di Mariolina Bertini

Nella sua recente biografia di Elsa Morante, tradotta per Neri Pozza da Sandra Petrignani, René de Ceccatty non nasconde un certo fastidio davanti al linguaggio a suo parere troppo aulico e artificioso di Menzogna e sortilegio, cui preferisce di gran lunga la scrittura più sobria de L’Isola di Arturo. Nonostante le sue riserve, però, cerca per il linguaggio del primo romanzo della scrittrice una sorta di giustificazione:

Nell’adottare una sintassi e un lessico decisamente antiquati, che a momenti danno l’impressione si stia leggendo un libretto d’opera, Elsa Morante intendeva affermare un deciso rifiuto per il realismo dominante e situare le storie d’amore dei personaggi in una narrazione atemporale. Il progetto era di trasportare i lettori in un universo totalmente altro.

È una spiegazione che potremmo definire contenutistica: guarda al rapporto tra i lettori e le “storie d’amore” contenute nel romanzo. Tra queste storie d’amore, lascia però nell’ombra la più importante: quella dell’autrice con l’eredità letteraria dell’Ottocento italiano. È l’amore di Morante per la lingua di Manzoni e di Leopardi – e anche, come vede bene Ceccatty, per quella dei libretti d’opera – che trasforma Menzogna e sortilegio in una prodigiosa camera degli echi, in una caverna incantata dove il sortilegio più carico di seduzione è quello che racchiude nella voce della narratrice tutte le voci amate di una tradizione sottratta al grigiore e alla routine delle antologie scolastiche e dei manuali. 

Mi pare sfugga a Ceccatty la dimensione sperimentale della lingua di Menzogna e sortilegio; ma va detto che non è sempre facile riconoscere la sperimentazione quando non intervengano a segnalarla manifesti, proclami o dichiarazioni esplicite di poetica. Ha ben risolto questa difficoltà l’editore della novella di Ezio Sinigaglia L’imitazion del vero (Terrarossa 2020), inserendola nella collana Sperimentali; ha così sottolineato, fin dal paratesto, la peculiarità di quest’opera che ha come contrainte la resurrezione della lingua e delle modalità narrative del Boccaccio. Si tratta dunque di un pastiche; ma di un pastiche che, come quelli di Balzac e di Proust, non si limita ad offrire al lettore il divertimento e l’emozione di riconoscere i tratti del modello colti con sbalorditiva empatia. Proust si serviva del pastiche per fare – parole sue – della “critica letteraria in azione”; Balzac per calarsi nei panni di Rabelais e mettere così in scena nei  Contes drolatiques situazioni scabrose che le convenzioni del suo tempo escludevano dalla Commedia umana. Più prossimo qui a Balzac che a Proust – che per altro sappiamo dal Pantarei essergli particolarmente caro –, Ezio Sinigaglia prende a prestito il lessico e la sintassi di Boccaccio per raccontare una favola di cui l’erotismo è il tema centrale, anche se non l’orizzonte esclusivo; e come Balzac guardava con nostalgia all’età di Rabelais, meno puritana di quella di Guizot, così Sinigaglia si trova forse più a suo agio nel mondo di Boccaccio e di Guido Cavalcanti che in quello attuale,  in cui l’enfasi  teorica sui diritti civili e sulla correttezza politica è sinistramente controbilanciata dal linciaggio mediatico di figure come Woody Allen, Kevin Spacey o James Levine.

Il periodo storico che fa da sfondo a L’imitazion del vero  – un  Quattrocento italiano evocato per tocchi minimi, senza pedanteria – non è certo un’epoca priva di costrizioni e di pericoli per gli uomini attratti dalle “graziose sembianze” dei giovinetti. Lo sa bene mastro Landone, falegname e fabbricante di macchine che ricordano quelle di Leonardo da Vinci: “castighi vergognosi e terribili” sono previsti dalla legge per il peccato di sodomia, e gli ecclesiastici non esitano a evocare per quella colpa le fiamme dell’inferno, tanto dal pulpito quanto nel segreto del confessionale. Quando dunque a mastro Landone si presenta, offrendosi come apprendista, un adolescente di straordinaria bellezza, il geniale artigiano dissimula il proprio turbamento e nasconde il desiderio che lo infiamma. Mastro Landone ha l’aspetto di un biondo gigante barbuto, mentre il ragazzo è soprannominato Nerino per il colore degli occhi e dei capelli:

