Il nome della madre scomparsa è scritto in ultima pagina, in fondo al nuovo romanzo di Camurri (Il nome della madre, NN editore, pp. 174, € 17), che è una malinconica, quasi estenuata quête, un puzzle ove ogni tessera è presente tranne quella di lei, quella della donna per eccellenza, la madre, il cui ritratto vibra in filigrana, pallidissimo, sussurrato con sgomento da chi è rimasto. Lei sparisce a un certo punto lasciando il marito, Ettore, e un figlio piccolo, Pietro, e crea un vuoto quasi innominabile, non per la disperazione (ridotta a incessante conato), quanto per una sorta di pànica frustrazione, di rabbia appesa chissà dove nel cuore dei due maschi inermi.

Camurri, dunque, respira assieme ai suoi uomini abbandonati conducendoci in territori dello spirito assorti in un latente senso di sconfitta e di fievoli tentativi di rinascita che non hanno nulla di tragico nel senso tradizionale del termine, ma tragici, lo sono, in quanto rappresentano senza enfasi la vita così com’è quando le cose vanno male, quando un’assenza diventa regola e determina, per sempre, il nostro vivere senza redenzione. Al marito prima e al figlio poi (il romanzo percorre decenni) è assegnata un’esistenza in minore, tirata avanti con la forza di chi non molla (ma avrebbe potuto farlo), di chi, forse, non ha il coraggio di lasciar andare tutto a rotoli. Sono due uomini ordinariamente incompiuti, reagiscono agli eventi in maniera mai scontata, incapaci di formulare ipotesi controfattuali su come sarebbero andate le cose se lei ci fosse stata ancora, ipnotizzati da se stessi e da ciò che li circonda, la città, il paese di Fabbrico, amato e odiato, il mondo là fuori come un mistero bellissimo, un correlativo oggettivo – a tratti sfasato – dei loro animi.

Perché lei se ne sia andata non è mai chiaro; non lo è per il lettore né per chi è rimasto. Forse lei ha preso le distanze da sua madre Ester, donna d’altri tempi che sopportava quel che c’era da sopportare di un marito con pregi e difetti, gran lavoratore capace di ubriacarsi però – come mille uomini – coprendo il pavimento di vomito, alle tre di notte, dopo una serata al bar con gli amici. Ecco, forse sua figlia non voleva ripeterne il destino, esaurirsi nel ruolo di moglie e madre, come in effetti Ester fa nutrendo larvate pienezze con brandelli di sé, della propria carne, del proprio orgoglio. Un orgoglio di cui, intuiamo, è piena questa donna che fugge e di cui si saprà qualcosa solo a fine libro; uno scontroso orgoglio che ferisce e lascia un vuoto incredulo forse soprattutto nel figlio Pietro, che vivrà l’infanzia, l’adolescenza e poi la vita adulta fra silenzi attoniti – la sua donna sarà Miriam – e, tra litigi e abbracci carichi di non detto, lei e lui scopriranno quant’è fatalmente semplice essere incapaci di riconoscersi, di sincronizzare le proprie gioie, quanto è penosamente facile non provare niente l’uno nei confronti dell’altro, eppure amarsi di un amore privo di definizioni, al di là del bene e, soprattutto, del male, come fu l’amore di e per quella madre fuggita tanto tempo prima e della quale, per anni trascorsi in una sorta di rabbioso letargo, ci si è quasi dimenticati il nome.