C’è un autore e ci sono i suoi personaggi, si cercano, si rincorrono, gli uni e l’altro, sullo sfondo di un pallido Altrove che è il Centro della narrazione. Qualcosa nella nebbia, il nuovo romanzo di Roberto Camurri (NNE, pp. 175, € 17), è infatti, prima di tutto, un inno a una città che non esiste. Certo Fabbrico è là, sulle carte geografiche, tra Novellara e Mirandola, e c’era come orgoglioso orizzonte nei precedenti libri dell’autore. Tuttavia qui si fa eterea perché avvolta dalle brume della creazione che la cambiano in luogo della fantasia. Lo stesso io narrante (che fa Roberto di nome ma, come la città, è Altro rispetto alla sua copia reale) si presenta come un creatore disorientato, novello Prometeo, atterrito dalla sua stessa fantasia. Di mestiere fa lo scrittore, la moglie architetto è una donna sorretta dalla speranza, lieta, sicura, insieme hanno una figlia e una vita in apparenza appagante. Tuttavia l’insoddisfazione lo divora: se infatti il primo libro era nato di getto, nell’immediatezza di un flusso di coscienza, questo nuovo fatica a schiudersi: forse perché troppo grande è la paura di confrontarsi con i risultati passati o troppo pressante la smania di superare se stesso. O forse ancora perché la vita, quando meno ce lo aspettiamo, ostruisce la strada con un grumo di noia dolorosa e malinconica. Così Roberto, mentre cerca di eludere il guscio vuoto in cui sembra essersi rinchiuso – vorrebbe donarsi alla figlia come padre gioioso –, insegue, attraverso la narrazione di “storie diverse”, una ridefinizione di sé. I racconti ai quali lavora promettono qualcosa di nuovo, come inedito appare tutto ciò che è sul punto di farsi. E i personaggi stessi – Alice, Jack, Giuseppe –, i cui destini si incrociano in una Fabbrico impalpabile che è fabbrica di storie dannate, inseguono e sono inseguiti dal loro creatore che, infine, squarcia o confonde la parete che divide il narratore dal narrato, trascinando l’io di Roberto giù dalla rupe del patto finzionale per dire quanto la sua personale tragedia abbia a che fare con quella di tutti gli altri protagonisti: con Alice, col suo passato nel mondo della televisione e il suo presente sbiadito tra le mura di un supermercato; con Jack, che un tempo si chiamava Andrea, ma la cui vita è poi stata un’educazione sempre più severa alla rabbia e al dolore; con Giuseppe, infine, e con quel suo venire a patti con un lutto devastante. È una Fabbrico davvero disperata, attraversata com’è da violenze (a tratti gratuite, per la verità), da addii, da inaspettate brutalità; avvolta com’è da una nebbia lugubre che assomiglia alle bende di un malato e che medica una ferita che ha la forma di una misteriosa casa con cinque comignoli. Eppure questo romanzo per racconti (dove alla fine tutte le storie si legano) è anche un ruvido salmo in lode di chi trova il coraggio di bucare la notte del proprio passato – del proprio calvario – per guadagnarsi un paradiso in terra, dove “tutto è ogni cosa insieme e ogni cosa è compiuta”.

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