Qualcuno ha calcolato che da quel fatidico 5 maggio 1821 sia stato scritto su Napoleone un libro al giorno; fanno qualcosa come 73000 volumi; però ne mancava uno, bellissimo come questo di Arianna Arisi Rota, Il cappello dell’imperatore (Donzelli editore, pp. 192, € 28), sul mito napoleonico attraverso il culto dei suoi oggetti. Il saggio ripercorre le tappe fondamentali del collezionismo cominciato all’indomani di Waterloo quando i contadini – che avevano visto devastare i loro campi dal passaggio dei soldati – si erano trasformati in mercanti di reliquie, le più disparate (corazze, croci, spalline…), vendute ai curiosi visitatori che già il giorno successivo la battaglia si riversarono tra i corpi e il sangue sulla scia del flusso emotivo promanante dalla sconfitta del sommo imperatore. Seguendo il riaffiorare periodico degli oggetti che hanno creato la cultura materiale del mito di Napoleone – quella che oggi sia chiama “vita sociale” delle cose –, Arianna Arisi Rota racconta la longevità della memoria e del culto visivo del piccolo grande uomo, tra risemantizzazioni, riappropriazioni e torsioni dell’epica e del “political drama più avvincente del XIX secolo”. Tabacchiere, servizi da tavola, foulard, mobilia varia, per non parlare degli iconici cappelli a bicorno (“indossati in maniera originale in parallelo alle spalle per farsi riconoscere da lontano”), sono le cose, specialmente quelle di uso quotidiano, a diventare già da subito – e con una certa coscienza del fenomeno da parte di Napoleone stesso – oggetti di culto (visivo e tattile) dell’uomo cambiato definitivamente in leggendario martire politico; il saggio, informatissimo e scorrevolissimo, si legge come un romanzo storico che racconta di oggetti, di collezionisti e di collezioni eccellenti marcando, in una geografia del merchandising napoleonico, “le traiettorie seguite o non seguite dai cimeli e dalle reliquie” in giro per il mondo, soprattutto tra tanti illustri (e meno illustri) inglesi che hanno giocato davvero “un ruolo importante per la patrimonializzazione del culto del loro più grande nemico”.