di Carlo A. Palazzi

Se dovessi definire, in una parola, questa raccolta, La metà del doppio, Racconti di Fernando Bermúdez, Traduzione di Giovanni Barone, Spartaco Edizioni, pagg. 133 (postfazione compresa), euro 14 (titolo originale La Mitad del Doble, prima edizione argentina del 1997) di sette racconti (vincitrice dei prestigiosi premi Cortazar e Juan Rulfo), sceglierei il termine spiazzante. Come lo sono molte delle opere di quegli autori caratterizzati dall’essere, oltre che grandi narratori, anche realmente originali.

Sette racconti che partono con una potente immersione nel mondo della disabilità: un protagonista costretto a letto ed il cui unico rapporto umano è, in pratica, quello mediato dalle due assistenti. Entrambe giovani donne inviategli dal sistema sanitario. La passata e l’attuale. La passata, soprattutto, con la quale egli ha sperimentato il sesso e l’amore. Ma con cui s’è pure trovato a condividere un episodio di violenza estrema che ha scavato tra loro un indelebile solco. Sino a generarne la definitiva separazione.

E poi le storie successive, a dipanarsi fra la ricerca di sé stessi e dell’amore; fra l’anima e il corpo, ed il loro rapporto con i luoghi, nuovi oppure consueti; fra la malattia e la sua capacità di essere anomala generatrice di creatività; fra il significato dei sogni e dei presagi nel divenire della realtà quotidiana.

La prosa di Bermúdez, la trasposizione sulla carta del suo processo ideativo, assurge essa stessa a ruolo di protagonista ed avvolge, e coinvolge, il lettore in un tourbillon di sensazioni, dubbi, misteri, magie, compenetrazioni di realtà e immaginazione, salti temporali, talora trame dal sapore “giallo”, continui spiazzamenti e ripiazzamenti, portandolo a giocare, anch’egli, un ruolo emotivamente attivo. Non solo, quindi, di semplice fruitore. Come se l’autore ci dicesse, continuamente, ad ogni passo: viviamola assieme questa storia ed assieme, anche, scopriamo dove ci condurrà alla fine.

Più volte, m’è capitato di sentirmi come immerso in un temporale dai molti fulmini, con lampi che subito t’accecano e tuoni, che, dopo un poco, giungono a rimorchio, per scuoterti nell’intimo.

E poi la capacità di Bermúdez di essere sapiente creatore di frasi, dai più semplici flash: “nel mondo ritagliato dalla finestra del negozio” oppure “un uomo di una cinquantina d’anni intensamente vissuti” a quelle più articolate: “lui ora la ascolta, e le bacia anche i capelli perché non sa baciarle le parole” o anche “non si può conoscere una città, se non se ne attraversano, piano, tutte le piazze. Se non le si ordinano in un elenco e non si capiscano. Se non si danno dei nomi a quelle piazze, anche” e infine: “lui si rende conto che quella moltiplicazione e dispersione dei sé è l’unica maniera che consente alla sua testa di non scoppiare per il peso di tante decisioni.”

Credo, ad ogni modo, che La metà del doppio sia uno di quei libri che, per essere apprezzati appieno, debbano essere riletti. Per quante sono le cose che esso ha da dirci. E che è difficile afferrare tutte assieme, al primo incontro, quando la meraviglia e lo spiazzamento derivanti dall’imbattersi in un’opera talmente singolare possono farti perdere qualcosa, o anche di più. Possono non renderti subito svelati i diversi piani narrativi sui quali le differenti storie si sviluppano. La brevità del testo agevola tale approccio reiterato.

Al coltissimo Giovanni Barone, traduttore ed autore della post-fazione, tutta la mia ammirazione per aver navigato con barra sicura in un mare così insidioso rendendoci al meglio la prosa di Bermúdez. E per avercela correttamente inquadrata, con quanto sapientemente rivelatoci nella post-fazione, nel contesto della letteratura argentina.

All’editore Spartaco, il ringraziamento per averci fatto conoscere questo straordinario e singolare scrittore.