Gettone n. 9 – 1952-2021

Italo Calvino, Il visconte dimezzato (1952-2021)

«Originale»:

Italo Calvino non è al suo primo libro, e nemmeno è scrittore misconosciuto dal pubblico o trascurato dalla critica. Anzi egli è l’unico, di quanti hanno cominciato a scrivere dopo il ’45, che possa considerarsi già affermato. Ma la generazione letteraria cui Calvino appartiene passa tutta per neo-realista e Calvino corre il rischio di passare semplicemente per l’unico buono tra i neo-realisti della seconda ondata. Mentre egli ha interessi che lo portano in più direzioni: la sintesi delle quali può prender forma (senza che cambi né di merito né di significato) sia in un senso di realismo a carica fiabesca sia in un senso di fiaba a carica realistica. Stavolta Calvino ci dà un libro in quest’ultimo senso, traendo dall’odierna realtà quotidiana interpretazioni fantastiche d’una forza spesso non inferiore a quella degli arzigogoli e arabeschi che rendono tuttora appassionante la lettura, per esempio, del barone di Munchausen. A chi ritiene Calvino fermo sulle posizioni raggiunte ne Il sentiero dei nidi di ragno e in Ultimo viene il corvo riuscirà libro «nuovo» e noi ci gioviamo d’un tal modo di giudicare per avere il piacere di pubblicarlo in questa collezione di «nuovi». Ricordiamo che Italo Calvino è ligure e che ha ventinove anni.

Elio Vittorini

«Riscrittura»:

Febbraio 1952. Nella neonata collana dei “Gettoni” Einaudi esce Il visconte dimezzato.

Il ventottenne Italo Calvino ha vissuto l’esperienza della guerra partigiana, cui darà voce nel suo romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), e in parte dei racconti di Ultimo viene il corvo (1949).

Già intorno al ’46 viene accolto dal gruppo di intellettuali che è motore e simbolo della casa editrice torinese, guidato da Elio Vittorini e Cesare Pavese.

Il visconte dimezzato è il primo atto della trilogia calviniana I nostri antenati, seguito da Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959), poi riuniti in volume nel ’60.

Le tre storie sono “inverosimili”, si svolgono in epoche lontane e in paesi trasfigurati dall’immaginazione, seppure segnati dalla Storia.

Questi romanzi brevi sono infatti fantastici/allegorici/filosofici, e si prestano a varie altre letture: politica, teologica ecc., pur rimanendo godibili anche per i lettori più giovani.

Il Visconte dimezzato è Medardo di Terralba e l’accadimento che darà la svolta alla storia lo sorprende durante la sua prima battaglia nella campagna di Boemia contro i Turchi. Egli viene tagliato in due per lungo da una palla di cannone nemica. Che ne sarà di lui è la domanda che corre per tutto il racconto, sottotraccia, e riemergerà nel finale.

Un cenno al capitano James Cook ci fa capire che siamo nel XVIII secolo, ma non è la verità storica che interessa a Calvino, almeno non qui.

A differenza che nel Sentiero dei nidi di ragno, infatti, il sangue dei morti non è orrore, il Visconte detto il Gramo infligge “patiboli e tormenti” agli esseri senzienti e alla natura, ma la loro narrazione non stringe il cuore di chi legge. Questi gesti sono la sua “firma” e lo stesso vale, in modo speculare, per il Buono.

La vicenda evoca la ricca letteratura sul doppio, l’amato Robert Louis Stevenson in primis, ma Calvino, da uomo del Novecento, ci porta dove il bianco è sfumato di nero e il nero ha tracce di bianco. Non c’è un male assoluto e un bene costituito di pura luce. Per questo anche i valori indubbiamente positivi incarnati dal Buono hanno un risvolto inaspettato.

I tre protagonisti della trilogia sono due adulti e un ragazzo, ognuno a suo modo “mutilato, incompleto, nemico a se stesso”.

Essi incarnano altrettanti “gradi d’approccio alla libertà”, che accostati formano in controluce un disegno complessivo.

Il Cavaliere inesistente, Agilulfo, paladino di Carlo Magno, è un’armatura vuota mossa dalla volontà e il suo aderire con perfetto zelo alle norme militari e cavalleresche è il solo modo per “essere”, per trovare forma e senso.

Il cerchio – che passa per il Visconte dimezzato – è chiuso dal Barone rampante. Cosimo Piovasco di Rondò, salito a dodici anni sugli alberi dopo aver rifiutato un piatto di lumache al desco paterno, cercherà la propria singolare ed erta strada pur di non lasciarsi plasmare da un mondo a cui non appartiene più.

Calvino riconosce nell’uomo, nella società del suo tempo, e anche in se stesso, questo disagio, ma come ogni vero classico, toccando corde universali, scrive un libro, in tre libri, “che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Claudia Carra

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