Gettone n. 39 – 1955-2020

Sergio Civinini, Stagione di mezzo

«Originale»:

Nove brevi racconti, un librettino che può esser guardato dall’alto in basso, questo dell’esordiente Sergio Civinini. Per di più d’un tono e d’una materia che oggi si ha il vezzo di considerare sorpassati. Letteratura della memoria, se ne dirà, e si farà il nome di Bilenchi. e non sarà a torto, salvo che non si sa vedere come Bilenchi, e non sarà a torto, salvo che non si sa vedere come Bilenchi e la letteratura della memoria abbiano ancora molte possibilità di ripresa, e di sviluppo, di rinnovamento, pur al di qua dalle più recenti tendenze o (con Calvino dell’Entrata in guerra e il Rea degli ultimi due libri) in seno ad esse. In ogni caso queste pagine riconducono a occuparsi di una questione ch’è stata tolta di mezzo un po’ troppo con disinvoltura.
Sergio Civinini è nato a Pistoia nel 1929, è autodidatta, ha lavorato da operaio fino al 1952, e oggi fa, dal ’53, il giornalista.

Elio Vittorini

«Riscrittura»:

Vittorini, per questa raccolta di otto racconti brevi, parlò di Letteratura della memoria temendo che essa, in futuro, non avrebbe avuto possibilità di ripresa, sviluppo e rinnovo. Profezia che purtroppo si è avverata. Autaro, il bambino-adolescente intorno al quale gravitano i racconti di Stagione di mezzo, primo degli unici due testi narrativi – entrambi raccolte di racconti – dell’oramai dimenticato Civinini, rappresenta – come Agostino in Moravia, Arturo nella Morante, Bruno in Bilenchi – una narrativa, breve o lunga che sia, che si nutre dell’esperienza infantile e adolescenziale non solo – credo – come memoria cui attingere, ma come sguardo che già tutto contiene: la radice della pianta che verrà, lo spirito dell’uomo, quel particolare irripetibile modo di accogliere assimilare e trasformare il mondo che sarà dell’adulto una volta superata la linea d’ombra. Linea d’ombra che Civinini indaga con una voce spoglia ma potente, e con uno scandaglio affilato che sa mostrare le cose della vita – la paura, l’amicizia, l’amore filiale, il dolore della perdita… – senza mai nominarle. Vittorini aveva però correttamente presagito che la narrativa italiana stava cambiando rotta spostandosi verso la celebrazione di un Io adulto centrato su di sé, più che approfondire un Sé bambino che offra il suo sguardo curioso e generativo alle cose del mondo.

Michele Cocchi