Anni fa, dico quando non c’era ancora internet o la sua presenza non era tanto pervasiva, capitava in rari momenti durante la giornata di cadere – o di cedere – a uno stato di trance; lo so, può far sorridere, ma a me succedeva in bagno, seduto sul water o avvolto dall’accappatoio in attesa d’avviare il phon per asciugare i capelli – quando non hai voglia di farlo e temporeggi un attimo. Ecco, forse solo in quegli istanti o in altri, seduto a tavola, dopo cena, allorché il dialogo langue e ti trovi a leggere gli ingredienti di un prodotto o l’etichetta sul retro di una bottiglia di vino. Non è un perdersi nei pensieri – perché quella è un’altra cosa, più creativa, forse, più olimpicamente libera – ma il transitorio collassare in una sorta di nulla pieno di cose di cui in realtà ti importa poco (l’elenco di ingredienti di un dolcetto confezionato, la remota data di scadenza di un botticino coi grandi del pepe, se sei seduto in cucina, o le proprietà di uno shampoo, a esser lì, inerte, tra le mani il flacone sudato di goccioline).

E dunque, una sensazione simile è quella che ho provato nel leggere le prime pagine del Silenzio di Don DeLillo, il suo ultimo lavoro (traduzione di Federica Aceto, Einaudi, pp. 103, €14); non si tratta di un romanzo ma di un racconto lungo diviso in due parti; siamo nel 2022, la pandemia di Covid è un ricordo sbiadito e il mondo è tornato a fare ciò che si faceva prima. Ma non è un sollievo. I primi personaggi che incontriamo sono una coppia, Jim Kripps e Tessa Berens, in volo di ritorno dall’Europa verso New York. Siedono in Business Class e lui trascorre i grandi minuti a osservare uno schermo posto sotto la cappelliera sul quale scorrono incessantemente alcuni dati – ora prevista di arrivo, altitudine, velocità, temperatura esterna e via dicendo – mentre lei, poetessa e curatrice dei contenuti di un sito di consulenza medica (o pseudo medica), scrive su un quadernino azzurro.

Fanno cose che li tengono occupati; lui legge a voce alta, ci tiene a questa lettura udibile dei dati offerti dallo schermo (altrimenti quale sarebbe il senso di tanta precisione? domanda) e lei parla mentre scrive. Assistiamo a un flusso costante di parole ma non è chiaro se dicano cose banali, se pensino cose banali, se le loro siano chiacchiere, se ciò che lei scrive è intenso, se dietro all’apparente leggerezza del loro emettere suoni articolati ci sia qualcosa di profondo.

Vivono una parentesi di vita che va oltre la noia; lei glossa ciò che hanno visto a Parigi, il dove, il come, il quando, cerca di essere precisa, molto precisa; così, se dopo vent’anni rileggerà quelle parole, sarà forse in grado di trovare – dice lei – ciò che manca.

È una chiosa importante: a loro modo, entrambi, dicono che manca qualcosa; per lui è una mancanza di senso: quell’abbondare eccessivo di dati che scorrono senza fine non ha senso se non viene, perlomeno, detto ad alta voce (e forse neppure così è possibile metterne in luce il valore). Per lei ciò che manca è la capacità di ricordare: ma attenzione, non parliamo di cose grandi e eticamente importanti né di preziose madeleine proustiane, non parliamo del valore della memoria; questa donna di DeLillo è alla ricerca di una cosa apparentemente banale: la capacità di ricordare il nome del signor Celsius (il tizio dei gradi Celsius) o il giorno in cui a Parigi è piovuto durante la loro vacanza. Ritrovare un ricordo (o un semplice dato) nella propria mente senza ricorrere a supporti esterni. Un modo per riscoprirsi esseri umani:

Questa cosa le dava un senso di soddisfazione. Venuto fuori dal nulla. Non viene più quasi niente fuori dal nulla. Quando un elemento mancante viene a galla senza l’ausilio di alcun supporto digitale, ognuno lo annuncia all’altro con lo sguardo perso in lontananza, l’aldilà di ciò che si sapeva un tempo e che è andato smarrito.

Ma il tutto avviene in un’atmosfera rarefatta, lì sull’aereo; i due vogliono parlare, tuttavia aleggia sempre un ma. Le loro non sono chiacchiere a ruota libera ma sono in qualche modo automatizzate e destinate a cancellarsi – pensa lui – non appena scenderanno a terra. Viene perciò da chiedersi se quel volo non sia una metafora; e forse lo è in quanto ardua sintesi o ermetico simbolo di una parentesi dalla vita, quella in cui siamo immersi ogni giorno per troppo tempo (ormai), di una virtualità senza confini ove si mescolano dati, chiacchiere, immagini, volti, corpi, curiosità, tragedie, pettegolezzi, drammi e comicità; tutto quanto somministrato a ritmi iperbolici che riescono alloppianti come quando un tempo – ma solo ogni tanto – si stava incantati sul water a leggere le formule magiche di un sapone per bidet.

Poi succede qualcosa che cambia le carte in tavola; l’imprevisto: l’aereo ballonzola, si sentono rumori sinistri, gli schermi si spengono. E Jim e Tessa sono disorientati, di un disorientamento così strano che neppure riescono a capire se hanno paura. “Abbiamo paura? chiese lei”.

