C’erano una volta “Le interviste impossibili”; era il titolo di un programma radiofonico andato in onda tra il 1974 e il 1975, su Rai Radio Due. Ne furono prodotte un’ottantina di queste interviste in cui alcuni intellettuali di allora fingevano di dialogare (ma a volte sono un botta e risposta talmente convincente da sembrare vero) con grandi uomini del passato, scrittori, artisti, scienziati, uomini politici, spremendone fuori il carattere, le idee, il profumo dell’anima. Alcune interviste (che ora si possono riascoltare qui) sono diventate memorabili, quelle ad esempio preparate da Giorgio Manganelli, o da Umberto Eco, o da Italo Calvino o ancora da Edoardo Sanguineti.

Così, seguendo le orme di quei grandi, una decina di anni fa mi cimentai in questa Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio, che poi confluì in appendice al volume Racconti partigiani (Biblioteca dell’immagine, 2015).

Ora, che corre il centenario della nascita dell’autore del Partigiano Johnny e di Una questione privata, non potevo che riproporla ancora una volta.

***

Intervistatore: Permette una domanda?

Fenoglio: La prego… la prego. Mi perdoni. Debbo mettere un po’ d’ordine in questo foglio. È così difficile, è tanto complicato… Sa, io non scrivo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Quindi abbia pazienza… ancora un secondo.

Intervistatore: Certo, ci mancherebbe, certo.

Fenoglio: No! Non va ancora. Ah! lasciamo stare. Questo foglio è più duro della pietra. Mi dia da accendere, lei…, per cortesia. Mi perdoni se sono un po’ rude ma, quando scrivo, mi par di entrare in un mondo iperuranio dal quale non vorrei esser mai distratto.

Intervistatore: Il mondo dell’arte, la nuvola dello scrittore, la torre d’avorio del romanziere…

Fenoglio: Ma per carità! Niente di tutto ciò! Lo sa, lei, quanto poco ho vissuto? Quarant’anni… quasi quarantuno, mancava uno sputo di dieci giorni, e sarebbero stati quarantuno. E in quarant’anni ho scritto una decina di libri, e tre soli, me in vita, ne hanno pubblicati. Ma che dico quaranta! In poco più di quindici anni ho scritto quel che ho scritto. E con quale pena! Mio Dio. Con quale fatica! Sa quante volte non ho potuto giocare con la mia bambina, quanto spesso ho tolto un bacio, una carezza, un abbraccio a mia moglie? E prima ancora di sposarmi, sa che vita ho fatto fare a mia madre e, a volte, a mia sorella? Tornavo da lavoro e, col pranzo già caldo in tavola, mi se­devo in uno stato di trance a leggere, sì, a leggere famelicamente un libro che tenevo accanto al piatto. Mi facevo, me ne vergogno a dirlo, mi facevo servire per potere leggere. E non le dico cosa accadeva quando, rientrato a casa con una idea in te­sta, mi get­ta­vo niagaricamente in camera a battere furioso sulla macchina da scrivere. Mia ma­dre urlava e io non la stavo neppure a senti­re. Sempre appoggiato a un foglio di carta, con uno stecco di sigaretta incassata tra le labbra strette a pinza. E il resto del tempo? In azienda, a sbrigare la corrispondenza con l’estero. E non che facessi il mio lavo­ro a contraggenio, ero attaccato a quel mio posto, allo stipendio modesto, alle quarantotto­ ore settimanali. Ero ligio e fiero. Sono sempre stato ligio e fiero. E, badi bene, l’essere ligio non significava che io piegassi la testa.­ No, io la portai sempre alta, la testa, e la mia fronte fu sgombra dalla vergogna e, casomai, fu appesantita dall’orgoglio. Per questo­ forse non lasciai mai Alba. Ma torniamo a dire della nuvola dello scrittore, dove lei vo­leva mettermi a sedere. Nes­suna comodità in quel mondo iperuranio che le dicevo: è un mondo dove si forgia la lingua, dove si tempra l’uomo, dove si scrivono parole che son testamenti pesanti co­me colline gravide d’uva; una dimensione, tra l’altro, che poco ha a che fare con quella dell’editoria. Anzi, le devo confessare che mi parve sempre di dover fare una gran figuraccia a introdurmi con terragna pertinacia nel mondo­ delle lettere, degli editori, delle riviste, pieno­ di equivoci ostacoli, di sussiego, di asprezza imbellettata e mascherata da galanteria. Ecco un altro motivo per cui non abbandonai mai Alba. Un solo vero amico ebbi, di quegli ambienti della carta stampata, e fu Calvino, il quale, tra l’altro, mi pare abbia detto – ma non lo so confermare, perché a quell’epoca ero già sottoterra! – la più bella cosa su di me e sui miei libri, anche e soprattutto quelli che io non vidi mai venire alla luce, quando scrisse­ che io, il più solitario di tutti gli scrittori della nostra generazione, riuscii a fare il romanzo che ognuno di noi aveva sognato, Una questione privata, un libro non finito, incompleto, ferito, per quello che dice e per come è…

