Un figlio di partigiano che vuole che suo nipote sappia. Il nonno è costretto a letto, ha un quaderno ingiallito pieno di appunti, di storie abbozzate; sono le storie di suo padre, sono le storie di un bisnonno che ha fatto la Resistenza. Ci sono in campo quattro generazioni e una posta in gioco altissima: la memoria di quei giorni lontani. Li hanno uccisi, quei due (qui nella splendida lettura di Franco Acquaviva in occasione dello scorso 25 aprile https://www.youtube.com/watch?v=EnigGNPqFkI) è il racconto conclusivo della raccolta di Racconti partigiani: l’ho scritto avendo in mente un mosaico di volti, di narrazioni, di voci. Non è la storia di uno solo ma la storia potenziale di molti. E soprattutto rappresenta la volontà di tramandare quella storia in un mondo – quello di oggi – che è fatto di inesperienza e di virtualità.

Nei miei Racconti partigiani serpeggiano alcuni umori contrastanti; sono storie, quasi tutte, che guardano alla guerra partigiana con gli occhi del presente, con gli occhi di vecchi guerriglieri alle prese con settant’anni di storia accumulati dopo quegli eroici eventi. C’è allora chi guarda con malinconia ai compagni morti in guerra e rimasti eternamente giovani nei cimiteri; c’è chi racconta alla nipotina la liberazione di Borgosesia e sente che quanto è venuto dopo è stato un mondo sbiadito; c’è un vecchio partigiano che va all’ufficio postare a riscuotere la pensione e quell’uomo anziano appare sì come un eroe dei tempi passati ma anche come un eroe stupido (avete capito bene, uno stupido) che credeva che nulla dopo la sua resistenza partigiana avesse avuto valore. Stupido perché, così credendo, riduce i propri giovanili sforzi e i propri sacrifici a un qualcosa che è finito subito, quando invece – con alti e bassi, con ombre e luci – i decenni di storia italiana successiva sono stati il fiore nato da quella lotta e non una postilla di poco pregio. E poi c’è chi, come Angelino, protagonista di questo racconto e figlio di un partigiano, si trova a fare parte di quella prima generazione che vedeva nei padri dei giganti e, superato il complesso di inferiorità, una volta anziano – Angelino è qui un nonno – decide di raccontare facendo le veci di suo padre. E quelle che fa sono ricostruzioni della storia prive di innocenza, a tratti mistificanti, di parte, volutamente di parte (attenzione, però: non di una parte politica piuttosto che di un’altra; qui non si tratta di dire chi sono i buoni e chi i cattivi; si tratta del tentativo, commovente forse fino all’assurdo, di salvare la memoria a tutti i costi, di raccontare all’ascoltatore del presente che la storia partigiana è stata una storia fantastica, straordinaria, meravigliosa. Per questo Angelino, il nonno di Enrico costretto a letto, si ridurrà a inventare, laddove la realtà non è sufficiente, in un estremo e teatrale tentativo non solo di conservare il ricordo ma di depositarlo a forza nel presente, a volte tradendo la verità storica stessa, pur di farlo sentire vivo, come se fosse una cosa appena nata.