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A pagina 19 compaiono altri tre personaggi: Max Stenner, sua moglie Diane Lucas (sposi da trentasette anni) e un ex studente di lei, Martin Dekker, che ora insegna fisica in una scuola del Bronx ed è un tantino ossessionato – lo studia compulsivamente – dal manoscritto di Einstein del 1912 sulla Teoria della relatività speciale. I tre sono in attesa del fischio d’inizio della finale di campionato di football americano che dovrebbero seguire assieme agli amici Jim e Tessa; le loro sedie – come sappiamo – sono vuote; Max freme davanti allo schermo – un grande schermo – perché lui le partite le vive in maniera sanguigna, imprecando e col pensiero rivolto ai soldi che ha buttato nelle scommesse; Diane e il giovane Martin chiacchierano, invece, alternando banalità a considerazioni profonde derivate, spesso, dal manoscritto di Einstein.

E poi a un certo punto lo schermo diventa nero. Silenzio. Che siano i cinesi, gli extraterrestri, una guerra di droni, un guasto mondiale?

La realtà appare deragliata, quantunque il deragliamento si presenti di natura bizzarra; la realtà non si capovolge né rallenta contorcendosi in lamiere, ma prosegue su un binario – come dire – impalpabile; il silenzio degli schermi non ferma il mondo ma lo lascia al buio, nel liquido amniotico di un sogno. DeLillo non racconta una catastrofe né sentenzia sul da farsi. Tratteggia uno scenario, e in ciò sta la forza della sua narrazione.

Accanto allo scenario, accenna però l’etopea dei personaggi di fronte a questa eventualità. Niente di più. Ma qual è l’essere umano che abbiamo di fronte? Uno che, annichilito com’è dalla società di massa, ha dimenticato come si fa ad avere paura; il silenzio della tecnologia è una catastrofe, un guasto, una commedia – la cosa non sembra fare differenza – e ognuno di loro reagisce in virtù della propria fragilissima consapevolezza. La Massmedietà Globale – ecco – ci ha resi fragili a petto dello Spazio Profondo in cui si è inabissata, volatilizzandosi, la Realtà.

La Realtà non c’è più, sembra dire DeLillo; o meglio, a essere irreperibile, almeno momentaneamente, è la nostra Coscienza della Realtà. Per questo Diane, inebetita, fa riaffiorare qualche ricordo dal passato e intanto fissa Martin che, in lievi stati di trance, cita Einstein, mentre Max inizia a recitare una finta telecronaca della partita riaffiorante da una sorta di memoria ancestrale radicata nello schermo stesso. L’atmosfera, poi, neppure cambia quando finalmente arrivano i due superstiti dell’incidente aereo; Jim e Tessa non modificano gli equilibri né accendono la curiosità o l’umana vicinanza degli amici. Anzi, mentre Max seguita il rigurgito di annose telecronache come se stesse buttando fuori con rabbia qualcosa che il mondo di prima gli aveva cacciato dentro a forza – la moglie ne è quasi ammirata –, succede che il lettore vede rappresentato, in filigrana, ciò che Einstein spiega nella Teoria della relatività ristretta: spenti gli schermi – il nostro sguardo standardizzato sul Reale – il pugno di uomini chiusi nell’alloggio vive un disorientamento che corrisponde alla perdita dei concetti di spazio e tempo assoluti a favore di fenomeni fisici – ma in DeLillo parleremmo piuttosto di forme della sensibilità – che dilatano il tempo e contraggono le lunghezze.

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Lo statuto di Realtà ha cambiato i propri connotati; cosa c’è al di là dello schermo? La partita del Super Bowl esiste davvero? Le squadre la stanno realmente disputando?

I protagonisti di DeLillo sono in bilico tra la rassicurante consapevolezza che le cose continuano a succedere anche a schermi spenti e la scoperta di essere infinitamente vulnerabili, poiché impossibilitati ad accedere quando si vuole a ciò che sta al di là del nostro limitato sguardo senza tecnologia.

E dunque riaffiora un primitivo istinto alla cautela; esso ha origine dal collasso della mente collettiva (l’iperconnettività) e dal conseguente ritorno alle possibilità delle menti individuali. Assistiamo allo schiudersi di una paura – quella di scoprirsi un mistero gli uni per gli altri – e alla timida accettazione della sospensione e dell’incertezza. Quello narrato ne Il silenzio è forse un potenziale nuovo uomo primitivo, deposto nel silenzio globale, impossibilitato ad avere accesso agli eventi del mondo, e – per sovrapprezzo – inerme perché consumato dal cronico abuso dello schermo.

È (sarà) questa forse la terza guerra mondiale? Il riassetto (il regresso) dell’umanità sintonizzata su una primordiale riduzione di informazioni? Il destino dell’uomo voltato in anacoluto collettivo?

Difficile dirlo; Max a un certo punto esce di casa, parla coi vicini, vede coi propri occhi (testimone oculare) una frazione minuscola di mondo là fuori; e si respira, in parte, un’atmosfera post-apocalittica senza che nessuno si sia fatto male – nessun cataclisma, nessun disastro ambientale, nessuna esplosione planetaria; il mondo non è andato distrutto, ma è andata distrutta la virtualità del mondo.

Non c’è disperazione nei personaggi del romanzo come – credo – non ci sarebbe nell’eventualità reale di un simile scenario; la perdita del mondo al di là degli schermi sarebbe un disastro vischioso, lento, difficile – forse impossibile – da vedere con gli occhi, a seguito del quale non ci rimarrebbe che restare uomini.

Un compito piuttosto difficile, sembra dire DeLillo, poiché il mondo apparirebbe nelle coscienze più buio, incerto, come fossimo ridotti a esseri nella grotta; ma – chissà – sarebbe forse il destro per ripensarlo, il mondo, al di là del silenzio.