di Claudio Morandini

Capitoli o racconti? Romanzo o raccolta? È davvero importante? Oggi si tende a vedere nella narrazione breve e in quella di più ampie dimensioni due mondi non comunicanti, con regole proprie, linguaggi propri, da non contaminare: ma è una suddivisione di comodo, tagliata con l’accetta, da scuola di scrittura all’americana, da fanzine. Chi legge molto si sarà già imbattuto in racconti ampi e sinuosi come capitoli di un libro assai più lungo e invisibile, o in capitoli asciutti e autosufficienti. Ecco, alla fine la cosa in effetti non è così semplice, le differenze non così nette – lo sa chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la tradizione letteraria, con epoche in cui le regole si andavano facendo e disfacendo e ancora non erano etichette o imposizioni neo-aristoteliche o fossilizzazioni di generi.

I capitoli-racconti del Catalogo (Bompiani 2022) sono nati quasi tutti come racconti-e-basta, indipendenti gli uni dagli altri, nel corso di anni e anni, ma avrebbero potuto in qualunque momento estendersi, espandersi, collegarsi, imparentarsi tra loro: è già capitato altre volte, continuerà a capitare, credo. La vita è lunga, arruffata, contorta, il racconto ne isola una porzione piccola, il romanzo una più grande, ma insomma, sempre di sezioni di un flusso ribollente e fangoso si tratta.

Se si legge il Catalogo con la lente di un fruitore di romanzi lo si troverà esile quanto a trama, di sicuro. Ma la trama è tutto? L’intreccio, dico, il meccanismo a orologeria. Anche il personaggio – il protagonista, l’io che narra, Cosimo, insomma, Cosimo Peragalli – sembra voler sfuggire, nascondersi, dice e non dice, esita, aspetta, osserva, pensa e ripensa: muta, intanto, che è la cosa più importante; muta e mutano le cose e le persone attorno a lui; muta – almeno di un po’ – il suo modo di osservare, di capire. È un carattere? Sì, certo che lo è, anche se non ce lo rivela troppo chiaramente, anche se dobbiamo chiederglielo per favore, di dirci qualcosa di più dei suoi pensieri e delle sue emozioni. A volte sembra lasciarsi trascinare dagli eventi, a cui si abbandona con una certa passività: ma forse lo fa solo per guardare meglio, per capire, chissà, o perché gli torna comodo. È indolente, pacioso, anche nei suoi guizzi – sono guizzi al rallentatore, ecco. Vuole essere buono, sin da quando era bambino, o almeno vuole apparire buono agli altri, anche se in sé cova pensieri di limpido egoismo: confonde, diremmo, la bontà con l’inerzia, con il non far male – con il non farlo volontariamente. Il suo mondo interiore è un mare ricco ma afflitto da una persistente bonaccia. I rapporti umani, familiari e amorosi che coltiva sono frammentari, episodici, discontinui. Li osserva, e in essi osserva se stesso, come dall’esterno, come da una certa distanza – seppure con una lente. Certe sue avventure, o ipotesi di avventura, potrebbero accadere a chiunque di noi, mentre altre sembrano appartenere alla dimensione dei sogni, delle fantasticherie: lui, il protagonista, il Peragalli Cosimo, ci si adagia con il medesimo spirito, come se non vi fosse differenza tra le une e le altre, come se tutto fosse realtà, o tutto fosse sogno – in questo garbuglio riconosco uno dei vantaggi della letteratura, uno dei più grandi (è anche uno degli effetti più marcati della demenza, ma sorvoliamo sull’analogia).

Alcune di queste pagine – soprattutto quelle più vecchie – nel corso degli anni e del lavorio di collocazione e ricollocazione all’interno di un sistema più ampio hanno subito molte trasformazioni: il presente della narrazione si è fatto passato, o viceversa; la terza persona è diventata un io; la voce di un vecchio si è ringiovanita, o il contrario; quella di una donna è diventata quella di un maschio. A volte le trasformazioni sono state molteplici: prima donna, poi uomo, poi di nuovo donna, poi uomo: prima io, poi egli, poi di nuovo io, poi tu, poi lei, poi io. Anche la collocazione delle pagine nel novero dei capitoli è cambiata più volte, fino ad assomigliare a una sorta di biografia, di cronologia di una vita – o, appunto, di catalogo di occasioni, di momenti, di torpori, di stupori, di improvvise accelerazioni. Alcune si sono incastrate, o incastonate, le une nelle altre, di altre si sono smazzate le sequenze in un nuovo ordine. In tutte, pian piano, è emersa la voce solista dell’io che narra, anche dove prima non c’era, anche dove si nascondeva dietro altre voci, altre facce, altri sessi, altri nomi.

Che cosa significa tutto ciò? Non saprei. Forse che c’è una costante sotterranea che ci unisce, che ci amalgama, nonostante le nostre diversità; forse che non c’è bisogno che vi sia una stringente uniformità di tono, perché i caratteri, quelli veri, sono complessi e sfuggenti, contraddittori e fluidi e a volte incoerenti, e le vite sono piene di ellissi, di buchi, di false piste, di passi falsi, e siamo insieme e da subito maschi e femmine, vecchi e bambini, distanti e addossati. Cosimo Peragalli è proprio questo: uno che nel raccontare di sé si nasconde dietro il racconto di ciò che osserva, della vita minuta e degli avvenimenti minimi che lo coinvolgono, delle miriadi di insetti e altre bestiole che intercetta attorno a sé, degli stupori che lo prendono ogni tanto, delle attese di qualcosa che forse non verrà, come vita e letteratura hanno ormai ampiamente attestato.

Gli ho prestato, in questa sua esplorazione delle cose del mondo, qualcosa di mio, stando ben attento a non renderlo me: dei ricordi, essenzialmente, delle reminiscenze, qualche pensiero, qualche fantasticheria, qualche sogno, niente di più. Ne ho tenuti per me molti altri, che forse sfrutterò in un’altra occasione, attribuirò a qualche altro personaggio: minutaglia, d’accordo, ma non è di questo che siamo fatti, non è con questo che in questa parte fortunata del mondo cresciamo e ci consolidiamo?