Oggi presentiamo l’ultimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Si tratta del Copernico, il cui palinsesto è come sempre affidato ad Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Il testo dell’Operetta è suddiviso in due puntate)

***

   Scena terza

L’Ora ultima e Copernico


Ora ultima Copernico, io sono l’Ora ultima.
Copernico L’ora ultima? Bene, qui bisogna adattarsi. Solo, se si può, dammi giusto il tempo di fare testamento e mettere in ordine i miei affari, prima di morire.
Ora ultima Che morire? io non sono l’ora ultima della vita. 
Copernico Oh, che sei, dunque? l’ultima ora dell’ufficio del breviario?
Ora ultima Credo bene che codesta ti sia più cara dell’altre, quando sei nel coro.
Copernico Ma come sai che io sono canonico? E come mi conosci? Ché prima m’hai chiamato per nome. 
Ora ultima Ho preso informazioni su di te da certi ch’erano quaggiù, in strada. In breve, io sono l’ultima Ora del giorno.
Copernico. Ah, ho capito: la prima Ora è malata e perciò il giorno non si vede ancora.
Ora ultima Lasciami dire. Il giorno non arriverà più, né oggi né domani né dopo, se tu non provvedi.
Copernico. Sarebbe bella che toccasse a me a me il compito di fare il giorno!
Ora ultima Io ti dirò come. Ma prima è necessario che tu venga senza indugio con me a casa del Sole, mio padrone. Saprai altro lungo la strada e altro ancora ti sarà detto da sua Eccellenza, quando saremo arrivati.
Copernico. Bene tutto. Ma il cammino, se non m’inganno, dovrebbe essere lungo assai. E come potrò portarmi provviste sufficienti a non morire di fame qualche anno prima di arrivare? Aggiungi che le terre di sua Eccellenza non credo producano di che apparecchiarmi pure una sola colazione. 
Ora ultima Lascia perdere codesti dubbi. Non dovrai star molto a casa del Sole e il viaggio si farà in un attimo, perché io sono uno spirito, se non lo sai. 
Copernico Ma io sono un corpo!
Ora ultima. Bene, bene: tu non devi impegolarti in questi discorsi, ché non sei un filosofo metafisico. Vieni qua, montami sulle spalle e lascia fare il resto a me. 
Copernico Orsù! Ecco fatto. Vediamo che porta questa novità.

