di Mariolina Bertini

Verso la fine del film di Amelio Porte aperte, tratto dal romanzo di Sciascia, il protagonista, un magistrato, va a trovare in campagna il giudice popolare con il quale ha stretto amicizia a Palermo, durante un processo. Questo giudice popolare – un autodidatta particolarmente saggio e sensibile – è un agricoltore, proprietario di una vasta tenuta. Con stupore del magistrato, lo riceve in una grande stanza tutta tappezzata di libri: è la biblioteca che ha ereditato dal precedente proprietario delle sue terre, un nobile portato alla rovina dal vizio del gioco. Devo confessare che, qualche sera fa, la visione di quella biblioteca mi ha distolto per un momento dal film, causandomi una fitta lancinante di invidia. Quanto spazio per i libri in quell’antica casa padronale, passata dopo molte generazioni nelle mani dell’agricoltore filosofo; che differenza tra quei ben ordinati scaffali e quelli del mio studio dove, sopra i libri in doppia fila, già cominciano a incunearsene altri orizzontali, rendendo faticosa qualunque ricerca. Mentre nelle ultime immagini di Porte aperte il magistrato prendeva congedo dall’amico, convinto come lui della barbarie della pena di morte, un interrogativo continuava a ronzarmi nella testa: perché non sono stata capace, negli anni, di ridurre la mia biblioteca all’essenziale? Perché non ho saputo frenare l’invasione dei volumi non necessari, sotto i quali i prediletti vanno scomparendo, come la facciata di un vecchio cottage dietro il proliferare del più rigoglioso dei rampicanti?

Un caso fortunato, il giorno seguente, mi ha messo in mano un libro fresco di stampa che cercava di rispondere proprio a quel mio interrogativo: Il lettore sul lettino di Guido Vitiello (Einaudi pp. 176, € 13,50), dedicato, come precisa il sottotitolo a “Tic, manie e stravaganze di chi ama i libri”. Vitiello spiegava che per l’accumulazione compulsiva di volumi inutili esiste una precisa denominazione, ma soltanto in giapponese: Tsundoku. Tradotto nella nostra lingua, questo termine mirabilmente sintetico indica “l’atto di comprare un libro e poi non leggerlo, di solito mettendolo in una pila di altri libri non letti”. È dunque il demone Tsundoku (più potente, chiosa Vitiello, del babilonese Pazuzu, protagonista de L’Esorcista 2) il responsabile dell’accumularsi sui miei scaffali di illeggibili polizieschi degli anni Venti, traduzioni ottocentesche di Byron in francese e  innumerevoli quanto voluminose biografie di Jules Verne. Ma come si diventa vittime della maledizione di Tsundoku? Che cosa ci predispone a questa schiavitù? Vitiello, che con questo demone ha un’antica ed evidente dimestichezza, ci offre, ricorrendo alle teorie di Donald Winnicott, una semiseria spiegazione psicoanalitica. Tutti nell’infanzia ci affezioniamo particolarmente a un qualche oggetto che vogliamo sempre vicino: un orsetto, un coniglio di pezza, la coperta di Linus. Sono, spiega Winnicott, gli “oggetti transizionali”, che in qualche modo trattengono il calore della mamma assente e ce lo trasmettono rassicurandoci. Nell’età adulta, per l’accumulatore seriale asservito a Tsundoku, “i libri sono gli oggetti che meglio conservano le virtù miracolose di quei protogiocattoli”. La coperta di Linus è un oggetto materiale ma, vivendo in simbiosi con lei, Linus ne fa anche un prolungamento della propria psiche. Qualcosa di molto simile accade a noi drogati del libro, affascinati dalla sua duplice natura:

Nessuno può negare che i libri appartengano al mondo fisico, come i cavatappi, le stampelle e gli orsacchiotti di pezza. Ma quando ci addentriamo nelle loro pagine, sono ancora inanimati? Pian piano, immersi nella lettura, ci dimentichiamo della loro esistenza materiale, della carta e dell’inchiostro; diventano una dépendance della nostra mente, e in quello spazio lasciamo che compiano ogni sorta di operazioni magiche: creano e distruggono universi, resuscitano i morti, fanno sparire per incanto la stanza intorno a noi e il peso del corpo, ci eccitano e ci placano, scatenano il batticuore, fanno affiorare le lacrime, sospendono il tempo e annullano lo spazio, risvegliano a tradimento i nostri ricordi più segreti, ci tuffano nel trambusto di vite mai vissute che ci paiono in quel momento più vere della nostra. Poi li chiudiamo, li riponiamo sullo scaffale ed ecco che di colpo, misteriosamente, tornano ad essere dei mansueti parallelepipedi di carta tra parallelepipedi di carta.