Intervistatore: Questa mi pare una questione importante: i suoi libri migliori sono quelli che lei non vide mai pubblicati, ma soprattutto sono quelli che lei lasciò incompleti, o, per così dire, in fase di ristrutturazione.

Fenoglio: È vero, lo penso anch’io. Ma sa com’è stata la mia vita di scrittore? Come quella di un cane preso e bastonato, che ha appena fatto in tempo a mettere due guaiti lamentosi, e poi le botte l’hanno ucciso. La vita è dominata dalla violenza, la vita è violenza…

Intervistatore: E ciò, mi pare, era evidente fin dalle opere giovanili: non fu, tra i primi, Vittorini stesso a segnalare che i suoi libri parlano una lingua cruda, rappresentano con l’evidenza d’una ferita quanto l’uomo può essere aspro con l’uomo, buttano sangue negli occhi del lettore, un sangue di cui mai si vede il motivo, si scorge la ragione?

Fenoglio: Anche. Fu anche questo ciò che volli dire. Ma non solo. Quel Vittorini! Ah! Sempre salente in bigoncia, mi faceva paura, i suoi baffi taglienti, i suoi occhi anneriti come l’Africa, la piantatura folta dei capelli… lui, sì, era l’esempio vivente di cosa sia la violenza, di cosa sia l’uomo aspro; era, mi parve, un uomo disperato, spesso, me lo conceda, incazzato come un ciompo, altero, orgoglioso; incarnava il tipo del contadino di Sicilia ma, a un tempo, poteva tenere qualcosa dell’uomo di Langa, cocciuto, glaciale…

Intervistatore: Come gli uomini della Malora?

Fenoglio: In un certo senso… Sa che a volte ho provato odio per lui? Quando mi diede del provinciale del naturalismo… meno male che c’era Calvino a tener ferme le carte e le mani. Eppure ci vogliono uomini come quello per raffinarsi, per raffinare la propria violenza sull’altrui violenza, il proprio odio sulle ingiustizie, la propria mortale indifferenza sulle crudeltà infinite…

Intervistatore: Mi pare che lei, tuttavia, non sia mai stato un uomo indifferente!

Fenoglio: No e sì. No, perché mai mi feci ridurre dall’indifferenza a essere indifferente, dalla crudeltà a essere crudele, né, tanto­me­no, dall’ingiustizia a essere ingiusto, presentando come unico alibi che l’indifferenza, la crudeltà e l’ingiustizia stanno nella vita dell’uomo come l’acqua negli oceani. Ma lo fui, indifferente, ogni volta che non riuscii a essere migliore di me stesso, ogni volta che la vita, col carico di violenza che porta, ebbe la meglio e mi schiacciò. E fu molte vol­te. Ma non creda: io cercai sempre di ribellarmi.

