Marelanga è il secondo lavoro del musicista Mauro Carrero. Nel 2017 era uscito per Nota editore (in collaborazione con la Fondazione Ferrero di Alba) un album bellissimo, Jose e Davide, attraverso il quale il cantautore ricostruiva in musica la sceneggiatura cinematografica che purtroppo Beppe Fenoglio non ebbe modo di concludere a causa della morte prematura. Data la qualità estremamente particolare di quel primo cd – un vero e proprio film in 9 canzoni – ecco che questo Marelanga, come sottolinea Carrero stesso nel booklet accluso, risulta a tutti gli effetti un secondo esordio.

Undici tracce, in gran parte dedicate all’ombelico del mondo del musicista, le Langhe, punteggiate dalla voce di questo menestrello, un po’ outsider, capace di far tornare alla mente la stagione più florida della canzone d’autore, quella che si respirava tra gli anni Sessanta e i Settanta, insomma. I temi sono quelli della memoria del passato, delle tradizioni che legano l’uomo alla propria terra, al genius loci, dei legami atavici, delle radici storiche; un album che si ascolta godendo come di un vecchio vino e i cui testi suonano come le lasse di un antico poema, sull’onda di una voce schietta, dal sapore artigianale, che ricorda il primo De André o i Cantacronache.

Mauro Carrero, come nasce il progetto di Marelanga?

L’album nasce mettendo insieme alcuni brani, scritti nel tempo, legati da un motivo di fondo che è appunto quello della terra di origine dei miei nonni paterni, delle sue suggestioni, delle sue storie, dei suoi personaggi e paesaggi. Un tema che rispecchia una scelta esistenziale, quella di venire a vivere in queste zone, che era già in parte presente nel primo album e che continuo a considerare fonte di ispirazione.

Il brano d’apertura, L’affine, racconta il dialogo con un vecchio partigiano. Ma chi è costui? Un uomo dall’identità precisa o il simbolo di un’affinità tra esseri umani appartenenti a epoche diverse?

La canzone è nata dall’incontro con una persona precisa che mi raccontò solo alcune delle cose che dico nella canzone, in particolare di aver conosciuto certi miei lontani antenati, e questo suscitò in me una serie di suggestioni. In realtà, nello stendere il testo, ho mescolato vari ricordi, compresi alcuni legati a mio nonno Carlo. 

Infatti, centrale nel tuo lavoro è tela del rapporto tra presente e passato. Sempre nel testo de L’affine scrivi questi bellissimi versi: “e pensavo che nel sangue ereditiamo/anche quello che di noi non comprendiamo”. In cosa consiste la ricchezza di questa eredità difficile da capire?

Con il verbo “comprendiamo” volevo includere sia ciò che non capiamo e sia, soprattutto, ciò che non accettiamo di noi stessi. Credo che alcuni aspetti del nostro carattere si formino attraverso le esperienze che facciamo, le persone che conosciamo, i libri che leggiamo, ma altri aspetti invece si ereditino appunto nel sangue. Per quanto mi riguarda, ci sono alcuni aspetti del mio carattere che non mi piacciono molto, ma penso sia difficile cambiarli perché li riconosco nei miei parenti e soprattutto in alcuni miei predecessori.

“Marelanga”: un neologismo coniato per raccontare una terra.

Il termine, e lo stesso brano, sono nati cercando una singola parola che potesse racchiudere e intitolare l’intero progetto. Sono partito da “Madre Langa”, espressione già usata da altri e che ricalca evidentemente l’idea di “Madre terra”. Ho poi creato un gioco di parole con “Madre Langa”, “Madrelingua” e, appunto, “Marelanga”, intendendo con questo “mare” tante cose: il mare di colline; il concetto che questa terra, geologicamente, sia nata dal mare; e ancora il fatto che le Langhe, se le si guarda rivolti a sud, danno verso la riviera. In ultimo, anche l’idea che nel dialetto di alcune zone “madre” si dica proprio “mare”.

Nella foresta di specchi è un canto orgoglioso e malinconico che narra la casa degli avi. Oltre alla componente autobiografica, mi è parso di sentire l’eco di alcune letture, ad esempio il Fenoglio della Malora.

Nella canzone dico “Dei tempi ormai lontani d’la Malora” ma il riferimento a Fenoglio si esaurisce qui. Piuttosto, quando scrissi la canzone, stavo leggendo Il paese dei coppoloni di Vinicio Capossela, ambientato nelle terre di origine dei suoi genitori, e forse in qualche modo mi ha influenzato.

Poi c’è la bellissima Leggenda di Aleramo. Raccontaci la storia del “Cavaliere del Munfrà” e dicci quale forma musicale hai scelto per conferire al brano una patina da antica ballata popolare.

