se Dino Risi e Mario Monicelli si sono lasciati ispirare dal Deserto della Libia per trarne ciascuno un film.

Tobino ci ha lasciato insomma – lui psichiatra così attento all’umanità che si nasconde sotto la pelle degli uomini e, talvolta, anche dietro la loro ferocia – una magnifica, tragicomica, cronaca del manicomio della guerra.

Francesco Paolella