A volta capita di leggere un libro solo perché ha vinto un prestigioso premio; a volte capita che quel libro non ti avesse ispirato prima e più tardi si sia confermato una grande delusione; poi ti finisce tra le mani il testo vincitore del Campiello Opera Prima 2021 e tutti i preconcetti saltano: Dieci storie quasi vere di Daniela Gambaro (Nutrimenti edizioni, pp. 133, € 15, già finalista al Premio Italo Calvino 2019) è un autentico gioiello che brilla nel panorama letterario italiano (tanto più che finalmente, a emergere, è un libro di racconti). I testi si insinuano nella vita quotidiana delle famiglie di oggi, ne indagano con intelligente leggerezza ogni sfaccettatura, senza dare giudizi, suggerendo empatie, carezzando corrispondenze emotive. Così è, nel racconto Il signor Avezzù pensava, per Luigi, il ragazzo incaricato di scovare nel prato, sotto le siepi, la tartaruga di famiglia, che è scomparsa da un po’ ma è necessario recuperare perché la casa è stata venduta e il trasloco è imminente: il giovane manovale diventa, suo malgrado, il depositario delle confidenze della moglie del signor Avezzù, colui che è in grado di ascoltare l’adagiarsi malinconico (ma senza drammi) di segreti chiusi l’uno dentro l’altro come in un vecchio cofano che racchiude il doloroso ordine delle cose; così è nell’Ultima dei Mohicani, dove la storia sembra immobile ma poi, inaspettatamente, subisce improvvise e splendide accelerazioni della trama che danno conto di omissioni mantenute per anni e di progetti lasciati a marcire e poi dimenticati; e così è, ancora, ne La Llorona, dove gli eventi si fanno beffe della nostra presunzione di controllo. I microcosmi di Daniela Gambaro narrano sempre di maternità difficili ma mai arbitrarie, di imprinting genetici di cui faremmo volentieri a meno, di stanze in più, gravide di attese, di figli persi ma senza i quali è tuttavia impossibile essere riportati “allo stadio originario di ‘non madre’”, di donne che dormono accanto a figli altrui proteggendoli come tigri, e di grandi fatiche a stare nel mondo in cui siamo, di incubi (da rabbrividire per quanto è commovente quello raccontato in Branchie), di placente psicologiche che ci precipitano nel silenzio interiore di tante madri che fanno del loro meglio ma che non riescono a spiegare ciò che capita loro nella testa. Un libro bellissimo, insomma, che narra di strazi “normalmente orrendi”, ma che, allo stesso tempo, “per qualche momento luminoso”, come accade alla protagonista di La piccola metà, ci fa ancora, e nonostante tutto, sorridere.