Crucci delle biblioteche di famiglia

di Chiara Bongiovanni

Forse ho letto troppe storie di fantasmi, ma ogni volta che sento parlare di spettro autistico non posso fare a meno di immaginare proprio uno spettro, tradizionale, in buchi e lenzuolo, che terrorizza  le sue vittime con cigolii di catene, le ammutolisce con il silenzio dei natali futuri, le relega in un universo di ripetizioni ossessive dove ogni cosa o persona può svaporare nel nulla al solo sfiorarla. Oltre ai grandi fantasmi ci accompagna però, da sempre, una moltitudine di spiritelli, monacelli, Odradek, piccoli autismi portatili, nevrosi da passeggio, ossessioni innocue e dispettose in grado di scatenare quella scintilla di maniacalità che sola rende vivibili le mille ritualità dello scontro quotidiano.

Fin da quando posso ricordare ho sempre amato “fare le stradine”, mettere in fila le cose, sassolini bianchi e rotondi sulla spiaggia, lombrichi e chiocciole sul muretto del giardino, quadratini strappati dai tovaglioli di carta sul tavolo delle trattorie. Dentro casa c’erano tre tipi di materiali che usavo per fare strade bellissime: i bottoni, le vecchie cartoline e una gran quantità di libri. E una delle cose belle dei libri è che anche al loro posto, in piedi nel Billy bianco da due soldi, sono destinati a stare in fila. Ogni scaffale, a suo modo, è una stradina. E ogni volta che cambi l’ordine dei libri, alfabetico, per dimensione, per casa editrice, per genere letterario, per argomento, per nazionalità, per data di nascita dell’autore (ci ho provato, tanti anni fa, correvo come una disperata da una stanza all’altra con una garzantina in mano cercando date di nascita, oggi wikipedia sarebbe un alleato migliore) crei di fatto una stradina nuova, con l’indubbio vantaggio che non ti prendono per pazza come se allineassi lombrichi sul marciapiedi davanti casa.

Intendiamoci, non c’è nulla di veramente metodico in questo, e per il resto sono del tutto incapace di prendermi cura degli oggetti, vivo in uno sgraziato coagulo di vestiti stropicciati, peli di cane e briciole. Questa notte un pennarello senza tappo ha lasciato macchie e striature blu scuro sulle lenzuola e poco fa ho tolto dal tavolo di cucina un paio di calzini, temo già usati. Di tanto in tanto, però, vengo posseduta dal demonietto casalingo della libreria, è una vampata violenta e irrefrenabile; una mattina mi alzo e sento come assolutamente indispensabile separare le raccolte di racconti dai romanzi. Sarò infelicissima se continueranno a vivere gli uni accanto agli altri, è una promiscuità indecente, vergognosa, non so come posso averla sopportata fino a oggi. Naturalmente è inimmaginabile aspettare di comprare una libreria nuova, devo ricavare uno spazio, subito. Mi getto sulla scarpiera in un angolo dell’ingresso, che in realtà a sua volta non è una vera scarpiera ma una libreria un tempo destinata ai DVD, nascondo tutte le scarpe sotto il letto a casaccio e la riempio di raccolte di racconti. Ora che Basil e Josephine si sono allontanati dal Grande Gatsby mi sento già meglio; al solo pensiero che le Storie ancora più impreviste non sono più a contatto con Le streghe e Gli sporcelli respiro più facilità.

Da che mondo è mondo tutti i posseduti dimostrano una forza sovrumana che li lascia stremati al termine della trance e così avviene anche per il demone casalingo. Per ore, qualche volta per giorni, sposto, misuro, impilo, in perenne movimento, senza una goccia di sudore (non leggo, in questa fase i libri non hanno nulla a che fare con il loro contenuto, mi interessa soltanto l’elemento in base al quale li sto catalogando) finché l’incantesimo svanisce e mi risveglio con un gran mal di schiena, coperta di polvere, in mezzo a un campo di battaglia disseminato di sovraccoperte, pagine singole e piccoli Bur grigi caduti dagli scaffali più alti. I numerosi orfani rimasti negli angoli o dietro una sedia vengono cacciati a manate in orizzontale o di sbieco negli spazi vuoti, senza alcun ordine e con un leggero senso di disgusto.

Per qualche mese contemplo beata la mia libreria di racconti e striscio sotto il letto ogni giorno a recuperare le scarpe finché un mattino, appena sveglia, mi rendo improvvisamente conto che è una follia non tenere tutte insieme, nel loro rasserenante ordine alfabetico, le opere di Fitzgerald e Dahl, ma, in compenso, nella libreria del salotto c’è una promiscuità molto più grave, molto più vera, graphicnovel recenti e vecchi classici del fumetto giacciono a fianco a fianco come se non fossero due mondi totalmente diversi, talvolta diametralmente opposti. Come ho potuto accostare il Braccio di Ferro di Segar e il venditore di aspirapolveri di Seth per la miserabile ragione che i nomi dei loro autori iniziano per S? Dovevo avere la segatura nella testa, bisogna immediatamente svuotare tutto. Ci staranno i graphicnovel nella scarpiera?