di Carlo A. Palazzi

Mi piace iniziare con due premesse.

In primo luogo, il titolo (Lady Chevy, traduzione di Michele Martino, NN Editore 2021, € 18). Se Chevy è il soprannome crudelmente attribuito alla giovane protagonista Amy poiché il suo posteriore di ragazza obesa ricorda quello di una Chevrolet, perché definirla anche Lady, visto che parliamo di una diciottenne? Perché non Miss Chevy o Chevy Girl o semplicemente Chevy? Anche nel corso del romanzo solo rare volte lei viene chiamata lady. E su ciò tornerò dopo.

In secondo luogo, questo brillante romanzo di esordio non chiamiamolo thriller, giallo, noir orrorifico, o simili. Relegandolo nella narrativa “di genere”. Escludendolo, perciò, a priori dall’interesse di una più ampia fetta di lettori e dall’ambire a quelli che sono i premi letterari non settoriali.

Lady Chevy è un’opera di grande complessità, che certo potrà piacere ai cultori del noir, anzi, addirittura entusiasmarli, ma che si presta ad ulteriori, e non secondari, livelli di fruizione e di interpretazione.

Il tutto si svolge in una recondita regione degli Appalachi, in Ohio. Sconosciuta ai più, anche all’interno dello stesso Stato. Una zona rurale che da paradiso naturale fatto di prati, boschi, fiumi e laghi si è trasformata in un territorio mefitico, nel quale il terreno e l’acqua vengono costantemente avvelenati. Ciò, dopo che parecchi degli abitanti hanno ceduto i diritti minerari – per la estrazione di gas ed idrocarburi- alla Demont. Che si è ben guardata dal renderli edotti su quali sarebbero poi state le effettive conseguenze della loro decisione.

Amy vive, in una situazione al limite dell’indigenza, a Barnesville, cittadina al centro di tale zona. Con una famiglia a dir poco singolare, per le negatività di cui è carica. Un padre di buon cuore ma assolutamente inetto. Una madre di 130 chili che lo tradisce apertamente e che risente, nel suo modo di pensare, dell’educazione ricevuta dal proprio padre, un ex pezzo grosso del KKK. Protagonista, nel passato, di feroci e mai puniti delitti a carico della gente di colore. Ed un fratellino che soffre di una epilessia attribuita a cause genetiche ma sulla quale, comunque, aleggia anche un possibile effetto dell’inquinamento. 

Sfottuta da tutti per il suo aspetto fisico – specie dai coetanei, che in molti si destreggiano fra sesso, alcol e droga – Lady Chevy ha due soli amici, Paul e Sadie, coi quali si frequenta sin da piccola ed, in testa, l’idea fissa di andarsene da Barnesville. Sa benissimo che potrà raggiungere il suo scopo soltanto iscrivendosi alla facoltà di veterinaria. Ed è pronta a servirsi di ogni mezzo pur di riuscirvi.

L’unico personaggio della sua cerchia familiare che le fornisce un minimo supporto reale – di cui fa parte l’iniziazione all’uso delle armi – è lo zio acquisito Tom. Anche lui un suprematista bianco filo-nazista al pari del suo amico, poliziotto anomalo, Hastings, laureato in filosofia, che svolgerà un ruolo di primissimo piano nell’ambito della vicenda.

L’elemento che farà deflagrare – di nome e di fatto – la vita di Amy sarà l’attentato ad un deposito di scorie liquide della Demont. Nel quale lei si troverà coinvolta. Con la nascita del conseguente tragico conflitto, interiore e pratico, tra il perseguimento del suo ambizioso progetto di vita e l’ammissione delle proprie responsabilità che ne causerebbero la vanificazione.

Riguardo a questo libro, ho letto diversi paragoni, tra i quali quello con Hitchcock che per più versi mi sembra calzante, ma ciò a cui esso mi ha fatto più pensare è una tragedia shakespeariana. E il personaggio di Lady Chevy a quello di una altra famosa Lady: Lady Macbeth. Una moderna Lady Macbeth, seppure più giovane e ancora meno granitica. Voglio fantasticare che a ciò abbia potuto pensare anche l’Autore nell’ideare il titolo. Nel chiamarla Lady invece di Miss.

Mentre, più realistico, mi sembra un possibile intento irrisorio nell’attribuire il nome di Zio Tom ad un razzista sfegatato.

Dicevamo di non considerare questo romanzo solo un noir. Anche la prosa, fatta di precise descrizioni (pure delle situazioni più violente), ambientazioni e caratterizzazioni dei personaggi accurate, fini approfondimenti degli stati d’animo, similitudini mai forzate, dialoghi di un’acutezza ed un realismo strabilianti, depone in tal senso. E di sicuro effetto è, ancora, il passaggio dalla prima persona, impiegata nei capitoli con Amy protagonista, alla terza applicata in quelli incentrati sulla figura del poliziotto Hastings.

Ho partecipato – come uditore – ad un incontro on-line con l’Autore e mi è sembrato di percepire che egli, come non di rado succede ai migliori, non abbia ancora realizzato appieno il valore di questo suo libro.

Oltre ad essere un’eccellente ed emozionante opera di narrativa, Lady Chevy si presenta come una coinvolgente e stimolante analisi socio-politica e antropologica di quel microcosmo della provincia americana, pericolosamente conservatore, nel quale lo stesso Woods è cresciuto.

Congratulazioni, quindi, a lui nonché a NN per questo ennesimo colpo editoriale.

Ed attendiamo il suo prossimo lavoro, augurandogli di riuscire a ripetersi su questi notevolissimi livelli.