Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in diverse puntate)

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CAPITOLO UNDICESIMO “Ma infine, cos’è questo ricorrere alla posterità? Certo la natura dell’immaginazione umana comporta che si abbia dei posteri concetto più alto e migliore che dei contemporanei e anche dei precedenti, solo perché chi ancora non esiste non si può conoscere, né per frequentazione né per fama. Ma, secondo la ragione, e non l’immaginazione, crediamo davvero che i posteri debbano essere migliori di quelli che sono venuti prima? Io credo piuttosto il contrario, e ritengo vero il proverbio che dice “il mondo invecchia peggiorando”. Miglior condizione mi parrebbe quella degli uomini egregi se potessero appellarsi ai passati; i quali, secondo Cicerone, non furono in numero inferiore a quello dei posteri, e per virtù furono assai superiori. Ma certo il più valoroso uomo di questo secolo non riceverà dagli antichi alcuna lode. Si ammetta che i posteri, in quanto saranno liberi dalla competizione, dall’invidia, dall’amore e dall’odio, non già fra sé stessi, ma verso noi, saranno più certi estimatori delle cose nostre dei contemporanei. Forse anche per gli altri aspetti saranno migliori giudici? Pensiamo forse, per dire solamente degli studi, che i posteri avranno maggior numero di poeti eccellenti, di scrittori ottimi, di filosofi veri e profondi? (poiché si è visto che questi soli possono valutare correttamente i loro simili), ovvero che il giudizio di quelli varrà per la maggioranza di allora più di quello dei nostri contemporanei? Crediamo che le facoltà del cuore, dell’immaginazione, dell’intelletto delle generazioni future saranno nei più superiori a quelle di oggi? 
Per la letteratura non vediamo quanti secoli sono stati sul perverso giudizio, che, disprezzata la vera eccellenza dello scrivere, dimenticati o derisi gli ottimi scrittori antichi o nuovi, hanno amato e pregiato costantemente questo o quel modo barbaro, reputandolo il solo adatto e naturale, perché qualsiasi consuetudine, pure corrotta e pessima, difficilmente si discerne dalla natura? E ciò si trova essere avvenuto in secoli e nazioni per altri aspetti gentili e nobili? Che certezza abbiamo che la posterità loderà sempre i modi dello scrivere che lodiamo noi? Ammesso poi che oggi si lodino quelli che veramente  lo meritano. Certo i giudizi e le inclinazioni degli uomini circa le bellezze dello scrivere sono mutevolissime e varie secondo i tempi, le nature dei luoghi e dei popoli, i costumi, gli usi, le persone. Ora a questa varietà e incostanza necessariamente soggiace anche la gloria degli scrittori. 
Anche più varia e mutevole è la condizione della filosofia e delle altre scienze, sebbene in prima battuta paia il contrario, perché la letteratura riguarda il bello, che dipende in gran parte dalle consuetudini e dalle opinioni, le scienze riguardano il vero, ch’è immobile e non subisce cambiamento. Ma questo vero è celato ai mortali, se non quanto i secoli ne scoprono poco a poco; perciò, da una parte, sforzandosi gli uomini di conoscerlo, ipotizzandolo, abbracciando questa o quella apparenza in sua vece, si dividono in molte opinioni e molte sette, quindi si genera nelle scienze non piccola varietà; d’altra parte, con le nuove notizie e coi nuovi barlumi di verità che si acquistano man mano, le scienze crescono di continuo, per ciò, e perché vi prevalgono in diversi tempi diverse opinioni considerate certezze, esse cambiano spesso forma e qualità. Tralascio il punto della varietà, che forse non è di minore danno alla gloria dei filosofi e degli scienziati presso i loro posteri, che presso i contemporanei. Ma la mutevolezza delle scienze e della filosofia, quanto pensi che rechi danno alla gloria presso i posteri? Quando, per nuove scoperte fatte, o per nuove supposizioni e teorie, lo stato di una o di un’altra scienza sarà notevolmente mutato da quello del nostro secolo, quale stima avranno gli scritti e i pensieri di coloro che oggi in quella tale scienza sono più lodati? Chi legge ora più le opere di Galileo? Certo, furono al suo tempo straordinarie, né forse meglio, né in modo più degno di un intelletto sommo, né con concetti più scelti e illustri, si poteva allora scrivere su quelle materie; eppure, ogni mediocre fisico o matematico di oggi è, nell’una o nell’altra scienza, ben superiore a Galileo. Quanti leggono oggi gli scritti di Bacone? Chi si cura di quelli di Malebranche? E la stessa opera di Locke, se i progressi della scienza quasi fondata da lui saranno in futuro così rapidi, come pare saranno, per quanto tempo sarà studiata? 
La stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica che i filosofi e gli scienziati usano per ottenere la gloria, coll’andare del tempo sono causa di spegnerla o di oscurarla, perché dal progresso ch’essi recano alla loro scienza, e per cui divengono famosi, nascono altri progressi, per i quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più ammirare e venerare in altri una conoscenza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non debba conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che oggi nel sapere sono primi, e non debba molto superare le conoscenze dell’età presente?” 

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