Scritto nel 1929, mancava in Italia dal 1936, quando uscì per Mondadori nella traduzione di Giacomo Prampolini, L’uccello nero di Gunnar Gunnarsson, ora riproposto da Iperborea in una nuova algida versione di Maria Valeria D’Avino (pp. 271, € 17). Considerato il precorritore del noir di quelle fredde latitudini, narra per bocca di Eiùlvur Kolbeinsson, cappellano della chiesa di Saurbær, gli eventi mirabili e tremendi (avrebbe detto Adso da Melk) cui gli capitò di assistere, indirettamente, durante la giovinezza. La vicenda risale al 1802 e giunge a noi per il tramite delle parole che lo stesso Eiùlvur, quindici’anni più tardi, nel giorno di Ognissanti in cui perisce in mare suo figlio Hilarius, affida a un manoscritto, non tanto per comporre una testimonianza quanto per rimettere a Dio una confessione. Ma andiamo con ordine. Attorno a Syvendeaa, la più isolata delle fattorie di Rødesand, abitata da due coppie, Bjarni con Guðrun e Jón con la bellissima Steinnun, s’addensano fantasie e sospetti; si parla di una relazione illegittima tra Bjarni e Steinnun, e le chiacchiere montano dopo la strana scomparsa di Jón e, più tardi, la morte di Guðrun. Poiché il prevosto, Jón Ormsson, se ne lava le mani, la patata bollente passa a Eiùlvur: è il giovane cappellano a doversi prendere cura delle anime degli adulteri ora sospettati di doppio omicidio, ed è sempre lui, anche dal punto di vista pratico, a dover stendere un verbale per l’ispezione del cadavere di Guðrun e partecipare attivamente alle fasi del processo. Eiùlvur è affascinato da Bjarni, ostinato vichingo biondo, capace di scavare con cuore fermo la tomba ai propri figli morti bambini; sa che Guðrun era una donna inerme, querimoniosa e mansueta, sa che Jón era un uomo aggressivo, e sa pure che Steinnun è bellissima. Conosce, apparentemente, la forza e la debolezza dell’animo umano. Ma le sue poche certezze all’improvviso traballano. Il processo contro gli amanti è appena iniziato e già tutti emettono la loro sentenza di colpevolezza. Le prove non ci sono, occorre strappare una confessione. Il giudice Scheving spinge Eiùlvur a parlare con gli imputati. E per il cappellano prosegue un calvario interiore (già avviato quando nella chiesa si sistemava il cadavere di Guðrun, “nel pudore della morte, esposto allo sguardo equivoco della vita”), fatto di dubbi e di domande. Dov’è il Bene, dove il Male? È possibile che lui, pastore di quei “salaci contadini di mare”, non sia stato capace di cogliere i segni del loro peccato, non sia riuscito a proteggerne le anime dalla tempesta che le ha travolte? E ancora: la piega degli eventi fa sì che lui pure si erga a giudice, o a boia addirittura, ancor prima che il processo sia concluso? Eiùlvur, a tratti, fugge i propri pensieri per nascondersi in una nebbia, angosciato all’idea che ognuno, prima o poi, possa inchiodare il figlio di Dio alla croce. L’uccello nero, come un funesto presagio, scandaglia il senso di colpa, l’impotenza di un uomo, di ogni uomo, al di là delle proprie buone azioni; è un giallo che non è tale ma trova forza nell’offrire sguardi malinconicamente implacabili sui dilemmi dell’esistere, sul misero accecamento che è la vita umana, sulla paura profonda che in opachi abissi del nostro spirito possa albergare l’iniquità. Così se l’assassino, alla fine, gode della forza quasi divina di chi può confessare la colpa, un delitto che brilla netto come marmellata bollente, Eiùlvur, fiaccato dalla finitudine del proprio velato sapere e spinto da un bisogno di verità che a volte si cambia in sete di sangue, diventa il vero imputato che confessa la propria informe colpa e legge la morte del figlio, dopo tanti anni, come la penitenza del peccatore che ha sentito vicinissimo l’Essere invisibile e onnipresente ma non è stato in grado di far luce sulla propria anima né su quella delle creature a lui affidate.