Scena quarta

Copernico e il Sole


Copernico Illustrissimo Signore.
Sole Perdona, Copernico, se non ti faccio sedere, perché qua non si usano sedie, ma ci sbrigheremo in fretta. Hai già inteso l’affare dalla mia serva. Io, per me, da quel che la fanciulla mi riferisce della tua qualità, trovo che sei adattissimo allo scopo.
Copernico. Signore, io vedo in quest’affare molte difficoltà. 
Sole. Le difficoltà non devono spaventare un uomo come te. Anzi, si dice che esse accrescono coraggio al coraggioso. Ma quali sono poi, alla fine, codeste difficoltà?
Copernico Innanzitutto, per grande che sia la potenza della filosofia, non sono convinto lo sia tanto da persuadere la Terra a cominciare a correre, invece di stare comodamente seduta, e a faticare, invece di oziare, soprattutto di questi tempi, che non sono certo tempi eroici.
Sole E se non la potrai persuadere, la costringerai. 
Copernico Volentieri, illustrissimo, se fossi un Ercole, o almeno un Orlando, e non un canonico di Varmia.
Sole Che c’entra? Non si racconta forse di un vostro matematico antico, il quale diceva che, se gli fosse stato dato un luogo fuori del mondo dove stare, sarebbe riuscito a spostare cielo e terra? Ora tu non devi spostare il cielo e ti ritrovi fuori della Terra. Dunque, se non sei da meno di quell’antico, devi certo riuscire a smuoverla, ch’essa voglia o no.
Copernico Signor mio, codesto si potrebbe fare, ma ci vorrebbe una leva e tanto lunga, che non solo io, ma vostra signoria illustrissima, quantunque sia ricca, non ha però abbastanza da procurare metà della materia e del denaro necessari. Un’altra difficoltà più grave è questa che vi dirò, anzi è come un groviglio di difficoltà. La Terra fino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, cioè il centro; e (come voi sapete) stando ella immobile, e senza altro da fare che guardarsi intorno, tutti gli altri globi dell’universo, i più grandi e i più piccoli, gli splendenti e gli oscuri, sono andati rotolandosi sopra,  sotto e ai lati di lei continuamente, con una fretta, un’affaccendarsi, una furia da sbalordirsi a pensarci. E così, mostrando tutte le cose di essere impegnate al suo servizio, pareva che l’universo fosse come una corte in cui la Terra sedesse come su un trono e gli altri globi intorno, come cortigiani, guardie, servitori, attendessero chi a un ufficio, chi a un altro. Sicché, in effetti, la Terra si è creduta sempre imperatrice dell’universo: e in verità, stando le cose come sono state per il passato, non si può dire poi ch’ella ragionasse male, anzi non negherei che quella sua idea non fosse molto fondata. Che vi dirò poi degli uomini? Che reputandoci (come ci reputeremo sempre) più che primi e più che principalissimi tra le creature terrestri, ciascuno di noi, fosse pure vestito di stracci e non avesse un pezzetto di pane duro da rosicchiare, si è ritenuto un imperatore. Non di Costantinopoli o di Germania, o di metà della Terra, com’erano gl’imperatori romani, ma un imperatore dell’universo, un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili e causa finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria illustrissima e di tutte le cose. Ma ora se noi vogliamo che la Terra si muova da quel suo posto centrale, se facciamo in modo che corra, si rotoli, si affanni di continuo, che esegua quel tanto, né più né meno, che hanno fatto in passato gli altri globi; infine, che divenga un pianeta come gli altri, questo comporterà che sua maestà terrestre e le loro maestà umane dovranno sgomberare il trono e lasciar l’impero, ma restandosene tuttavia coi loro cenci e con le loro miserie, che non sono poche.
Sole Che vuol concludere insomma con codesto discorso il mio don Niccola? Forse ha scrupolo che il fatto sia un delitto di lesa maestà? 
Copernico No, illustrissimo; perché né i codici, né il digesto, né i libri che trattano di diritto pubblico, di diritto dell’Impero, di quello delle genti, o di quello della natura, fanno menzione per questo di delitto di lesa maestà, ch’io mi ricordi. Ma voglio dire, in sostanza, che il fatto non sarà semplicemente materiale, come pare a prima vista, e i suoi effetti non toccheranno solamente la fisica. Perché esso sconvolgerà i gradi della dignità delle cose e l’ordine degli enti; scambierà i fini delle creature e pertanto farà una rivoluzione enorme anche nella metafisica, anzi in tutto quello che concerne la parte speculativa del sapere. E ne risulterà che gli uomini, se sapranno o vorranno discorrere correttamente, si troveranno essere tutt’altro da quello che sono stati fin qui, o che hanno immaginato d’essere.