È un “regno di mezzo” quello in cui abitano i libri: né reale né immaginario, né mentale né materiale, né interiore né esteriore. Sino al Rinascimento, era il regno dell’amore e della magia. Nulla di strano, dunque, se i nostri rapporti con i libri sono dominati dall’irrazionale. Irrazionale è l’impulso che ci spinge ad accumulare molti più volumi di quelli che mai saremo in grado di leggere; irrazionale il piacere che proviamo nel marcare sulle pagine il nostro territorio con sottolineature e punti esclamativi. Il “comune lettore” è convinto di leggere per svagarsi o per acquisire conoscenze che un giorno gli saranno utili. Le sue motivazioni sono in realtà ben più complesse e segrete; Guido Vitiello le indaga a fondo, scavando al tempo stesso anche nella propria mente. Non saprei definire il metodo della sua indagine se non ricorrendo a un paragone: è un metodo che ricorda il coltello tascabile dei boy scouts, fornito di un’infinità di minuscoli attrezzi diversi. C’è l’erudizione, tra gli strumenti che spuntano dal manico del coltellino del nostro autore. Un’erudizione eclettica, sterminata. Spazia dall’epitaffio di Benjamin Franklin, che paragonava immaginosamente il defunto a un libro dalle pagine strappate, per cui la resurrezione promessa sarebbe stata una nuova e definitiva edizione, alle riflessioni sulla lettura di Evagrio Pontico (IV secolo dopo Cristo) e di Sant’Agostino; dalle notazioni di Proust, di Virginia Woolf, di Somerset Maugham, di Cesare Pavese all’etnologia, alla psicoanalisi, alla sociologia, alla filosofia. Potrebbe risultare indigesta, tutta questa erudizione, senza un’altra lama affilatissima del coltellino multitasking: la lama dell’umorismo. È un umorismo imperturbabile, alla Hitchcock; non ce ne stupiremo, ricordando l’intrigante monografia che Guido Vitiello ha dedicato a Psycho. Come la voce ironica e sepolcrale dell’ombra panciuta che introduceva, negli anni cinquanta e sessanta, i famosi telefilm, lo humour di Vitiello ci guida in un mondo familiare per svelarne i risvolti imprevedibili e inquietanti. Chi di noi è al riparo dal desiderio dissennato di leggere tutti i classici “che contano”, di colmare tutte le proprie lacune? Vitiello commenta mefistofelico:

Colmare lacune! Non sentite anche voi l’eco di una risata cosmica, mentre pronunciate queste parole? Non esistono lacune da colmare, disgraziati mortali. C’è un’unica, abissale, vertiginosa lacuna in cui Dio stesso ha il terrore di affacciarsi. Tutto quel che possiamo permetterci è un picnic sul ciglio dell’abisso.

Io porto il gruviera.

E quali insidie nasconde il nostro comportamento quando, certi di far bene, arriviamo sotto l’albero di Natale o al compleanno di una persona cara con  il pacchetto della Feltrinelli nel suo bel sacchettino?

Scartato il pacchetto, ecco che sul volto del malcapitato si disegna un indecifrabile sorriso, tra la paresi e lo spasmo cinico. «La coscienza di Zeno? Vuole dirmi che sono un inetto?» «Il male oscuro di Giuseppe Berto. Ho l’aria così abbattuta?» «Lo scroccone di Jules Renard. Eppure le ultime due cene le ho pagate io, mi pare.» «L’idiota? Ok, quando è troppo è troppo. Chiedo il divorzio».

Lo humour diffuso che respiriamo in ogni pagina del Lettore sul lettino non impedisce d’altronde all’autore di affrontare anche temi molto seri. Ricordate la partita a scacchi con la morte del cavaliere nel Settimo sigillo? Accumulando libri su libri, suggerisce Vitiello, anche noi giochiamo a scacchi con la morte: scommettiamo con lei che resteremo su questa terra almeno il tempo necessario per sfogliarli, per scorrere l’indice, per guardare le figure.

Un altro discorso molto serio è quello sulla “cattiva letteratura” che alimenta le nostre fantasticherie più illusorie, più gratificanti, più bovaristiche; la letteratura che ci incoraggia a identificarci con uno dei suoi fortunati luoghi comuni, “il vendicatore dei torti del mondo, la vittima destinata a soffrire, l’outsider arrabbiato, il duro dal cuore tenero”.

Se mi chiedessero a che cosa serve la letteratura, la buona letteratura – scrive a questo proposito Vitiello – direi che serve a scacciare la moneta della cattiva letteratura, la gramigna di cui sono infestate le nostre vite, e a correggere questi canovacci dozzinali che il nostro affabulatore interiore intreccia senza tregua plagiando qua e là (…). Abbiamo tutti delle lenti letterarie a fondo di bottiglia in dotazione fin dalla prima infanzia, e non è certo cacciando bufali o partendo per il fronte che ce ne sbarazzeremo. Possiamo, questo sì, usare la letteratura come un gabinetto di ottica dove tornire, levigare e lustrare le nostre lenti, di modo da correggere le deformazioni più vistose e addestrarci nell’arte dell’attenzione, la sola che conti, la sola che abbia il potere di affrancarci dalla sudditanza alle nostre storie.

Mi ha riportato, questo passo, al film che avevo guardato la sera prima: Porte aperte. Il magistrato che va a trovare il giudice popolare nella sua fattoria non ci va al solo scopo di salutarlo. Deve restituirgli un libro, che l’altro gli ha fatto recapitare anonimamente durante il processo: un volume di Dostoevskij. La pietas di Dostoevskij – suggeriscono Sciascia e Amelio –, il suo sguardo sulle infinite ambiguità e contraddizioni della mente umana, è un correttivo indispensabile al carattere inevitabilmente impersonale e schematico dei codici, delle leggi. La buona letteratura è una lente che ci aiuta a decifrare il reale: la metafora proposta nel Lettore sul lettino funziona bene anche nel contesto di Porte aperte. E non è lontana da una riflessione che formula, verso la fine del Tempo ritrovato, il protagonista della Ricerca proustiana, che da accanito lettore sta per trasformarsi in narratore della propria vita:

 Lo scrittore dice “il mio lettore” soltanto per un’abitudine presa nel linguaggio insincero delle prefazioni e delle dediche. In realtà, ogni lettore è, quando legge, il lettore di sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico (…) L’autore deve lasciare al lettore la massima libertà dicendogli: “Guardate voi stesso se vedete meglio con questa lente, con quella, con quest’altra…”