Intervistatore: Non si preoccupi: ben si vede dalle sue pagine, dai suoi eroi…

Fenoglio: Lei confonde me con i miei personaggi, biografia e letteratura! Ma stia se­reno, la prego. Non posso dirle che sia una cosa buona in assoluto… voglio dire, con certi autori è meglio non operare pericolose sovrapposizioni… tuttavia, nel mio caso, non le chiederei di fare altrimenti. Suvvia non è un segreto che io mi sia sentito Milton, Johnny, Ettore…

Intervistatore: …un contadino delle Langhe, un uomo qualsiasi dei suoi racconti? Un uomo che vive di terra, che sa di terra, che la ama e la odia a un tempo?

Fenoglio: A costo di sembrarle brutale, le di­co che si sta sbagliando, grossolanamente sba­gliando. I miei contadini non amano la ter­ra, né la odiano. Almeno, non la odiano, non la amano, con quella chiarezza intellettuale che io penso di avere. Odiano e amano­ come fanno le bestie, baciano la terra quando dà i frutti, e la forzano, e la violentano per­ché li dia; ma la prendono a calci, se il frut­­to è scarso, tarda a venire o è guasto. So­no spietati, come è giusto che sia.

Intervistatore: Non la capisco! Perché dovrebbe essere giusto essere spietati?

Fenoglio: Ha ragione. Ho usato male le parole. Avrei dovuto dire che è necessario essere spietati; è necessario perché è la legge della vita che lo vuole. Ciò che io ho tentato di costruire con i miei personaggi è una opposizione a questa legge brutale che non distingue, che calpesta come un toro, che spacca come un ariete, che avanza, umanamente boriosa, a preservare se stessa.

Intervistatore: I suoi eroi, quindi, non com­battono per motivi ideologici, non combattono il fascismo perché vi si oppongono politicamente…

Fenoglio: No, mio caro amico. Il fascismo era solo l’estrema pelle, una copertura oscena e cribrosa di un corpo già corrotto, già debilitato, già ammalazzato: il corpo universale della violenza cieca, un corpo di cui tutti noi partecipiamo in una tragica comunione. Anzi il fascismo, se le devo dire la verità, è forse stato il segno che ha concesso a me, e a tanti altri, l’intelligenza di quel corpo universale della violenza. Fu un simbolo co­sì­­ grosso, così brutale, così stupido che po­temmo vedere il suo schifoso organismo stac­carsi da noi: per la prima volta non più ci sentimmo partecipi della violenza del mon­do, di quella violenza tetragona, capricciosa, assurda. Tornammo a diventare uomini, come Dio, forse, li volle fare dal principio…

Intervistatore: Mi vengono in mente le ultime parole del quarto capitolo nel Partigiano Johnny: «Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì, si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra.»

Fenoglio: Ecco, quello fu l’atteggiamento fiero con cui volli affrontare la vita.

Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…

Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto,­ preso nella sua vastità e profondità ocea­nica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo­ malato. E poi la Resistenza: essa fu un fulgido e ammirevole stato di grazia collettivo. Ma fu il singolo uomo, Johnny o un altro, il nome poco importa, fu il singolo uomo che dovette combattere, periclitare, patire, sputare, per raggiungere la statura morale che lo avrebbe fatto sentire grande, un grande uomo.

Intervistatore: Purezza sentimentale, grandezza della storia!

