di Guido Michelone

“Solo in un campo, in quello dell’arte, si è conservata sino ai nostri giorni ‘l’onnipotenza del pensiero’. Solo nell’arte succede ancora che un uomo, consumato dai desideri, riesca a creare qualcosa che somigli al soddisfacimento e che, in virtù dell’illusione artistica, questo spasso, come fosse una cosa reale, dia luogo a conseguenze affettive. Giustamente si parla di incantesimo dell’arte e si paragona l’artista all’incantatore. Questo confronto è forse più significativo di quanto vorrebbe essere. L’arte, che non è di certo iniziata come ‘arte per l’arte’, si trovava in origine al servizio di tendenze che in gran parte sono oggi venute meno. Si può a ragione affermare che tra queste siano parecchie intenzioni magiche”: così, nel 1913, scrive Sigmund Freud nel libro Totem e tabù.

E si tratta di un pensiero che calza a pennello con ‘qualcosa’ di molto curioso che sta accadendo, da qualche mese in qua, nel mondo della comunicazione: una giovane bellissima poetessa, Paola Silvia Dolci, viene celebrata, sul proprio profilo Facebook e sulla rivista «Niederngasse» da lei diretta, mediante alcune vignette che la morale borghese potrebbe giudicare ‘oscene’, ‘spinte’, ‘imbarazzanti’ o fortemente ‘erotiche’ per non dire talvolta ‘pornografiche’. Occorre subito dire che però la qualità di tali vignette – di un artista che vuole rimanere anonimo – è ben al di sopra delle consuete rappresentazioni fumettistiche, poiché si avvicina alla raffinatezza stilistica della graphic novel o di un disegno autoriale, dimostrando un acceso valore sia formale sia contenutistico, pur nell’apparente frivolezza di battute salaci o di provocazioni visive.

In altre parole, Paola Silvia Dolci diventa un personaggio tanto letterario quanto ‘realistico’: in svariate circostanze, che vanno dal focolare domestico alla quotidianità di poetessa al lavoro, viene ritratta completamente nuda (salvo un paio di occhiali scuri o gli stivaletti alla Von Masoch in alcune occasioni), in atteggiamenti naturalistici che, a loro volta, esigono – pur comportandosi con innocente estrema nonchalance – pose classiche o al contrario l’ostentata esibizione di parti intime, superando in tal senso l’ultimo freudiano tabù del sesso femminile visto o meglio dipinto e vissuto con assoluta nonchalance.

Le vignette con Paola Silvia Dolci sembrano davvero l’esatto pendant delle teorie di Sigmund Freud che oltre un secolo fa parla in termini di incantesimo dell’arte: la figura femminile è spesso immortalata, con humour noir, in luoghi chiusi o tetri – prigioni, cimiteri, camere ardenti – a differenza delle altre location schizzate durante un plenilunio o in campagna fra paesaggi talvolta surreali. La posizione dove viene inquadrata la poetessa via via in piedi, coricata o seduta è invece centrale, diventando simbolicamente forse caldo, famigliare, accogliente: insomma la musa – donna, ragazza, amica, eroina, ancella, intellettuale – è metaforicamente a casa propria, ma al contempo pare sentirsi lontana rispetto alle altre inquietanti (e inquiete) persone che la circondano.

La poetessa disegnata in tal senso è al contempo simile e diversa rispetto all’originale: per l’anonimo vignettista è bella, sexy, giovanissima (di proposito resa in parte differente, rispetto alla vera identità, grazie a un tratto espressionista appena accennato) e soprattutto in grado di farsi beffe degli ammiratori e dei seguaci che rappresentano quel sottobosco letterario (tipicamente italico) di poeti da strapazzo, il cui pesante narcisismo rasenta un’autoreferenzialità patologica. E su tutto spicca appunto il fisico ignudo che viene quasi indossato dalla protagonista, come in una performance della neoavanguardia, l’unica arte vera, assieme alla fotografia, in cui alcune protagoniste decidono di compiere l’operazione estetica di mostrare-usare-inventare il proprio corpo spogliato: basti pensare agli autoritratti di Tina Modotti per la fotografia o alle azioni spesso drammatiche a cui si sottopone Marina Abramović nelle performance.

Per le anonime vignette esiste inoltre un punto X, riguardante l’aspetto emotivo, in cui il fruitore viene irrazionalmente colpito da uno o più dettagli di ogni singola immagine: nel caso del personaggio/persona, Paola Silvia Dolci non viene mai ad esempio disegnata in un gesto ieratico di ardua interpretazione o tantomeno attraverso giochi cromatici nelle pur infinte varianti tra bianco-grigio-nero della penna su carta; è sufficiente abbozzare la vagina (elemento ‘culturale’ rimosso persino dalla pittura moderna, salvo rarissime eccezioni) a destare meraviglia, sorpresa, eccitazione anche semplicemente quando nel rettangolo appaiono gli altri, ovvero uomini ridotti pirandellianamente a maschere tragicomiche.

Il nudo di Paola Silvia Dolci appare comunque, in conclusione, un segno rituale dal fortissimo impatto allegorico anche in senso religioso, mistico, antropologizzante – con ‘intenzioni magiche’ come sostiene Sigmund Freud all’inizio – pur all’interno di un genere artistico finora ritenuto ‘minore’ come la caricatura sociale o la vignetta umoristica.