Sole Figliuol mio, codeste cose non mi fanno la minima paura: ché io porto alla metafisica tanto rispetto quanto alla fisica, all’alchimia o alla negromanzia, se vuoi. E gli uomini si contenteranno d’essere quel che sono, sennò, andranno ragionando a rovescio e argomentando a dispetto dell’evidenza, come con gran facilità potranno fare. E così continueranno a considerarsi quel che vorranno, baroni, duchi, imperatori o altro di più che vogliano: così ne saranno più consolati, e a me con questi giudizi non daranno un briciolo di dispiacere.
Copernico Orsù, lasciamo stare gli uomini e la Terra. Considerate, illustrissimo, quel ch’è ragionevole avvenga agli altri pianeti. Che quando vedranno la Terra fare quel che fanno essi, ed essere divenuta dei loro, non vorranno più restare così lisci, semplici e disadorni, così deserti e tristi come sono stati sempre e che la Terra sola abbia quei tanti ornamenti, ma vorranno anch’essi i loro fiumi, i loro mari, le loro montagne, le piante, e anche i loro animali e abitanti, non vedendo ragione alcuna di dover essere da meno della Terra in qualunque cosa. Ed eccovi un’altra rivoluzione grandissima nel mondo e un’infinità di famiglie e di popolazioni nuove, che in un momento si vedranno spuntare da tutte le parti, come funghi.
Sole E tu lascerai che vengano e siano quante riusciranno: ché la mia luce e il calore basterà per tutte, senza ch’io aumenti la spesa; e l’universo avrà di che cibarle, vestirle, alloggiarle, trattarle generosamente, senza far debiti.
Copernico. Ma pensi vostra signoria illustrissima un po’ più oltre, e vedrà nascere ancora un altro scompiglio. Che le stelle, vedendo che voi vi siete posto a sedere, e non su uno sgabello, ma in trono, e che avete intorno questa bella corte e questo popolo di pianeti, non solo vorranno sedere anch’esse e riposarsi, ma vorranno anche regnare: e se c’è chi regna, devono esserci i sudditi: perciò vorranno avere i loro pianeti, come voi, e ciascuna i suoi. I quali pianeti nuovi converrà che siano anche abitati e adorni come la Terra. E qui non vi starò a dire del povero genere umano, divenuto poco più che nulla già prima, rispetto a questo mondo solo, a che si ridurrà quando salteranno fuori tante migliaia di altri mondi, sì che non ci sarà una minutissima stelluzza della via lattea che non abbia il suo. Ma, considerando soltanto l’interesse vostro, dico che finora voi siete stato, se non primo nel mondo, certamente secondo, cioè a dire dopo la Terra, e non avete avuto nessuno uguale, giacché le stelle non hanno osato mettersi al vostro livello. Ma in questa nuova condizione dell’universo avrete tanti uguali, quante saranno le stelle coi loro mondi. Sicché, badate che la mutazione che noi vogliamo fare non pregiudichi la vostra dignità.
Sole Non ricordi quel che disse Cesare quando, andando per le Alpi, si trovò a passare vicino a un borgo di poveri barbari: che avrebbe preferito essere il primo in quel borgo, che il secondo in Roma? E a me pure dovrebbe piacere più essere primo in questo mondo nostro, che secondo nell’universo. Ma non è ambizione che mi spinge a voler cambiare lo stato attuale delle cose: è l’amore della quiete, o per dire meglio, la pigrizia. Così d’avere uguali o no, e di essere al primo o all’ultimo posto, io non mi curo molto: perché, diversamente da Cicerone, preferisco l’ozio alla dignità. 
Copernico Illustrissimo, facendo del mio meglio, cercherò di procurarvi codesto ozio. Ma credo, anche se ci riuscissi, ch’esso non vi durerà a lungo. Innanzitutto, sono quasi certo che tra non molti anni sarete costretto a roteare come una carrucola da pozzo o come una macina, senza però spostarvi. Poi, nutro qualche sospetto che, alla fine, in tempi più o meno lunghi, dovrete pure tornare a correre. Non dico intorno alla Terra … ma che importa a voi questo? E forse quello stesso roteare servirà d’argomento per farvi andare. Basta, sia quel che si voglia; nonostante ogni difficoltà e ogni altra considerazione, se voi perseverate nel vostro proposito, io cercherò di servirvi, affinché, se non riuscirò, voi pensiate che non ho potuto e non diciate che sono poco solerte.
Sole Sta bene, Copernico mio, prova.
Copernico Resterebbe soltanto una certa difficoltà.
Sole Via, qual è?
Copernico Ecco, non vorrei, per questo fatto, essere bruciato vivo come la fenice, perché, nel caso, sono sicuro di non risuscitare dalle mie ceneri come fa quell’uccello e di non vedere mai più, da allora, la faccia della signoria vostra.
Sole Senti, Copernico, tu sai che un tempo, quando voi filosofi non eravate neanche nati, al tempo che dominava la poesia, io sono stato profeta. Voglio che adesso tu mi lasci profetare per l’ultima volta, e che, per la memoria di quella mia virtù antica, tu mi presti fede. Io ti dico, dunque, che, forse, dopo di te, ad alcuni che approveranno la tua opera, potrà toccare qualche scottatura, o altra cosa simile, ma che tu, per questa impresa, per quel ch’io posso conoscere, non patirai nulla. E, se vuoi essere più sicuro, il libro che scriverai su questo argomento, dedicalo al papa. Ti prometto che così non perderai neppure il canonicato.