Le notizie storiche su Aleramo sono pochissime, mentre le vicende ammantate di leggenda sono diverse e molto complicate. Io ho fatto riferimento alla storia narrata da Carducci, che è forse la più famosa e accreditata, ma attribuendo i meriti guerreschi di Aleramo alla sconfitta dei saraceni anziché all’assedio di Brescia (come racconta Carducci) perché, come fatto notare da alcuni studiosi, sembrerebbe cronologicamente più probabile. Anche qui c’è un riferimento alla mia biografia perché pare che Aleramo, prima dell’impresa con la quale si guadagnò il perdono dell’Imperatore per essere fuggito con sua figlia, si rifugiò a Garessio, il paese in cui sono cresciuto e dove ho origini da parte materna. La scelta di una musica medievaleggiante e di uno stile narrativo da cantastorie, direi che è stata inevitabile.

Ad Augusto Manzo, Il re del Mermet, hai dedicato canzone particolarissima in ritmo di samba. Che ci fa il Brasile in Langa?

Il brano dedicato ad Augusto Manzo, mito della pallapugno, è frutto di un’idea rimuginata per anni. Ero affascinato da ciò che questo personaggio rappresenta per il territorio, tanto da erigergli una statua ad Alba, e avevo letto un libro sulla sua storia. Poi mi ero imbattuto in un articolo di Giovanni Arpino intitolato Il Maracanà delle Langhe, riferito allo sferisterio Mermet di Alba, teatro di epiche sfide. Da qui l’idea di scrivere un pezzo dedicato a Manzo in stile brasiliano (il Brasile è per i musicisti quello che è per i calciatori: terra di fantasisti). Quando, infine, lessi che Pelé era soprannominato “O rey”, feci l’accostamento “Maracanà-Mermet, Manzo-Pelè” e trovai la chiave.

Due canzoni sono invece dedicate al mondo d’oltralpe. Qual è il tuo legame con la Francia?

Esiste una vicinanza non solo geografica ma anche culturale di noi piemontesi con la Francia, anche se la mia generazione è, in molti casi, più vicina alla cultura anglo-americana. Avevo scritto prima il brano intitolato Nel cielo di Paris su musica di Valerio Chiovarelli (la sua fisarmonica evocava proprio quelle atmosfere). A quel punto, per proseguire questa escursione oltralpe, ho pensato di tornare a lavorare su un pezzo, precedentemente abbozzato, ispirato al pittore Toulouse-Lautrec. Non solo perché sono appassionato di pittura ma anche perché avevo letto una sua biografia e mi avevano colpito molto alcuni aspetti del suo carattere.

Ma i sogni più belli si fanno dalla cima di una collina di Langa…

La canzone In cima alla collina, a cui ti riferisci, è solo uno dei vari tentativi, insieme a quella intitolata Le domeniche d’estate, di cercare di esprimere uno dei temi centrali della mia “poetica”, ossia le sensazioni che si provano quando, da alcuni luoghi delle Langhe, si resta ad osservare l’orizzonte fin dove lo sguardo può arrivare, spaziando tutto intorno su mille paesi o rincorrendo il profilo dell’ultima altura, arrivando “con gli occhi fin dove per la lontananza le ultime colline non [sono] più che una nuvola d’incenso in chiesa” per citare ancora Fenoglio. Sono sensazioni ineffabili e queste mie canzoni sono, appunto, un tentativo di esprimerle.

L’album si chiude con Medea, la più profetica delle tue canzoni. Quale chimera rincorre Medea, e quale Mauro Carrero, definito dal critico musicale Guido Michelone “un nuovo De André”?

Il riferimento a De Andrè credo sia dovuto semplicemente alle sonorità dell’album, sarebbe un’eredità troppo impegnativa. Medea nasce da un paio di versi dell’omonima tragedia di Seneca, nei quali sembra contenuta la profezia, quasi 1500 anni prima, della scoperta dell’America. Sono nato il 12 ottobre, stesso giorno della scoperta, e mi ha sempre affascinato leggere di questi viaggi di esplorazione, pensare a come potessero immaginare il mondo gli antichi, ecc. Tutto ciò l’ho voluto interpretare in chiave metaforica, come un’avventura, un’esplorazione, verso l’ignoto, che è poi il viaggio della nostra vita. Proprio in questi giorni che in America si abbattono le statue di Cristoforo Colombo, una mia chimera sarebbe quella di scoprire – oggi che ogni spazio terrestre ci è noto – un nuovo mondo dentro e attorno a noi, con il rispetto dell’ambiente e dell’altro.