di Guido Michelone

Va subito detto che Daisy Jones & The Six (Sperling & Kupfer, Milano 2021, pp. 341, euro 17,90) è un romanzo ed è uno dei più bei libri di narrativa usciti negli ultimissimi anni, nonché l’opera di fiction forse maggiormente riuscita nell’ambito di quella che potrebbe essere tranquillamente denominata letteratura rock. In quanto finzione, dunque, viene raccontata la storia di una rock band immaginaria, senza alcun riferimento a fatti concreti. Tuttavia il modo in cui la giovane autrice – Taylor Jenkins Reid – espone la materia sembra proprio una vera autobiografia, che lascia poco spazio all’immaginazione, per come si dipana una vicenda esemplare del periodo in cui viene contestualizzata.

Daisy Jones & The Six segna infatti la vita di un tipico gruppo musicale degli anni ’70 e di crescente immenso successo, quando alcune rock band, eredi della rivoluzione hippy del precedente lustro, ovvero gli altrettanto sovversivi Mid Sixties, iniziano a riempire gli stadi e, di conseguenza, a fare soldi a palate, sempre ovviamente rispettando l’assunto o meglio la triade magica coniata proprio in quei tempi di ‘sex, drugs e rock’n’roll’. Si può addirittura a sostenere che l’intero volume sia mirabilmente giostrato sugli effetti di sesso, droga e sound giovanile nei confronti di una rock band intesa sia quale collettivo funzionante fra alti e bassi sia come singole capricciose individualità che lasciano trapelare il meglio e il peggio dell’essere umano.

Per descrivere tutto ciò la Reid non può certo ricorrere allo psicologismo o alla costruzione lineare: al contrario è abilissima nel fornire un romanzo corale a mosaico con una decina di personaggi tra i quali fin da subito emergono due grandi complessi protagonisti; la tecnica affabulatoria risulta quella di una serie di interviste ai tanti primattori (e a qualche figura secondaria) alla stregua di un documentario in televisione o una registrazione al magnetofono, circa quarant’anni dopo le vicende narrate, che vengono mantenute di proposito frammentarie, tranne per lo sviluppo in chiave temporale. Per buona metà del libro si assiste all’evolversi di due realtà parallele: da un lato Daisy Jones, dall’altro il gruppo The Six.

Daisy è la classica figlia di artisti famosi nella ricca California: trascurata dai genitori fin da adolescente, a fine ‘60, inizia a drogarsi e al contempo a inseguire i sogni di cantautrice, senza mai approfittare della straordinaria bellezza fisica e del sex appeal dono di madre natura; e, nonostante i compromettenti eccessi, riesce a ottenere il successo desiderato. The Six è una garage band formata dai fratelli Billy e Graham Dunne in seguito allargata a quattro amici (Eddie, Karen, Pete, Rod, Warren) che dalla provincia americana aspira a farsi un nome nel rock puro, ma che via via non disdegna i compromessi artistici appena intravede un meritato exploit popolare, anche grazie al fiuto di manager e produttori.

A questo punto facendo Daisy l’apripista ai concerti dei Six, è inevitabile che i destini si incrocino: la nuova esperienza denominata Daisy Jones & The Six vede soprattutto l’avvenente strafatta vocalist e Billy (cantante, autore e soprattutto leader tacitamente riconosciuto dei Sei) incontrarsi a livello creativo, ma scontrarsi sul piano umano. Billy, da poco disintossicatosi e padre di tre bambine, vuole a tutti costi restare fedele alla moglie Camila, che gli chiede altresì di allontanarsi definitivamente da alcol e stupefacenti. L’attrazione però tra Daisy e Billy esiste, cocente, ma non è fatale: i due, assieme, firmeranno e intoneranno grandi canzoni che riconducono al trionfo internazionale, rappresentando in un disco e in una tournée una summa artistica che entrambi sanno di non poter più ripetere. I due sono altresì innamoratissimi l’uno dell’altra, ma sanno benissimo che il loro eventuale rapporto significherebbe una duplice autodistruzione; ma né Daisy né Billy sapranno mai perché, dopo l’ennesima consacrazione al Chicago Stadium, il 10 ottobre 1979, la band si scioglierà e i sette non si rivedranno mai più.

Ed ecco che, grazie a un colpo di scena, nel finale, ovviamente, l’autrice rivela quanto succede a Daisy e ai Six dal 1979 a oggi: senza qui rivelare nulla, basti ricordare che tutto è nella norma, dal punto di vista professionale o lavorativo; si tratta quasi di un happy end, che fa da contraltare ai drammi quotidiani vissuti da tutti gli attanti in una storia di volta in volta tesa, drammatica, gratificante, irrazionale, dove la regola sembra proprio quella di giocare, scherzare, abusare con il sesso, la droga e la pop-rock music. E in effetti il cosiddetto arena rock, diffuso soprattutto nella seconda metà dei Seventies, tradendo in fondo le istanze rivoltose dell’underground, dietro la facciata di una musica grandiosa, rivela soltanto una sostanza autoreferenziale: e qui – per ammissione della stessa Reid – è palese il confronto simbolico o l’ispirazione indiretta verso i Fleetwood Mac, autentica blues band inglese divenuta poi angloamericana nonché fautrice di un sound leggero dai riscontri planetari.