di Mariolina Bertini

Nel 2007 Renato Venturelli pubblicava, da Einaudi, un libro destinato a diventare una preziosissima opera di consultazione: L’età del noir. Ombre, incubi e delitti nel cinema americano, 1940-1960.  La sua ricostruzione si arrestava alle soglie degli anni ’60: aveva come punto d’arrivo il tramonto del classico noir in bianco e nero, di ambientazione rigorosamente metropolitana, popolato di gangster, reduci di guerra, spregiudicati detectives e fascinose dark ladies.

Ma il momento in cui il noir classico si esaurisce come genere, esce per così dire di mercato, è anche il momento in cui rinasce come prestigiosa iconografia senza tempo. Pensiamo al Jean-Paul Belmondo di Fino all’ultimo respiro di Godard (1960): in lui è proprio l’eroe del noir che torna in vita, “con il suo disincanto – dice Venturelli –, la sua carica di mitologia cinefila e la sua marginalità rispetto alla società ufficiale”. È l’icona anarchica di una generazione, ma è anche l’incarnazione di un cinema che attinge al passato per cercare strade libere e nuove; di un cinema che si propone di smontare il racconto tradizionale, di sovvertirne la linearità, ma senza perdere di vista quegli archetipi di cui continua ad avvertire la potente e irresistibile fascinazione. A partire dagli anni sessanta, la storia del noir sarà dunque una storia di riletture, interpretazioni, rifacimenti, omaggi e parodie. I capolavori degli anni ’40 e ’50 saranno instancabilmente rivisitati e diventeranno una fonte inesauribile di ispirazione tanto per gli autori emergenti, quanto per alcuni maestri impegnati in un percorso cominciato anni prima. L’ottica del noir, con il suo realistico pessimismo, si rivelerà perfetta per descrivere le trasformazioni della società e del mondo criminale, le nuove frontiere della corruzione e della violenza; gli eroi noir, con le dark ladies e le bad girls che inevitabilmente li accompagnano, si troveranno a loro agio in nuovi imprevisti scenari, come le vertiginose città della fantascienza, le strade di Tokio o gli orizzonti sterminati della provincia profonda degli USA. Di decennio in decennio, però, il rapporto degli autori e del pubblico con quel grande serbatoio di temi e di emozioni che è l’immaginario noir subirà continui cambiamenti. Quel che troviamo nel nuovo libro di Renato Venturelli (Cinema noir americano 1960-2020 Pulp, crime, neo-noir, Einaudi, Torino, 2020, pp. 472) è proprio la ricostruzione attenta di questi cambiamenti e uno sforzo costante di spiegarne storicamente le motivazioni.

Negli anni sessanta e settanta, il cinema classico è ancora troppo vicino per suscitare struggenti nostalgie. Il filone gangsteristico e quello poliziesco riprendono allora le tematiche noir, ma non in chiave nostalgica, bensì aggiornandole radicalmente; lo esige il contesto di  un mondo trasformato dalle controculture giovanili e dal tramonto del codice Hays e del suo moralismo. Quando Robert Altman riporta sullo schermo nel 1973 Il lungo addio di Chandler, con Elliott Gould, non si propone affatto di rendere omaggio alla mitologia hardboiled. Vuole ottenere un effetto di straniamento, e immerge il suo Philip Marlowe nella Los Angeles contemporanea, tra feste ispirate alla cultura dei figli dei fiori e ragazze bellissime che inseguono la liberazione attraverso la danza. Anche il Polanski di Chinatown (1974), benché rievochi atmosfere e ambienti degli anni ’30, non compie affatto un’operazione nostalgica:

All’interno di una costruzione modellata sui noir classici, inserisce una tragedia potente, che ricollega l’America contemporanea alla sua storia.

Analogamente, lo Scorsese di Taxi Driver (1976) non racconta la solitudine urbana rifacendosi alla grande eredità del cinema di genere; mescola invece onirismo e iperrealismo con risultati fortemente innovativi.

