Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in diverse puntate)

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CAPITOLO NONO

“Poniamo che superato ogni ostacolo, aiutato il tuo valore dalla fortuna, tu consegua non solo celebrità, ma gloria, e non dopo la morte, ma in vita. Vediamo che frutto ne ricaverai. Innanzitutto, quel desiderio degli uomini di vederti e conoscerti di persona, quell’essere mostrato a dito, quell’onore e quel rispetto mostrato dalle persone con atti e parole, cose in cui consiste la massima utilità della fama che nasce dagli scritti, parrebbe che più facilmente dovessero trovarsi nelle città piccole che nelle grandi, dove gli occhi e gli animi sono distratti e rapiti parte dalla potenza, parte dalla ricchezza, e solo in ultimo dalle arti che servono a intrattenere e rallegrare della vita inutile. Ma poiché le città piccole mancano per lo più di mezzi e di sussidi per cui qualcuno raggiunga l’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine, e poiché tutto il raro e il pregevole conviene e si aduna nelle città grandi, ne consegue che le piccole, di rado abitate dai dotti, e prive solitamente di buoni studi, sogliono tenere tanto poco conto, non solo della cultura e della sapienza, ma della stessa fama che qualcuno si è procurata con questi mezzi, al punto che l’una e le altre in quei luoghi non generano neppure invidia. E se per caso qualche persona notevole, o anche straordinaria per ingegno e studi, abita in luogo piccolo, esservi l’unica, non soltanto non le accresce pregio, ma le nuoce al punto che, spesso, pure se famosa fuori, in quei luoghi, è la persona più trascurata e oscura. Come, dove l’oro e l’argento fossero ignoti e senza pregio, chiunque, privo d’ogni altro avere, ma che abbondasse di questi metalli, non sarebbe più ricco degli altri, anzi poverissimo, e considerato tale, così, dove il genio e la cultura non si conoscono e, quindi, non si apprezzano, qui, seppure ci sia qualcuno che ne abbondi, questi non ha possibilità di superare gli altri e, se non ha altri beni, è considerato privo di valore ed è così lontano da poter essere onorato in simili luoghi, che spesso vi è reputato superiore a quanto è, eppure non è minimamente stimato. Al tempo che, ragazzino, tornavo talvolta nella mia piccola Bosisio, sapendo che studiavo, e mi esercitavo un po’ nello scrivere, le persone del luogo mi reputavano poeta, filosofo, fisico, matematico, medico, avvocato, teologo ed esperto di tutte le lingue del mondo. E m’interrogavano senza fare minima differenza su qualunque punto di qualsiasi disciplina o lingua. Ma non per questo mi stimavano molto, anzi mi credevano molto inferiore a tutti i dotti degli altri luoghi, ma se permettevo dubitassero che la mia cultura fosse solo un po’ meno smisurata di quanto essi pensavano, scadevo ancora moltissimo nella loro considerazione e alla fine si persuadevano che la mia cultura non fosse superiore alla loro. 
Nelle città grandi, per quanti ostacoli si frappongano sia ad acquistare gloria, che a poterne poi godere il frutto, non ti sarà difficile giudicare da quel che ho già detto. Ora aggiungo che, benché nessuna fama sia più difficile meritare che quella di egregio poeta o di scrittore ameno o di filosofo, alle quali tu miri di più, nessuna però risulta meno fruttuosa. Non ti sono ignoti i lamenti perenni, gli esempi antichi e i moderni della povertà e delle sventure dei poeti sommi. In Omero, tutto, per cosi dire, è vago e leggiadramente indefinito, dell’opera e di lui stesso: la sua patria, la vita, ogni cosa, è un mistero impenetrabile agli uomini. Solo, in tanta incertezza e ignoranza, una tradizione costante sostiene che Omero fu povero e infelice, come se la fama e la memoria dei secoli avessero voluto confermare che il principe della poesia avesse avuto sorte uguale agli altri grandi poeti. Ma, tralasciando altri beni, per dire solo dell’onore, nessuna fama è meno onorevole e meno utile a essere reputato superiore agli altri, quanto quelle appena dette. Forse perché la moltitudine delle persone che le ottengono senza merito e la stessa immensa difficoltà di meritarle tolgono pregio e fiducia a tali reputazioni, o piuttosto perché quasi tutti gli uomini appena coltivati, credono avere, o poter facilmente acquistare, tanta conoscenza e capacità in letteratura e in filosofia, che non riconoscono molto superiori a sé quelli che veramente valgono in queste cose, o forse per entrambe le ragioni. Certo è, che aver fama di mediocre matematico, fisico, filologo, antiquario, di mediocre pittore, scultore, musico, di essere mediocremente versato anche in una sola lingua antica o inusuale fa ottenere presso gli uomini, anche nelle città migliori, molta più considerazione e stima di quanta se ne ottiene per essere conosciuto e celebrato dai competenti come filosofo o poeta insigne, o come eccellente scrittore. Così le due materie più nobili, più faticose da acquistare, più straordinarie, più stupende, le due sommità, per così dire, dell’arte e della scienza umana, intendo la poesia e la filosofia, sono attraverso chi le professa, specie oggi, le facoltà più neglette del mondo, posposte anche alle arti manuali, perché nessuno presume di possedere qualcuna di queste non avendola perseguita, né di poterla perseguire senza impegno e fatica. Infine, il poeta e il filosofo non colgono in vita altro frutto del loro ingegno, altro premio dei loro studi, se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo numero di persone. E anche questa è una delle molte cose nelle quali la poesia converge con la filosofia, povera anch’essa e nuda, come canta il Petrarca, non solo di ogni altro bene, ma di riverenza e di onore.”