Tradurre Tom Drury, l’ho già detto, è stata una vera avventura. Da editor dovevo superare un confine: passare dal lavoro sul testo – più ponderato, più ‘freddo’ – al confronto diretto con l’originale, cosa che suggerisce immediatamente una transizione dalla quiete al caos. Un po’ come stare in sala di registrazione rispetto a stare sotto il palco in un concerto: entrambe esperienze meravigliose, ma senz’altro la seconda è più emozionante. E pericolosa, perché in alcuni concerti si rischia la ressa e i lividi, e in alcuni libri si rischia di non cogliere il ritmo, la musica, di essere fuori tono e fuori tempo.

Prima di Il talento di Paul Nash (in originale The Black Brook, Il torrente nero, il quadro di Sargent che nel romanzo rapisce il cuore del capo mafioso Carlo ‘Tenaglia’ Record) avevo già tradotto diversi libri, soprattutto per ragazzi. Avevo trovato l’esperienza bellissima, ma anche terrificante: ogni frase del testo originale sembrava aprirsi a un’infinità di soluzioni, alcune più letterali, altre meno, ma tutte ugualmente accettabili. La tentazione di impadronirmi del senso generale della narrazione e trasporlo in termini più personali, più familiari, era tremendamente forte e a tratti mi sono trovata a fare una cosa che, da editor, segnalo spesso nelle traduzioni degli altri: ovvero (sovra) interpretare e coprire la voce dell’autore con il mio registro, le mie parole preferite. Ma come si fa a non farsi trascinare dalla prosa di Drury? Lo stile è semplice (almeno in apparenza) e la lingua è diretta, ma chissà come, invece di risultare rassicuranti, entrambi suscitano il vago sospetto di un rovesciamento imminente. Come per esempio quando, all’inizio del libro, i due antieroi del romanzo Paul e Mary notano il bizzarro comportamento di un cane chiuso in un’auto nel parcheggio di un diner chiamato Happy’s. E il traduttore sa che ‘Happy’ non è un nome scelto a caso, e che la resa in italiano sarà insidiosa e forse imperfetta. E infatti, quasi subito ‘Happy’ passa da nome proprio a gioco di parole, lasciando il traduttore a chiedersi ansiosamente se ha scelto bene o se invece ha appena ‘bruciato’ una battuta folgorante.

È solo l’inizio, naturalmente. Più avanti nel testo c’è un gioco di parole che coinvolge un titolo su un giornale, delle viti e il verbo screw, che suona ambiguo perfino a chi non sa l’inglese, un verbo che scotta come una piastra a induzione. È in quei momenti che ti senti spiritosa come un becchino. (Anzi, no: le pompe funebri sono più spiritose di te, come dimostra Taffo.)

Mentre invece Drury è immensamente divertente. L’ironia che scorre sottotraccia in tutti i suoi romanzi non è un artificio, ma una conseguenza diretta dell’osservazione della realtà, che viene descritta in maniera quasi naturalistica ma produce l’effetto opposto di un mondo sfasato, fuori sincrono. Paul e Mary, i protagonisti, appaiono colti in un frammento di giornata qualunque, in cui si muovono con naturalezza e parlano in modo autentico e credibile, ma le loro azioni sembrano nel complesso parecchio surreali. In un passaggio particolarmente bello, per esempio, Paul esita a entrare in un ristorante di lusso perché teme che i ricchi avventori lo vedano come lui si vede: sospeso, raggelato in un istante eterno, solitario come il personaggio di un quadro di Edward Hopper il quale, invece di un bicchiere al bancone di un diner, contempla da una finestra le mucche al pascolo sotto la pioggia delle Ardenne. Difficile rendere meglio, e in maniera così comica, la percezione di sé condizionata dalla consapevolezza del divario sociale.

Drury rimanda a Woody Allen, ma senza le nevrosi metropolitane. Rimanda anche a Raymond Carver e a Charles Bukowski, perché anche Drury propende verso l’aspetto insolito del quotidiano; è però molto meno asciutto di Carver, molto meno romantico di Bukowski. Il dolore e l’amore non sono eventi tragici ma sottaciuti, portatori di un furore e un annichilimento inesprimibile (come suggerisce Carver in Voi non sapete cos’è l’amore – una serata con Charles Bukowski), bensì livelli di coscienza che si attivano solo a certe condizioni, in certi precisi momenti. Il non detto per Drury è una tela da tagliare per far emergere i pensieri dei suoi protagonisti, le loro candide omissioni, i ripensamenti, le mezze verità, le emozioni inaspettate, e per ricavarne un quadro molto più dettagliato, tenero e crudele della condizione umana. Più umoristico, perché la realtà è insolita, e banali sono solo le etichette con cui si tenta di definirla. E più drammatico nella sua quieta disperazione, come dimostra il magnifico passaggio in cui Paul ricorda la morte del fratello:

Il giorno che Aaron morì, tornando da scuola Paul e Lily erano entrati in una casa vuota e buia, e avevano trovato un secchio giallo pie­no di sangue nella vasca da bagno. Lui ricordava il sangue che riempiva il secchio, ma quel ricordo sembrava improbabile. Vi­scido e scuro e denso e fermo, un lago di sangue, un secchio di sangue. Non c’era una frase da pirata? Yo-oh-oh, e un secchio di sangue? No. Era una bottiglia di rum. Paul avrebbe tanto volu­to una bottiglia di rum in quel momento. Il secchio sembrava deriderli, sembrava che dicesse: Questo è tutto ciò che sono gli esseri umani, sangue fuggevole, laddove la plastica gialla durerà per secoli. Più tardi avrebbero saputo che Diana era rimasta con Aaron tutto il giorno, prima a casa e poi in ospedale, dove lui era morto a sera inoltrata. Paul aveva immaginato sua madre in ginocchio insieme ad Aaron mentre la vita fluiva via da lui in un secchio. Cosa significava questo per una madre? Cosa le avrebbe fatto? La immaginava scivolare lungo tutta la casa, senza quasi toc­care terra, correndo a chiamare il dottore, correndo da Aaron, correndo come una pazza, convincendosi grazie al conforto dell’azione vigorosa che quella malattia sarebbe finita come tutte le altre, dissolta nella sfilata dei ricordi di famiglia. Ti ricordi quella volta che Aaron stava così male? Mio dio, quanto stava male. Lui stesso non se lo ricorda. Stavi così male, Aaron, è meglio che non te ne ricor­di.

Anche in La fine dei vandalismi, il primo della Trilogia di Grouse County, ci sono momenti drammatici come questo, forse anche di più, perché La fine dei vandalismi racconta quasi in presa diretta la vita della cittadina di Grafton come se fosse un grande organismo vivente, un corallo o un albero secolare, con i suoi stadi di crescita, un corpo unico di cui i suoi abitanti sono le membra. I traumi della comunità, le partenze, i lutti, sono narrati da vicino e in confidenza, in un’epica di gente comune .Il talento di Paul Nash, invece, racconta l’opposto: la cacciata da un Eden – sia pure discutibile come il New Hampshire, a seguito del peccato originale della complicità con la surreale associazione a delinquere di Carlo Tenaglia – rappresenta per Paul e Mary l’inizio di un percorso eroico, da cui non si può tornare se non profondamente cambiati e quindi ormai letteralmente fuori-luogo; non c’è più nessuna Grafton ad aspettarli, il distacco è irreversibile come quello dei Padri pellegrini, è un trauma insuperabile dopo il quale la vita non può che prendere direzioni casuali, meteoriche, impossibili da prevedere. Se provate a leggere i due romanzi di seguito, oltre a un’esperienza di lettura stupefacente, proverete la sensazione di un universo chiuso e autosufficiente che all’improvviso esplode, cancellando e generando la vita allo stesso tempo, come un Big Bang.

Finita la traduzione, Paul e Mary sono rimasti con me piuttosto a lungo: durante la revisione (grazie ancora a Sarah Bonuomo e Valentina Daniele), nei testi di copertina e nella nota della traduttrice che chiude tutti i libri stranieri pubblicati da NNE. Ancora adesso mi tornano in mente, come ospiti discreti che passano solo per salutare. Mi rimangono: il dubbio che avrei potuto fare di meglio e la voglia di rileggere il libro. Scaccio il primo e mi concentro sulla seconda. E rileggo l’introduzione all’originale che consiste in un dialogo/intervista fra Tom Drury e Daniel Handler (i lettori più accaniti lo riconosceranno come il Lemony Snicket di Una serie di sfortunati eventi): a un certo punto, quest’ultimo afferma di aver letto The Black Brook per la prima volta durante la sua luna di miele e di aver visto in esso un vero e proprio percorso, un cammino che da allora continua a seguire, senza interruzioni. Tom Drury risponde: «E sei ancora sposato».