Il vento fra un parola e l’altra. Quarto tempo del paesaggio narrativo di Haruf

 

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(disegno di Giacomo Verri in ‘stile Matticchio’)

di Tiziano Fratus

Di quel centinaio di romanzi che affronterò in un anno non pochi restano in attesa di un’ultimazione che probabilmente non sopraggiungerà mai. Alcuni sono già entrati nel novero del classico, tuttavia del classico novecentesco, altri appartengono a questa nostra attuale contemporaneità. Purtroppo gli italiani che mi soddisfano sono quasi tutti morti, tranne pochi, scarni nomi. Anche autori di fama mondiale spesso mi insoddisfano, con quel tono da professori di qualche notevole università o da columnist del New Yorker. E così, fra una delusione e l’altra, mi accaso fra saggi, testi ibridi che sanno di viaggio, di filosofia, che ridefiniscono il confine fra narrativa, natura e pensiero, e ogni tanto mi inoltro nelle vastità in penombra della poesia. Qui le belle sorprese, al contrario, sono maggiori delle delusioni e dei cedimenti.

Poiché in viaggio, ho divorato Le nostre anime di notte di Kent Haruf (trad. Fabio Cremonesi) in pochi giorni nell’edizione digitale, abbattendo un altro mio personale limite: sono un animale proveniente dal cartocene. Leggerlo mi ha ripresentato la sensazione che, nel tempo, ho provato affrontando alcuni grandi autori. Già dalle prime pagine la calma e la delicatezza che l’autore sa imbastire suggeriscono che il romanzo possa essere un gran bel libro, oltre gli strilli editoriali, oltre le recensioni superbe, oltre le necessità dell’attuale e malconcio mercato editoriale. E non sarà un caso che l’opera di Haruf sia stata avviata nel mondo della nostre patrie lettere da un editore giovane, NN.

Tutto è semplice, essenziale, chiaro, ben detto, nulla di più e nulla di meno, l’autore non intende sorprendere o scioccare il lettore, dare prova della propria maestria: Haruf è un onesto artigiano che sa cucire con l’ago del silenzio e della discrezione. Eppur se lo stile è minimale non è scevro di una certa eleganza. Poche pennellate ai dialoghi aggiungono descrizioni paesaggistiche della cittadina di Holt, già incontrata nella precedente Trilogia della pianura, e così osserviamo come termina una giornata, le case che mutano sentimento, gli alberi al fine della strada, assicurando quel tocco di poesia che un certo qual gusto per il realismo si porta appresso, come in certi quadri dell’Hopper o di Andrew Wyeth.

Il lettore viene accompagnato immediatamente nel cuore della storia. Due anziani, entrambi vedovi, decidono di iniziare a passare la notte insieme, senza promesse, senza avidità, senza bramosia, ma con la placida curiosità di due bambini quasi innocenti, un tocco dopo l’altro, parlando sommessamente nel cuore della notte. Una condivisione di esperienze, idee, ricordi e tempo che li coinvolge sempre più in profondità, facendo i conti coi tabù della mentalità di provincia, e ancor più con le difficoltà, talora purtroppo soverchianti, dei figli. Ma attenzione: non si tratta di un inno alla bontà, non è soltanto una carezza fra due persone alla fine della vita, le meschinità inaspettate si manifestano, così le nostalgie laceranti, i sensi di colpa, le sciagure, fra i due protagonisti non tutto scorre come il lettore si augura o crede di intendere.

Le nostre anime di notte va letto e riletto, è il frutto maturo di una scrittura attenta ad ogni minima esitazione. Il vento passa fra una parola e l’altra ed è lì che noi restiamo in attesa, ad ascoltare.

Kent Haruf: un incontro di anime per tenere a bada la morte

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Le nostre anime di notte, Kent Haruf

Ci è  stato chiesto da Giacomo Verri di fare una recensione per il suo blog su Le nostre anime di notte di Kent Haruf, libro appena pubblicato dalla casa editrice NNE. Fare una recensione a quattro mani non è semplice e neanche tanto immediato. I vantaggi però di scrivere un pezzo in due sono molteplici: intanto ci sono due teste e sono meglio di una, soprattutto se sono due teste pensanti. Le idee e le suggestioni, in questo modo, non sono il doppio, ma si moltiplicano. Uno lancia un’idea, l’altro risponde e rilancia; uno dei due magari ha più fantasia e l’altro ha più tecnica e disciplina e proprietà di scrittura, uno è prolisso e l’altro è stringato, uno mette gli aggettivi e l’altro li toglie. Qui proviamo a raccontare di Holt e di quello che ha rappresentato per noi, che di mestiere facciamo i librai. Lo faremo perciò attraverso le nostre singole impressioni.

