Che spaccone, Jack Burdette! Nato a Holt nel 1941, ne combinava di tutti i colori: a scuola ti gettava uno scoiattolo morto sul banco e poi a casa la mamma lo faceva sdraiare sul tavolo di cucina e gliele dava con la spatola. Una specie di Lucignolo del Colorado, ecco. S’iscrive alle superiori, alla Holt County Union High School e diventa una leggenda, “il sommo esempio di ciò che era possibile in assoluto”, una specie di Svedese rothiano, effigie di un american dream già ammaccato, perché impareggiabile e incredibile, sì, ma brutale, aggressivo, prepotente. Attorniato da diverse ragazze, si lega a Wanda Jo Evans – una tipa che se ti si siede sulle ginocchia, be’, è un paradiso – ma Jack Burdette la usa, davvero, per farsi fare i compiti e amarla in quella maniera degradante e spiccia che non lascia spazio ai languori. Poi nell’inverno del ’59 il vecchio di Jack muore, la madre trova un lavoro e il ragazzone, divenuto più cupo e scontroso, lascia la casa per trasferirsi al Letitia Hotel. La stanza la paga coll’impiego ai silos della cooperativa degli agricoltori, ammirato dagli uomini per le sue doti sportive, gioca a poker, “e la domenica sera beve birra messa a raffreddare in un frigorifero non suo”. Una bella vita, nonostante qualche problema con la giustizia che lui non coglie se non come “lezione di astuzia”.

A dirci come vanno le cose è Pat Arbuckle, voce narrante di questa Strada di casa (tr. Fabio Cremonesi, NN editore, pp. 194, € 18), secondo romanzo di Kent Haruf, apparso negli States nel 1990, nove anni prima del capolavoro Canto della pianura. Pat lo conosce da un sacco di anni quello scapestrato di Burdette. Hanno fatto le scuola assieme, fino alla soglia dell’università, quando le loro strade cominciano a divergere: Pat studia per diventare giornalista e sostituire il padre alla direzione dell’Holt Mercury; Jack, invece, scopre di non essere un running back adeguato al campionato universitario. Grosso, tenace ma troppo lento per sfondare. Perciò le cose prendono un’altra piega. Burdette torna a Holt, convive con Wanda Jo e diventa direttore dei silos, ma un giorno lo mandano a Tulsa, Oklahoma, a un convegno dove conosce Jessie Miller e la sposa, lasciando di pietra la povera Wanda. Hanno dei figli, lei ha problemi a farsi voler bene dalla comunità di Holt e Jack mette la ciliegina sulla torta sparendo con un sacco di soldi sottratti alle casse della cooperativa. Torna dopo otto anni, sfoggiando una Cadillac rossa targata California. È l’inizio della fine.

Con una tecnica differente rispetto a quella degli ultimi romanzi – dove le parole stanno così vicino alle vite dei personaggi da poterli guardare negli occhi – qui Haruf, come già in Vincoli, traccia un lunghissimo flashback che mette assieme i pezzi del puzzle solo nella seconda metà del libro. E a un certo punto si capisce perché la vita di Burdette sia tanto legata a quella di Pat Arbuckle: questione di donne, di senso della giustizia, del sacrificio di sé, e di quell’ingrediente harufiano per eccellenza che è il prendersi cura dell’altro. Non posso dire oltre: ma tra le pagine s’avverte l’Haruf maturo, quello dei dialoghi essenziali, della dolce tensione e del dramma porto senza fronzoli, come una lacrima scesa e subito cancellata dal dorso della mano.