Fenoglio: Sì, la purezza, il raffinamento dello spirito. È qualcosa che si ottiene nella solitudine. Nella solitudine d’una stanza, come nella solitudine d’una somma collina. Nella sconfinata, assoluta, profonda, alta, stregata, incubosa, vespertina, invernale, vacua solitudine che s’aderge superba, che separa una morte dall’altra. Amavo e tuttora­ amo fumare in solitudine e absent-mindedness, quasi cercando un esercizio di souplesse. Nobile souplesse. Il mio esercizio spirituale mirava alla grandiosità, all’impressionante umanità dell’agire. Volevo che tutto fosse in me nobilmente umano. Ha mai vi­sto una foto di me camminante? Prenda quel­la che hanno piazzato in capo alla prima edizione della Paga del sabato. Io ero un uo­mo­­ serio. Io camminavo fiero. Camminavo co­me deve camminare un uomo che s’è dato il compito di sfidare la violenza metafisica dell’umanità. La gemma uscita dal raffinamento del mio spirito, la quale, peraltro, dubito sia mai giunta a solidificarsi, quella gemma, dico, doveva avere qualcosa di religioso e di sacro. Era sacro quel conato di vi­ta contro la violenza, contro il male.

Intervistatore: Possiamo dire che lei abbia­ combattuto sia come partigiano che come scrittore.

Fenoglio: Possiamo dirlo. La mia casa… beh, ora non più, ma quando l’abitavo ancora era piena di carte, trasudava carte, era un oceano di carte, tuffate nei cassetti, sulle scrivanie, rintanate in armadiature infinite. Quante carte! E che pena ho procurato a coloro che si son presi la briga di fare ordine! Come ben sa Il partigiano Johnny ha dato non pochi grattacapi e… guardi guardi, ecco un residuo di cattiveria che non riesco a togliermi, non ho nessuna intenzione di mandare qualche segno per sciogliere la questione della datazione. Che fatichino anche loro. La fatica è una purga dello spirito, è un raffinamento.

Intervistatore: Allora non è proprio così cattivo!

Fenoglio: Crede? Non sta a me pronunciare un giudizio ad alta voce. Quello che so è che io ho sempre giudicato fortemente me stesso, in silenzio, privatamente. Combattei dunque, come si diceva, sia da partigiano, sia da scrittore. La lingua che ho utilizzato nei miei romanzi è lì a testimoniarlo: non fu forse un combattimento quello? Una fiera battaglia? Sì, lo fu. Volli in continuazione sfidare la mia pochezza, per sentirmi completamente uomo, un uomo nel senso che prima abbiamo detto. Mi piacque raccontare l’entrante inverno del quarantaquattro, l’assenza lunga del sole, sputare su quell’appello del ge­nerale Alexander. Affondai nell’abisso della disperazione quando rifilai a Ettore quel sontuoso mal di gola, più fastidioso del fascismo, e poi lo feci catturare dai repubblichini. Godetti nel far emergere tellurico quel mio Johnny, solo di fronte alla leviatanica solitudine dell’inverno. Oh, che fierezza! Che dolcezza gelida! L’uomo che supera l’uomo, che combatte in uno stato elementare! Lo vede il mio naso?

Intervistatore: Certo, lo vedo.

Fenoglio: Bene. È un naso esagerato, una pal­la di carne posticcia, una concrezione di cartilagine, un naso robusto, acropolico. Mi piace pensare che sia venuto così per il gelo, per la vita grama del partigianato. In sostanza, quel più di carne che, quando mi specchio, mi sembra non mia, amo pensare che sia cresciuta in quei mesi in cui fui meglio di me stesso, in cui passai il segno della mia miseria.

Intervistatore: Forse lei è un po’ troppo se­vero…

Fenoglio: Non lo si è mai abbastanza. Per questo motivo combattei aspramente con la mia scrittura: per raffinarla, per mandarla oltre. Ho scritto sempre with a deep distrust and a deeper faith. Ma ora vada, ché altro tempo non ho, sebbene qui il tempo sia infinito. L’infinità, anzi, mi fa male: m’ha messo in bocca questo tono asseverativo, che prima non ebbi mai, giacché in vita parlavo poco, e solo con gli amici fidati. Ero pure balbuziente! Ma adesso… adesso, in questo tempo eterno, la mia pochezza si fa sempre più vasta, e io ne soffro, ne soffro terribilmente.