Era colui un giovinetto , nero d’occhi e di pelo com’un saraceno, e di sorriso invece bianchissimo, talché, nel contrasto, più bianca ancora la parte bianca appariva, e più nera la nera. E ciò non pertanto non si facevan quei due contrarii colori dentro il corpo del fanciullo guerra nessuna ma, siccome è virtù della Natura nelle sue prove meglio perfette, la luce dei denti coll’ombra degli occhi mirabilmente si fondeva in un amoroso abbraccio donde l’incanto della pelle nasceva. Ché scura era la sua tinta, che dal nero degli occhi sembrava prender forza, e chiaro il suo riflesso, che dal biancheggiar del riso il nutrimento traeva, sì che, nel sol di marzo, egli siccome un fanciullo di bronzo e d’oro rifulgeva.

A differenza dell’allievo prediletto di Leonardo da Vinci, Salaì, tanto fascinoso quanto inaffidabile, Nerino si rivela un eccellente apprendista, e trasmettergli i segreti della sua arte è una gioia per mastro Landone. Ma, come direbbe Truffaut, “è una gioia e una sofferenza”, perché nell’intimità quotidiana con l’adorabile adolescente il desiderio amoroso del maestro si fa irresistibile e torturante. Per riuscire a placarlo senza incorrere nei castighi previsti per la sodomia, mastro Landone ricorre al proprio genio e imbocca la strada dell’inganno e dell’artificio. In un primo tempo, riesce ad arrivare ai propri fini attraverso una sorta di macchina erotica: una botticella in cui Nerino, inconsapevole, si cala nell’oscurità ed espone alle più deliziose carezze la parte inferiore del proprio corpo. Ma può l’amore, autentico quanto violento, di Landone appagarsi di piaceri così incompleti,  che d’altronde Nerino, nella sua inconsapevolezza, attribuisce alla misteriosa magia della botticella? La via dell’artificio conduce a una soddisfazione meccanica delle pulsioni nella quale non può esaurirsi il desiderio di un amante appassionato. Altrettanto deludente si rivelerà la creazione di un Nerino meccanico, splendido automa d’oro e di bronzo dotato di tutte le apparenze della vita.  Perché il gigante biondo e il fanciullo nero conoscano una vera comunione d’amore, la via dell’artificio dovrà essere abbandonata e Nerino dovrà conoscere, nella carne e nell’anima, non soltanto il piacere ma il dolore cocente della nostalgia e del rimorso, del tradimento e della gelosia. Grazie a questa sofferenza, che trasforma e umanizza i rapporti tra l’adolescente e il suo maestro, mastro Landone arriverà al compimento del suo amore, e a una felice vita comune con il suo giovane discepolo, vita il cui versante erotico resterà celato agli occhi  della legge e dei pudibondi concittadini.

L’eros pedagogico che lega il maestro a un fanciullo, centrale nella civiltà dell’antica Grecia, è avvertito dalla sensibilità odierna come un terreno equivoco e pericoloso. La scelta di Ezio Sinigaglia di adottare per la sua novella il lessico e la sintassi del Decamerone opera un opportuno distanziamento, un po’ come il linguaggio adottato da Elsa Morante in Menzogna e sortilegio ne proiettava i personaggi in un mondo di fiaba. Ma, come in Menzogna e  sortilegio, anche ne L’imitazion del vero la peculiarità del linguaggio adottato ha un significato ulteriore. La favola insiste prima sulle seduzioni dell’artificio e poi sulla sua insufficienza; analogamente il lettore in un primo momento è affascinato, direi quasi ipnotizzato dalla perfezione tecnica del pastiche medioevaleggiante. Di quella perfezione però si accorge presto che non può accontentarsi: il pastiche diventerebbe stucchevole se si limitasse al calco, all’esatta riproduzione del modello. È proprio quello che Ezio Sinigaglia riesce a evitare, imboccando la via di una riproduzione fortemente creativa, innervata di una poesia e di un’ironia tutte sue; al pari di messer Landone, sapendo condurre l’artificio a una perfezione eccelsa, sa anche emanciparsene con la più elegante sprezzatura. E il suo omaggio a Boccaccio (e a Leonardo) è proprio come l’omaggio di Balzac a Rabelais: un omaggio alla piena, inebriante libertà dell’invenzione e al disprezzo irridente di ogni censura.