di Mariolina Bertini

Che cosa c’è di nuovo in Futilità, il romanzo appena pubblicato per Marsilio da Francesco Fiorentino? Ecco, sinora, a rievocare gli anni novanta erano stati quasi sempre scrittori italiani che allora erano adolescenti; valga per tutti l’esauriente e piacevolissimo Atlante sentimentale degli anni Novanta scritto da Errico Buonanno e Luca Mastrantonio con il titolo Notti magiche. Gli anni novanta che racconta Francesco Fiorentino sono invece quelli di chi allora si avvicinava alla cinquantina; in particolare, dei docenti universitari vagamente di sinistra, increduli davanti alla vittoria di Berlusconi, impreparati ai cambiamenti del mondo. Così reagisce infatti, nel ’94, il protagonista di Futilità, lo storico dell’arte Ugo, che se ne sta spesso a Parigi a lavorare al suo libro sull’iconografia dell’Annunciazione:

Ugo è tornato a Firenze per votare e assistere alla vittoria di Berlusconi. Malgrado fosse annunziata da giornalisti, sondaggisti, commentatori rinomati, l’ha accolta con la stessa incredulità con cui si riceve la notizia che il ponte da sempre pericolante è davvero crollato. Ha registrato altrettanta sorpresa nelle reazioni telefoniche dei suoi amici, che pure erano in Italia durante la campagna elettorale. Tutti si aspettavano che questo Novecento se ne andasse senza pretendere altro da loro.

Per quelli di sinistra, le sconfitte contro i democristiani non erano sconfitte vere e proprie. Non solo se le aspettavano, sapevano anche che i vincitori non ne avrebbero approfittato. Quegli uomini di governo grigi, svelti e mediocri li avrebbero rispettati e protetti, come in una stessa famiglia il fratello affarista e gran lavoratore si occupa del fratello più brillante che fa l’artista, anche se ritiene tutte le sue idee sballate e sa che dice brutte cose sul suo conto.

Quanti equilibri creduti consolidati vanno in pezzi negli anni novanta. Nel mondo accademico, in cui Ugo è un esperto navigatore, tramonta il mito della ricerca individuale, quella dei vecchi maestri come Isaiah Berlin o Starobinski: al centro di tutto c’è ormai la caccia ai finanziamenti per ricerche collettive che richiederanno incontri, spostamenti, bilanci, preventivi e una sempre più macchinosa e onnipresente burocrazia. Intorno a questo tipo di ricerca, condizionata al massimo dalle mode e finanziata, negli anni novanta, abbastanza lautamente, fiorisce una specifica mondanità: è quella fotografata con graffiante efficacia nelle pagine di questo romanzo. A un ricevimento dell’Istituto Italiano di Cultura, che occupa un antico palazzo nel cuore del sesto, raffinatissimo arrondissement parigino, Ugo non si sente a suo agio con le sue coetanee:

Prova sempre un certo imbarazzo a legare con donne come queste raffinate cinquantenni. Appaiono così a loro agio, sono intime di uomini importanti, informate di tutto, possono parlare di sesso con licenza, hanno una piena disponibilità del proprio corpo, nulla le può sorprendere. Lo spaventa forse che siano così uguali a lui. Non riescono a scrollarsi di dosso un’aria frivola e melanconica, di privilegio e di sconfitta.

Ugo, che ha alle spalle un matrimonio in crisi con la coetanea Chiara, è attratto dalle giovani studiose in carriera che gravitano, come lui, intorno alla Bibliothèque Nationale, non ancora trasferita nei grattacieli di Tolbiac . Ma, anche se i divieti del me too sono ancora di là da venire, non è sempre facile calibrare i rituali del corteggiamento. Dopo una voluttuosa cenetta con la giovane Ines, ad esempio, Ugo deve superare un momento problematico:

Resta la cosa più difficile. Resta da fare quel gesto, che la nostra civiltà ha attribuito tradizionalmente all’uomo, per il quale l’intesa si sposta dal discorso al corpo.  Che consente di passare dal mi concedi di dire di te quasi tutto ciò che voglio al mi concedi di toccarti quasi ovunque dove voglio. Quel gesto costituisce non solo uno dei momenti migliori dell’amore, ma anche uno dei più emozionanti che si possano vivere. C’è chi non lo ha mai fatto, ma è difficile immaginare qualcuno che l’abbia fatto una sola volta nella vita. Per quanto sia preparata, questa magia che ti apre le porte di un continente misterioso è tuttavia sempre un azzardo.

L’incontro erotico con Ines è una delusione; ben più intenso e travolgente quello con la ventenne Sofia, “bella, affascinante, enigmatica”. Ma Sofia, che si installa nell’appartamento parigino di Ugo, desiderosa di condividere completamente la sua vita, pretende da lui progetti serissimi di vita comune. E si scontra contro una riluttanza mista di pigrizia e di egoismo che è il più invalicabile dei muri di gomma. Come finirà la loro storia, che per un momento ha schiuso a Ugo le porte del paradiso? Sarebbe un delitto rivelarlo, perché Francesco Fiorentino, autore in precedenza di due noir scritti a quattro mani con Carlo Mastelloni, riserva ai suoi lettori, nel finale, un colpo di scena da maestro. Mentre procediamo verso quel colpo di scena, si affollano intorno a Ugo silhouettes dalla fisionomia sempre precisa e memorabile. Studioso di letteratura francese, Fiorentino ha fatto propria la sapienza psicologica dei moralisti secenteschi e di Molière, e l’asciuttezza stilistica estrema di Stendhal. Ma ha attraversato anche il novecento di Moravia e di Kundera, ai quali deve, credo, il suo disincanto, la sua ironia impietosa, la sua tagliente lucidità. E il dono non trascurabile di sondare le ambiguità e il non detto delle nostre vite senza  reticenze, senza autoindulgenza e senza  cedimenti  alla retorica consolatoria del mainstream.