Gettone n. 54 – 1957-2021

Ottiero Ottieri, Tempi stretti (1957-2021)

«Originale»:

Questo libro (che come succede sempre quando Vittorini è in vacanza esce senza il consueto «risvolto» del direttore dei «Gettoni») è finalmente un romanzo che ci porta all’interno delle grandi industrie italiane, mostrandocene la vita in un momento di trasformazioni, di sviluppi e di difficili lotte sociali. È per queste doti «documentarie» che il libro si raccomanda: soprattutto le pagine sulla Milano periferica e domenicale e sulle due fabbriche – l’una organizzata con sistemi tradizionali, l’altra invece che sperimenta le nuove tecniche sia meccaniche che «umane» – hanno  una loro sobria evidenza.

Ricordiamo che Ottiero Ottieri è l’autore d’un altro romanzo apparso nei «Gettoni» nel ’54: Memorie dell’incoscienza. Nato a Roma da famiglia toscana nel 1924, Ottieri è passato da una formazione strettamente letteraria ai problemi di «cultura industriale», lavorando in grandi complessi del Settentrione.

«Riscrittura»:

Facendosi le magnifiche sorti e progressive della modernità persino in un’Italia fino a ieri al pascolo della tonitruante retorica di regime – e ben strigliata nello spaesamento di una guerra mondiale –, doveva darsi una nuova generazione di intellettuali di acume e sensibilità inquieta. “Scrittura industriale” – etichetta editoriale più che ipotesi filologica, semmai tenuta insieme da una certa coerenza tematica più che da una chiara e univoca vocazione stilistica – significa innanzitutto coscienza critica: Ottiero Ottieri è stato colui che, primo fra tutti, ha saggiato le possibilità della ratio letteraria nell’inesplorato mondo della società dei consumi. E lo ha fatto ricercando l’epicentro del cambiamento storico, occupandosi dei mutati rapporti di produzione che si esprimono nel microcosmo ideologico ed estetico della fabbrica.

Le ombre, le problematiche che tanti ancora angustieranno dopo di lui, del dominio merceologico sono tratteggiare a carboncino sui volti dei protagonisti di questo seminale romanzo del ’57. Due giovani operai venuti a far fortuna nel milanese consumano la loro relazione, sono impiegati in fabbriche differenti, influenzati da retoriche similari: il dogma della produzione, il racconto della fabbrica come “grande famiglia” (ma pronta a licenziare al primo sgarro), la gerarchia industriale introiettata, il tempo della macchina diventato unità di misura per l’intero svolgersi della vita. I tempi stretti di cui parla l’autore sono quelli delle ristrettezze economiche che deve patire la classe operaia in attesa di veder soddisfatti i desideri che il nuovo assetto sociale gli sventola sul naso, ma anche quelli dell’assottigliarsi di un’interiorità volta alla sopravvivenza, e alla soddisfazione di bisogni sempre più aridi e materiali.

Ottieri spalanca le porte della fabbrica cesellando la viva sostanza poetica del linguaggio nel ritmo della catena di montaggio, martellando lo sguardo sul mondo in geometrie plastiche, adatte alla nuova sensibilità dei suoi personaggi, ma soprattutto rinnovando un’antica domanda che, anche in tempi di terremoti storici, si fa strisciante dietro i legami prefabbricati: è ancora possibile amare?

Giovanni Bitetto