di Mariolina Bertini

Nel 1905, nella Russia prostrata dalla disfatta della guerra russo-giapponese, esplodono ovunque scioperi e rivolte e nascono i Soviet. In Giappone, intanto, “un gentiluomo ben vestito e cortese, dall’aspetto affascinante”, con i capelli bianchi, si aggira nei campi di prigionia tra i prigionieri russi: insegna a leggere e a scrivere ai contadini e ai proletari analfabeti, diffonde tra loro il verbo della propaganda rivoluzionaria. È un medico russo, Nikolaj Sudzilovskij; vive in esilio dal 1874, ha conosciuto Marx, Engels e Bakunin, ha vissuto in Bulgaria, in Romania, negli Stati Uniti, alle isole Hawaii. Ha adottato il nome di battaglia di Nicholas Russel e in tutti i luoghi nei quali è stato ha portato avanti in parallelo la sua attività di pioniere della scienza moderna e quella di militante socialista rivoluzionario, attento ai diritti dei nativi delle isole Hawaii come a quelli dei proletari del mondo intero.

Proprio nei campi di prigionia del Giappone matura il suo progetto più ambizioso: creare un esercito di quarantamila soldati internati, caricarli sulla Transiberiana e condurli fino a Mosca e a Pietroburgo, per sostenere la rivolta dei loro connazionali. Il dottor Russel è convinto che a quell’armata rivoluzionaria si uniranno via via prigionieri politici dei campi di lavoro forzato della Siberia e reparti di proletari pronti all’azione rivoluzionaria. Tra le ragioni che fanno naufragare questo grandioso ma avventato disegno, l’intervento di una spia del governo zarista infiltrata nel Partito socialista rivoluzionario: Evno Azef. Così finisce quello che è dal punto di vista militare il più audace tra i mille progetti del dottor Russel; lo ritroveremo qualche anno dopo ritirato a vita privata alle Filippine, intento a curare soprattutto le malattie endemiche degli indigeni, decimati dalla lebbra e dalla tubercolosi. Gli ultimi dieci anni della sua vita il dottor Russel li passa in Cina, accanto alla terza moglie giapponese e ai figli nati da diverse relazioni. Si mobilita per raccogliere aiuti al popolo russo ridotto allo stremo dalle carestie, coltiva il sogno di tornare in quella patria che non vede dal 1874; ma quando il sogno pare sul punto di realizzarsi, nell’aprile del 1930, muore di polmonite.

Che cosa ha indotto Claudio Facchinelli, critico teatrale e scrittore, matematico di formazione, a ricomporre faticosamente, tessera dopo tessera, il mosaico della tormentata esistenza di Sudzilovski-Russel (Lumpatius Vagabundus. Sulle tracce di Nikolai Sudzilovskiij medico e rivoluzionario, Gaspari, Udine 2022, pp. 156, € 18), un personaggio ingiustamente poco ricordato perfino dagli storici dei movimenti rivoluzionari? Una singolare e poetica circostanza, tutta personale e privata. Alla fine degli anni ’50, molti giovani globetrotters percorrono il mondo in autostop. Un giorno uno di questi viene caricato, durante un viaggio, dalla famiglia Facchinelli; è tedesco, e racconta di aver adottato la vita del “Lumpatius Vagabundus”, vale a dire del “vagabondo cencioso”. Il termine “Lumpatius Vagabundus”, derivante dal soprannome del protagonista di un’opera teatrale austriaca dell’Ottocento, affascina l’adolescente sognatore che è Claudio Facchinelli e diventa per lui il simbolo della vita libera e randagia che ritroverà, poco dopo, nei romanzi di Knut Hamsun.

Passano gli anni. Durante il liceo, Claudio Facchinelli studia il russo sotto la guida della sorella di Leone Ginzburg, appassionandosi in particolare per l’opera di Cechov. Più tardi è un giovane viaggiatore appassionato che percorre a piedi la Francia, l’Olanda, la Lapponia; si laurea in matematica e diventa insegnante, continuando a coltivare in parallelo una vocazione teatrale che vive dapprima come assistente alla regia e poi soprattutto come critico autorevole e grande esperto di teatro della scuola. Sono trascorsi cinquant’anni, ormai, dall’incontro con il globetrotter che si autodefiniva “Lumpatius Vagabundus”, quando un giorno Claudio si imbatte di nuovo in quella denominazione che lo ha tanto affascinato. Un file in cirillico pescato nel mare del web racconta di un personaggio, Nikolaj Sudzilovskij (1850-1930), che sulla propria tomba avrebbe voluto una sola iscrizione: “Hic jacet Lumpatius Vagabundus”, “Qui giace Lumpatius Vagabundus”. Il file è in cirillico, ma pur con le sue conoscenze di russo Claudio non arriva a decifrarlo; scoprirà poi che non è in russo ma in bielorusso e che Sudzilovskij-Russel, nato a Magilëú, oggi in Bielorussia, è ricordato come un eroe nel suo paese natale, dove è evidente la consonanza tra i suoi ideali libertari e quelli dell’opposizione alla dittatura filorussa di Lukashenko.  

Possiamo dire, a questo punto, che questo racconto biografico nasce da una sorta di sovrapposizione: il sogno adolescenziale di una vita libera e vagabonda alimenta nell’autore il desiderio di saperne di più su Sudzilovskij-Russel, il singolare personaggio che quel tipo di vita l’ha vissuto fino in fondo. Come già in Dasvidania, Nina (Sedizioni, 2017), il romanzo che aveva dedicato alla figura di una giovane nobildonna russa morta a Venezia, Facchinelli coinvolge il lettore in tutte le tappe della propria ricerca, senza dissimulare difficoltà, lacune, zone d’ombra. Il risultato è una narrazione doppiamente avventurosa: seguiamo da una parte l’avventura intellettuale dell’autore, impegnato nella ricerca di testi, immagini e tracce d’ogni sorta, dall’altra l’avventura esistenziale di Sudzilovskij-Russel, il suo impegno multiforme per la giustizia, le sue straordinarie battaglie politiche e umanitarie, la sua coerenza indefettibile che attraversa la storia di tre continenti. E la prefazione del poeta e storico dissidente bielorusso Uladzimir Arlou ci ricorda, purtroppo, quanto ancora attuale possa apparire ai suoi concittadini di oggi l’impegno di Sudzilovskij per la libertà e per la democrazia.