Incontro di anime sotto le coperte per farsi compagnia

di Antonello Saiz

Dopo la Trilogia della Pianura ecco aggiungersi il libro testamento scritto prima di morire dallo scrittore americano Kent Haruf. Con Le nostre anime di notte (Trad. di Fabio Cremonesi) siamo sempre  a Holt, piccola cittadina immaginaria del Colorado nella quale abitano anche Addie e Louis,  due vedovi in là con gli anni pronti a interrompere la solitudine verso cui sono destinati con un gesto rivoluzionario. Su proposta iniziale della donna, i due decidono di condividere un letto quando cala la notte perché comprendono che farsi compagnia è una necessità umana innegabile. Quelle mani che di notte stringono mani, quel calore nello sfiorarsi, quei piccoli gesti premurosi e quei racconti sussurrati come un canto alla luna sono la loro rivincita sul tempo che corre e scappa di mano, sono la loro risposta alle rispettive infelicità, sono l’unico antidoto che conoscono alla solitudine. Io ho molto pianto nel leggere in anteprima questo libro, e ho pianto anche nel buio della sala al Teatro Franco Parenti, domenica 12 febbraio, nell’ascoltare la voce di Lella Costa o vedere la goffaggine di Gioele Dix, perfetti nei ruoli di Addie e Louis nei brani selezionati per la presentazione ufficiale del libro. Mi ha provocato brividi a pelle sentire, poi, Cathy Haruf, la moglie dello scrittore scomparso nel 2014, dire “talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere”.

Con la limpidezza asciutta del suo stile anche questa volta Kent Haruf è riuscito a raccontarmi i piccoli gesti della quotidianità di gente semplice facendo diventare poetica e sacra la semplicità assoluta di un panino e un bicchiere di latte. Leggendo il libro mi sono chiesto quale condizione esiste più logorante della solitudine, soprattutto se non è cercata ma imposta dagli accadimenti della vita? Bisogna averla attraversata quella solitudine e quel dolore provocato da certe assenze per riuscire a capire fino in fondo la proposta spregiudicata  di Addie e la scelta di Louis nell’accettarla. Solitudini di esistenze semplici. Ma di fronte a quella sensazione del sentirsi inutili ad una certa età si decide con prepotenza di rimettersi in gioco. Si decide di tornare a sentirsi voluti bene a prescindere, a sentirsi ascoltati e rispettati pure nei propri silenzi. Questo permette a quei due corpi di avvicinarsi nella notte e incontrarsi, cercando in tutti i modi di non fare del male a chi vive intorno a loro. Ma come in tutte le piccole comunità, dove il pettegolezzo e la malevolenza  diventano una forma di controllo sociale, anche qui, ad Holt, le cose non vanno come vorresti. Una storia intima d’amore e un romanzo che riesce a trasmettere emozioni forti con la semplicità di poche parole essenziali. Da leggere necessariamente.

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Scrivere è tenere a bada la morte

di Alice Pisu

È tutto in quella scena, in fondo, mi sono detta dopo aver ripreso in mano il libro a distanza di poche ore dalla presentazione affollata al Teatro Parenti di Milano con Cathy Haruf. È in quelle righe iniziali, in quel percorso senza fretta tra olmi e bagolari sul ciglio della strada fatto da Addie Moore per arrivare a casa di Louis Waters e chiedergli, con estremo candore, di passare le notti insieme, a parlare. È quella scena a rendere Le nostre anime di notte diverso da ogni altro romanzo contemporaneo. La capacità di restituire, con pochi tratti essenziali e dialoghi timidi, l’attesa che si può ancora vivere dopo i settant’anni, quando si crede di non potersi più concedere alcuna gioia, specialmente se vedovi e soli come lo sono loro, due anime di notte in cerca di una coperta per condividere la solitudine. Perché le notti sono la cosa peggiore.

Non riesce a chiederglielo subito, Addie, l’imbarazzo è grande, ma dopotutto non ha niente da perdere, non potrà sentirsi peggio di come già si sente. Louis è timido, impacciato, non si aspettava una richiesta simile alla sua età. Rimane in silenzio per un po’. I silenzi sono la componente fondamentale dei dialoghi di Haruf, perché rendono quei sentimenti di attesa, le perplessità, gli spazi del vuoto, delle domande rimaste mozzate in gola, e poi, lasciate scorrere d’un fiato. Ormai nessuno, in fondo, ha più niente da perdere.

