Strizzando l’occhio all’espediente manzoniano, Umberto Eco marcava l’introduzione al Nome della rosa con quelle paginette intitolate Naturalmente un manoscritto; con altrettanta ironia – quella dello storico che è anche uno splendido romanziere – potremmo avviare la lettura dell’ultimo lavoro di Alessandro Barbero sotto l’egida di un Naturalmente l’ultimo testimone: quella che infatti viene raccontata in Alabama (Sellerio, pp. 266, € 15) è la memoria estrema di Dick Stanton, vecchio uomo del sud che, nei mesi in cui l’America si sta armando contro quel pazzo di Hitler, ripercorre, stimolato da una giovane ricercatrice, i ricordi della giovinezza trascorsa tra le file dei soldati confederati. È la guerra di secessione (come la chiamiamo noi in Italia) raccontata dalla parte dei vinti in uno stream of consciousness placido ma maestoso che apparentemente non va da nessuna parte e invece conduce, quando meno te lo aspetti, a un evento tremendo e sanguinoso; ma non è tanto l’eccidio di quei “negri” a sorprendere – la strage su cui la studentessa è chiamata dal suo insegnante a indagare – quanto la visione del mondo che ne sta alle spalle. Dick Stanton rappresenta, sulla soglia degli anni quaranta del novecento, il profondo sud, bianco e razzista, il cui fiato ancora alita sugli uomini con le corna di bisonte che hanno assaltato il Campidoglio degli Stati Uniti lo scorso gennaio; il suo racconto, quintato da decine e decine di storie secondarie, è la raffigurazione perfino nostalgica di un mondo che a noi oggi sembra assurdo ma che allora, per quei bianchi così avvezzi a una struttura quasi feudale dei rapporti di potere e a un ottuso senso della democrazia, si percepiva come ontologicamente (e religiosamente) fondato sulla violenza verso il diverso, sull’intolleranza, sul razzismo, e sulla pratica della schiavismo come vincolo naturale sancito da Dio e minacciato dai “maledetti” yankees.