Ho incontrato Moby Dick quando ormai il mio universo letterario era stabilito: andando a ritroso tra le letture del passato mi sembrava già ben definito il sistema di valori per cui un autore o un’autrice potessero offrirmi un nuovo punto di vista, allargare il mio orizzonte d’attesa sul mondo o contribuire, a seconda del caso, a quel miscuglio di impressioni, sensazioni, effetti e contingenze cui ci sottopone la letteratura.

Quanto sembrava determinato fu messo sotto assedio dalla balena.

Tra le edizioni possibili scelsi quella Einaudi, nella traduzione di Ottavio Fatica: bianca, limpida, e oggi ammaccata e segnata dall’usura come il mostro melvilliano. Quella scelta fu decisiva e simile a un assedio poiché da quel momento mi fu chiaro – più che in altri incontri folgoranti come con Don Quijote, Orlando furioso o Pinocchio, per dirne alcuni – quali erano i confini entro cui, da lettore, desideravo muovermi: quelli dell’ossessione.

Per definizione l’ossessione è un ‘assedio’, una condizione di occupazione della psiche dove il soggetto tramite idee, parole e immagini persistenti nella mente agisce – anche in preda ad angoscia – seguendo un unico scopo.

Del mio incontro con Moby Dick ricordo ciò: la definizione dell’universo immaginifico dell’ossessione: il movimento dei vari personaggi dell’opera verso i propri desideri che culmina nella folle lotta di Ahab contro il capodoglio bianco; il tono, quasi da poema laico, delle profezie e delle esortazioni a compiere il proprio destino; le voci gridate o sussurrate nella solitudine del mare aperto; la speranza riposta in piccoli e impercettibili segnali fisici o metafisci. Un percorso dall’esito tragico che, in quanto tale, risulta inafferrabile.

Da quella prima lettura gli scaffali della mia libreria si sono riempiti di nuove edizioni: alla moderna traduzione si è affiancata quella più classicheggiante di Pavese, entrambe con nell’incipit la soluzione «Chiamatemi Ismaele»; c’è un’edizione critica con un cordiale «Chiamatemi pure Ismaele» e una in cui, con intima cadenza, il ragazzo esordisce con «Chiamami Ismaele»; c’è una versione a fumetti in cui il ragazzo ci suggerisce il suo nome solo quando insieme a Queequeg prova a farsi arruolare sul Pequod; e c’è ne una in cui parla la sua lingua natia: «Call me Ishmael». Insieme, queste versioni, moltiplicano il viaggio e danno l’illusione a me – a chi legge – che qualcosa possa cambiare, che la balena possa lasciarsi finalmente acchiappare. Un’illusione che, nonostante i ripetuti fallimenti, spinge sempre però a riprendere il viaggio.

Ossessivamente.