Gettone n. 38 (1955-2020)

Dylan Thomas, Ritratto di giovane artista (1955-2020)

«Originale»:

Non è certo un «nome nuovo» quello di Dylan Thomas, né d’altra parte quest’unico libretto in prosa di un grande poeta ha valore di semplice curiosità, di divertimento, anche se il titolo inglese, Portrait of the Artist as a
Young Dog
, che parafrasa Joyce, sembra promettere malizia o irriverenza. Al contrario, seguendo questi racconti autobiografici che si «rilanciano» l’un l’altro, dagli anni dei giochi innocenti a quelli dei primi strazi, non è difficile ritrovare, distesi e trasparenti, i motivi che, subissati da una quasi convulsa ricchezza di immagini e invenzioni verbali, scorrono sotto l’opera poetica di Dylan Thomas: l’infanzia, la morte, la pietà e l’angoscia, quel continuo passare dalla conchiglia al cosmo, quel suo presentarsi agli uomini con le braccia aperte, pieno d’amore e avidità.
Del resto, sia Under Milkwood, l’opera radiofonica che Thomas scrisse poco prima di morire a New York, nel 1953, sia il precedente e più breve Return Journey, riecheggiano, si direbbe con insistenza, il tema, o problema, già posto da Ritratto di giovane artista, che è del 1940: una recherche solo apparentemente nostalgica, una ricostruzione di se stesso che solo in superficie suona scanzonata e privata. Nel Galles del «cucciolo Thomas», nella cittadina di Tawe (che è poi Swansea, dov’egli nacque nel 1914), nelle figurine lievi di questi racconti, non c’è nulla, un odore, il fischio d’una sirena nel porto, il grido d’un gabbiano, un colore, un gesto, una voce, che non arrivi, miracolosamente fissato, fino a noi.

Elio Vittorini

«Riscrittura»:

Non Ritratto dell’artista da giovane, ma da cucciolo, e anzi, meglio, da giovane cane, come risulta dall’originale: il riferimento a Joyce è evidente, ma è altrettanto evidente il tono disincantato con cui Dylan Thomas affronta la “questione” della propria vita, a differenza del celebre autore irlandese. Quest’opera preziosa è cresciuta nel tempo, come un vero gioiello di cui aumenti il valore, dopo aver retto il confronto con i gusti e le tendenze che si sono succedute sin dalla sua prima uscita, nel 1940. Joyce è il riferimento, quindi, ma non tanto quello del ritratto, quanto quello dei Dubliners, perché i dieci racconti di cui si compone la raccolta sono ambientati nello stesso luogo, Swansea, la città del Galles in cui nacque e visse l’autore. Un ambiente preciso, ristretto, storielle minimali, autobiografismo, tanto, e un’infinità di personaggi, di situazioni semplici, di intrecci delicati. Ma, molto più che in Joyce, qui c’è un poeta. Dylan Thomas si era già cimentato nella narrativa, avrebbe continuato a farlo nella sua breve e tormentata esistenza, ma quello che lo rese famoso è soprattutto la produzione poetica, il definitivo “E la morte non avrà più dominio”. Vena lirica che si coglie anche in questi racconti, prima di tutto nella precisione delle parole e nelle immagini: “Salii di sopra, ogni scalino aveva una voce diversa”; poi nelle scene, negli squarci, ritratti e offerti al lettore, e nel cuore messo a nudo dell’autore. “Pensava: i poeti vivono e camminano insieme alle loro poesie”: il racconto è Un sabato d’estate, il ritratto dell’artista da cagnolino è giunto all’ultimo tassello, e la dichiarazione si fa esplicita. “L’uomo a cui è dato avere visioni non ha bisogno di altra compagnia”. Dylan Thomas visse sino alla fine i propri tormenti, come rivela in quest’opera dedicata alla gente di Swansea, “misconosciuta e indimenticabile”, e sempre sconfitta.

Fabrizio Pasanisi