Gettone n. 26 – 1954-2021

Sergio Antonielli, La tigre viziosa (1954-2021)

«Originale»:

Non si è mai parlato molto di animali nella nostra letteratura. Almeno non nel senso per cui gli anglosassoni o gli orientali sanno fare dell’animale, e specie della belva, della fiera, una raffigurazione di qualcosa dell’uomo. Certo, non siamo mai stati in un contatto vivo con uno di quei paesi dove la belva, di mare o di terra, è una presenza assidua. E occorreva purtroppo che gli italiani vivessero qualche anno prigionieri in India perché uno di loro potesse scrivere un libro di cui è protagonista una tigre.

Sergio Antonielli è lo scrittore: un romano; un laureato di Pisa; e che si è affermato da tempo come critico e filologo; e che ha pubblicato per giunta due romanzi pieni di grigia civiltà lamentosa: Il campo 29 e La dinastia. Ma è stato tre anni prigioniero in India, un decennio fa; subito dopo gli inverni scanzonati della scuola e l’estate fulminea di El Alamein; e ha sentito a fondo, giovincello come era, la presenza che laggiù tutti sentono. Ora, al suo terzo libro, se n’è ricordato, ed ecco che ci dà un libro imprevedibile, sensazionale. Ci racconta di una tigre dal punto di vista della tigre. D’una tigre che ha preso il vizio di mangiare gli uomini, e perciò s’allontana a poco a poco dalla sua natura spietata, perde la purezza, direi, della sua ferocia, la sua innocenza, e diventa una povera bestia fuggiasca che un cacciatore s’è assunto il compito di eliminare. Storia che contiene, oltre tutto, un’allucinante allegoria a rovescio. Giacché alla tigre che, nel vizio, acquista i sentimenti e gli affanni dell’uomo, corrisponde l’uomo che, appena decade, ritrova gli istinti della fiera.

Elio Vittorini

«Riscrittura»:

Il lettore giudicherà inverosimile che una tigre possa scrivere un romanzo autobiografico così appassionante e coinvolgente da indurlo a identificarsi con lei (con lui, perché si tratta di un maschio). Alla fine di questo libro avrà cambiato idea già da un pezzo. Si sa che le storie di animali sono allegorie dalle complesse implicazioni simboliche. Ma qui la riflessione sulle allegorie e i simboli va rimandata alla fine della lettura. È la vicenda che ci cattura: i richiami d’amore senza risposta, l’umiliazione di un azzoppamento sia pure temporaneo e, soprattutto, l’improvviso (e oscuramente colpevole) cambiamento di gusti e di dieta. L’attrazione che il superbo felino incomincia a provare per il genere umano e in particolare per i suoi più giovani esemplari è davvero “viziosa”, perché l’appetito si tinge di colori psicologici, estetici e perfino affettivi. La tigre segue per giorni e giorni le sue vittime prima di decidersi ad assalirle, ad affondare i denti in quella carne nuda, glabra, dolciastra, che l’affama. Forse rinvia il pasto perché sa che, dopo aver soddisfatto il suo palato, la bella preda mancherà al suo sguardo?

Ezio Sinigaglia

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