Tutto cambia con gli anni ottanta. Il pubblico, innanzitutto. Chi ha venti o trent’anni negli anni ottanta, ha visto in televisione dosi massicce di noir degli anni quaranta e cinquanta; ama riconoscerne gli archetipi e ritrovarne le atmosfere, cui il tempo trascorso ha aggiunto una patina di suggestione. L’intreccio di tecniche e generi sfocia nel contempo in turbolente trasformazioni del linguaggio:

L’irruzione di spot, videoclip, cartoon, iconografia del fumetto, porta a una nuova riflessione sulla natura dell’immagine, cui partecipa il diffuso citazionismo, e cioè immagini che rimandano ad altre immagini, racconti che rinviano ad altri racconti. In questa prospettiva anche sequel e remake si pongono come continue variazioni sull’idea di copia, testi replicanti che rinviano sempre ad altri testi dietro e sotto di sé.

Trionfano gli “effetti speciali”, mentre le poetiche post-moderne incoraggiano ogni tipo di operazione citazionista. Si va dal recupero del noir “come rivendicazione del desiderio in tutta la sua amoralità” in Brivido caldo di Lawrence Kasdan (1981), alla ripresa dell’hardboiled nella direzione “allegramente pop” di Chi ha incastrato Roger Rabbit di Zemeckis (1988). L’eroe di Blade runner (1982) trasferisce in un futuro distopico la psicologia tormentata dei detective di Bogart o di Mitchum, portandola all’estremo: arriva a dubitare non, come loro, del proprio ruolo sociale o delle proprie scelte etiche, ma della sua stessa identità umana. In questo “decennio delle contaminazioni”, i Coen e David Lynch danno il loro contributo a un paesaggio in cui tutte le formule si intrecciano e si ibridano; il clima creativo è euforico, anche se in molti casi, nota Venturelli, il noir smarrisce il suo carattere di controcanto critico per integrarsi in un sistema produttivo idealmente già rivolto al piccolo schermo e al mercato crescente dell’home video.

Segnati dalla rapida progressione del digitale, gli anni novanta vedono una sorta di estremizzazione della tendenza del decennio precedente alla narrazione di secondo grado, alla frammentazione del soggetto, alla combinazione di generi svuotati del loro senso. Con Pulp fiction (1994) il mix inedito di citazionismo e violenza estrema sfocia in una sorta di deflagrazione dell’immaginario noir da cui nasce un nuovo tipo di racconto, all’insegna del distacco ironico e di un uso ludico degli stereotipi consacrati. Ma tendenze molto diverse coesistono con il fortunatissimo filone pulp: basti pensare a I soliti sospetti (1995) di Bryan Singer, di cui Venturelli offre una lettura magistrale. Nella costruzione ambigua e artificiosa de I soliti sospetti legge infatti non un’elegante riproposta dei colpi di scena mozzafiato del noir classico, ma “lo smascheramento della narrazione e del cinema, della parola e dell’immagine, come fascinazione e inganno”. Il cinema degli anni novanta riflette spesso su se stesso. I noir di Lynch, ad esempio, nota ancora Venturelli, “non riguardano solo l’enigma dell’immaginario tra realtà e sogno ma comprendono sempre anche il principio della sua rappresentazione”.

Per ragioni di spazio, non seguirò Venturelli nel ventunesimo secolo, dove “c’è chi si rifà al noir classico aggiornandolo, chi lo utilizza per incrinare ulteriormente le convenzioni narrative, chi lo combina con le nuove prospettive della virtualità, del web e del digitale”. La sua ricostruzione si chiude con The Irishman (2019) di Scorsese, “epilogo funereo” dell’epopea aperta da Mean Streets e di quel grande cinema americano “di cui Scorsese è uno degli estremi interpreti e depositari”. Il lettore, arrivato a questo punto, ha l’impressione di dominare dall’alto un paesaggio sterminato: è il territorio del noir cinematografico americano di cui Venturelli è in Italia, credo, il massimo conoscitore. La sua esplorazione rende costantemente conto della complessità del fenomeno studiato e delle diverse interpretazioni critiche che ne sono state fornite. Non solo: dietro l’opera dei registi, la più visibile per il pubblico non specialistico, studia attentamente il lavoro degli sceneggiatori, l’apporto dei romanzieri che agli sceneggiatori hanno fornito spunti e materia, i condizionamenti di un sistema produttivo in continua trasformazione. Ne risulta un’immagine a tutto tondo di un genere di cui ogni giorno sperimentiamo, nella nostra vita di spettatori, la sterminata ricchezza, l’infinita varietà e la longevità impressionante, a cavallo di due secoli.