Sedute di reciproche confessioni, serate estive, portici sotto i quali prendere l’aria fresca, i fanali dell’auto puntati nel buio, il lavello di cucina col suo rivolo d’acqua che esce da uno dei rubinetti: ecco, i racconti di Mary Robison, Guida alla notte per principianti (Racconti edizioni, trad. di Sara Reggiani, Postfazione di Rossella Milone, pp. 148, € 16), pubblicati in Italia a quasi quarant’anni dalla loro apparizione negli USA, sono una sorta di traduzione in parole di ciò che fa Edward Hopper con le immagini; un affondo poetico – come altrove ha ricordato Franco Moretti – in ciò che di monotono, di mesto, di incolore, di privo di storia c’è nel quotidiano. Questi brevi, a volte brevissimi testi narrano di attese senza importanza, di gesti semplici, di sguardi dentro le case della gente, di blande ripartenze o di apatie, come fossimo rivestiti “di uno strato di gomma fredda anziché di pelle”. C’è la ventunenne che non ha passato l’esame perché s’è dimenticata di rispondere al Quesito II, c’è una vecchia coppia che intaglia zucche per Halloween nel crepuscolo della veranda, c’è quell’altra ragazza che sta per partorire e la mamma le manda a casa il fratello per prendersi cura di lei, e ci sono quelle due tizie che baciano i loro tipi sedute sui sedili anteriori e posteriori di una Honda Civic: e la sorpresa più grande non è sapere che sono madre e figlia, o che alla fine qualcuno morirà davvero, o che il matrimonio non sarà quello che ci si aspettava che fosse; la magia di Mary Robison sta nel suo sguardo apparentemente immobile che scruta da fuori, oltre la porta di casa, oltre le tendine alle finestre, infilandosi nelle minime cose della vita e nelle pieghe di dialoghi che forse non portano da nessuna parte ma contano per il valore imponderabile di un vagabondaggio senza posa tolto il quale sarebbe impossibile sfuggire alla vita (spesso infelice) che incombe e succede giorno dopo giorno.