Gettone n. 22 – 1953-2021

Renzo Biasion, Sagapò (1953-2021)

«Originale»:

Questo libro potrebbe anche portare per sottotitolo «Cronache della guerra di Grecia». È ambientato nella Grecia degli anni ’41-’43 e ha per protagonisti soldati, sergenti e ufficiali dell’esercito ch’era stato incaricato di «rompere le reni» al popolo greco. Ma non ci racconta che in via indiretta, o comunque subordinata, di quello ch’essi facevano ai fini d’un incarico simile. In via diretta ci racconta invece di come accadeva ch’essi si procurassero, di là della realtà artificiosa imposta loro, quel minimo di realtà naturale che sempre un soldato (o chiunque si trovi in un analogo stato di coercizione) cerca di procurarsi per riuscire ad essere ancora un uomo, e ad amare e soffrire umanamente, e avere fierezza d’uomo, umiltà d’uomo, illusioni d’uomo. Non si può dunque dire che Renzo Biasion scriva portato dalla corrente d’un fatto di cui è stato partecipe. Ha interessi che vanno più a fondo, e garantiscono della sua interezza di scrittore, realista ma non d’intenti funzionali.

Nato a Treviso nel 1914, Biasion fa il pittore da una quindicina d’anni e ha cominciato a scrivere durante la prigionia in Germania, tra il ’43 e il ’45, solo perché gli mancava, dice, l’occorrente per dipingere. Nel 1948 ha pubblicato un diario, Tempi bruciati. Poi ha scritto, un po’ alla volta, questo Sagapò che costituisce la sua prima prova propriamente narrativa, e di cui ha pubblicato un capitolo già nel 1949, col titolo che ora è di tutto il libro, sulla milanese «Rassegna d’Italia». Ma, mentre si svolge la campagna contro il sopruso di Peschiera[1], è anche col piacere di rifare un cenno di solidarietà ai due giornalisti arrestati che pubblichiamo un libro con un titolo e una materia di tal genere.

Elio Vittorini

«Riscrittura»:

Sagapò in greco moderno significa “ti amo”. Fuorviante è perciò quel sottotitolo a dire il vero solo suggerito nel 1953, e a volte proditoriamente affiorato in copertina nei settan’anni successivi, di «Cronache della guerra di Grecia». La guerra si vede da lontano, “come un ricordo vago e irreale della guerra”; né sappiamo, se non per via indiretta, come realtà artificiosa, che gli anni sono quelli che vanno dal 1941 al 1943. Il pittore Renzo Biasion scrive racconti alla prima persona adoperando l’uomo sull’orlo di un non so che, un soldato senza armi ma coll’album da disegno socchiuso di fronte al paesaggio; di esso cerca di staccare l’essenza per possederla come un filosofo vorrebbe fare col vero. In via diretta ci racconta dunque la realtà naturale in cui i nostri in Grecia si trovarono avvolti: un mondo fuori dal mondo, sottratto allo scorrere del tempo, il sentirsi dimenticati, il caldo tedioso, l’alloppiante insistenza del sole sulle nuche di soldati senza guerra. Uno sbiadimento di colori che smaterializza la realtà, sfiora l’asettica metafisica ma poi vira in un languore orientale che vellica i sensi e fa rallentare il respiro. Dalle bianche isole della Grecia emergono, come redivivi idoli sgusciati dalle latebre del sottosuolo, una galleria di esseri indolenti e lascivi, come la splendida prostituta Katina, capace di istupidire e di rendere ariostescamente furiosi e malinconici, ma di risvegliare anche il sentimento di piaceri e abitudini dimenticati. S’era ventilata l’idea di farne un film diretto da Rossellini ma il progetto naufragò. Lo fece poi, molti anni dopo, Gabriele Salvatores, traendone quel nitido palinsesto che è Mediterraneo.

Trevigiano, classe 1914, con le sue quattro opere pubblicate, si direbbe che Biasion sia stato più pittore che letterato. In realtà ha eccelso in entrambe le arti, compenetrandole come pochi altri, ma tenendole allo stesso tempo distinte. Se è vero che facilmente si cade nell’inganno secondo il quale il pittore travaserà sulla pagina la sagacia dell’occhio che osserva (i corpi, i paesaggi, le tinte) va detto che Biasion sa farlo, e non è ovvio, a prescindere dall’abitudine alla tavolozza, dacché per eccellere nell’arte della descrizione occorre essere prima di tutto grandi scrittori.

Giacomo Verri


[1] Il riferimento è ai fatti avvenuti a partire dal febbraio 1953 quando il critico cinematografico bolognese Renzo Renzi pubblicò sulla rivista «Cinema Nuovo», diretta da Guido Aristarco, un soggetto intitolato L’Armata s’Agapò, ispirato al racconto di Biasion e dedicato alla occupazione della Grecia da parte dell’esercito italiano.

A causa del tono polemico dell’articolo, Renzi e Aristarco vennero arrestati per vilipendio delle forze armate e reclusi nel carcere militare di Peschiera per quaranta giorni.