Gettone n. 47 – 1956-2021

Manlio Cancogni, La carriera di Pimlico (1956-2021)

«Originale»:

Il primo ad aver giurato sulle qualità letterarie di Manlio Cancogni è stato Carlo Levi, intorno al 1945. Tuttavia Cancogni non ha finora pubblicato alcun libro. Nato a Bologna nel 1916 si è fatto notare con dei racconti apparsi su riviste: brevi su Letteratura», lunghi su Botteghe Oscure». Ma anche, e sempre di più, con dei servizi giornalistici: nella fiorentina «Nazione del Popolo» di subito dopo la guerra, poi nell’«Europeo» di Benedetti, nel romano «Cronache» tutto lo scorso anno, e ultimamente nell’«Espresso». Egli è oggi, in effetti, tra i più apprezzati giornalisti della nuova scuola italiana che, sotto influenze diverse (da quella dei libri di Carlo Levi a quella dell’assillante attività revisoria di Arrigo Benedetti), sembra avviata a riportare nel giornalismo un rigore di vocazione, per stile, per metodo, per amore delle cose quali sono, e insieme per impegno civile. Ma il campo che più interessa Cancogni nel suo mestiere è quello sportivo, dove chi è fornito, come lui, di facoltà raffigurative ha sempre modo di esplicarne almeno una parte. Non meraviglierà dunque se di due libri narrativi che Cancogni ci ha consegnati pubblichiamo per primo questo che tratta di cavalli da corsa. In ogni caso, per l’Italia, è il più nuovo dei due. In altre letterature vi sono dei grandi scrittori che hanno raccontato di cavalli: Sherwood Anderson, William Faulkner… In Italia è con Manlio Cancogni che si arriva infine a guardare nelle faccende degli uomini attraverso il mondo entro a cui si allevano i cavalli. Ma (con personaggi come i cavalli Pimlico, Varedo, Marlù, Fantasio, Bendigo, o come la ragazza Gaby che si mette a fare la prostituta per mantenere un cavallo) la visione che se ne ha risulta subito molto «italiana» e attuale, pur nella patetica nitidezza di verde e di fresco che conserva dai classici del genere.

Elio Vittorini

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«Riscrittura»:

Vittorini presenta Manlio Cancogni citando Faulkner e Anderson, ma non per esempio l’Hemingway di Il mio vecchio o, per quanto riguarda l’Italia, il Pavese di Le feste, in Feria d’agosto, racconti entrambi dedicati ai cavalli e alle corse, e già pubblicati per Einaudi. Avrebbe potuto aggiungerne altri, benché il tema non fosse – e non sia – così famigliare ai lettori. La carriera di Pimlico è però un libro diverso: il mondo degli ippodromi, raccontato da uno scrittore che lo conosce molto bene, è sì centrale, eppure nello stesso tempo è un gioco di trasparenze e rinvii.

 La vicenda di un purosangue “riluttante”, che sostanzialmente non vuole prevalere, vincere, trionfare, e dei suoi compagni che nelle loro dinamiche rappresentano e soprattutto costituiscono una dinamica del tutto umana sarà semmai riconducibile agli Houyhnhnm di Swift. E non è detto che non siano proprio questi, cavalli sapienti e molto umani dai comportamenti civilizzati – a differenza degli uomini, i barbari Yahoo –, il vero riferimento implicito.

Cancogni, giornalista avventuroso e affermato non solo per quanto riguarda lo sport (ha appena pubblicato la celebre inchiesta sulla speculazione edilizia a Roma, che l’Espresso titolò Capitale corrotta nazione infetta) propone nel romanzo d’esordio una sorta di autoritratto ironico e mediato dall’apologo, come l’incunabolo di un’autofiction, categoria allora ignota: e anche uno scenario che narra l’Italia post bellica, dove infine sarà pur possibile, come dice Vittorini, ed è questo che giustamente gli intessa sottolineare, “guardare nelle faccende degli uomini attraverso il mondo entro a cui si allevano i cavalli”. Per lo stesso motivo, ora quel libro è un pezzo della nostra storia. E anche, soprattutto, di un canone italiano che non risente del tempo.

Mario Baudino