Riprendo in mano Le nostre anime di notte e lo leggo di nuovo, mentre risuonano nella mia testa le parole di Andrée Ruth Shammah che, nell’accogliere il pubblico in quella che è la sua casa, il Teatro Parenti, con il filo di voce che le è rimasto dopo un’operazione alle corde vocali definisce quel libro, tendendolo verso l’alto, “un regalo che la vita ci fa”. Mi sono detta che in fondo non ci sarebbero parole migliori per definirlo.

Torno per strada tra quelle pagine, mi infilo su quella Highway 34, tutto sembra essersi fermato, tutto è piatto e spoglio ad eccezione dei frangivento e degli alberi sul ciglio della strada e di quel supermercato che troneggia con le sue luci e gli scaffali colmi di quei cibi in scatola che scandiscono i giorni di chi è vecchio e solo. La gente si sposa e muore senza destare clamore, a Holt, seguendo sempre quei modelli imposti da cui sarebbe disdicevole smarcarsi. Però può anche succedere che qualcuno, di notte, pensi che in fondo le apparenze, specialmente dopo i settant’anni, non siano poi così importanti davanti alla possibilità di trascorrere gli ultimi anni di vita in un modo quanto più vicino possibile alla felicità. È un’illusione, in fondo, ma perché privarsene? Non si potrà stare peggio anche dovendo fallire.

Allora quelle vite svuotate da incombenze e gioie possono riempirsi di nuovo di qualcosa, di tenerezze, di lunghe chiacchierate a parlare della giornata, di preoccupazioni per un figlio che si sente un fallito, di un paio di birre in cucina prima di salire in camera. Sotto quelle coperte, anche a settant’anni, ci si può sfiorare appena sotto la luce fioca dell’abat-jour e, con estremo candore, magari si può anche scoprire di essere casa per qualcuno.

In fondo la felicità o la sua illusione sono momenti fugaci che sembrano istantanee, un cane vecchio e malandato con cui giocare, un nipote di cui prendersi cura, un compagno con cui la vera intimità è quella della mente, sotto le coperte nella notte o in una sera qualsiasi nel bosco sotto le stelle.

Anche quando si è caratterialmente inadeguati a gestire un vuoto che non si può riempire di nulla, un vuoto che sa creare distanze incolmabili e si crede che non resti che adagiarsi a una vita cortese e tranquilla, anche allora ci può essere spazio per una breve illusione. “Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se questo non vale per noi”.

Cosa rende così diversa da tutto il resto la scrittura di Haruf? Certo il suo tratto essenziale, una struttura imperniata quasi unicamente sui dialoghi e pochi personaggi, ma c’è di più, è in quel filo dell’attesa, nelle domande che lascia in sospeso in attesa che sia il lettore a rispondere. Esiste davvero la possibilità reale di seguire ciò che davvero si vuole fare, concedersi, cedere ai propri sentimenti e capire quale direzione si vuol prendere nella vita anche se vecchi e soli?

Ecco perché nonostante le tante affinità che si possono intravvedere con Faulkner o McCarthy, ci sono spazi in cui Haruf è semplicemente paragonabile a Haruf. Perché il mondo a cui Haruf dà vita è quello dove sono solo gli emarginati, gli esclusi, i non allineati al perbenismo ad avere davvero qualcosa da dire, a lasciare un segno. Sono loro in fondo gli unici veri puri di spirito, come Addie e Louis ma anche come Dad, o come i due anziani fratelli allevatori McPheron. E in quella elegia della classe media e delle sue fragili certezze, come l’ha definita il traduttore Fabio Cremonesi, non posso che calarmi anch’io nella dimensione di quelle due anime sole, Addie e Louis, e sperare assieme a loro che forse, per una volta, le cose potrebbero cambiare il loro corso, anche in una realtà provinciale e gretta come Holt.

Leggo quelle pagine e mi sembra di vederlo ancora una volta curvo su quello scrittoio, Haruf, mentre nel gabbiotto in cui concepì anche la Trilogia di Holt si concede stancamente qualche ora ogni mattina con estrema disciplina, davanti a una tazza di tè.

Sa di avere poco tempo, e allora non resta che lasciar scorrere l’inchiostro e far incontrare quelle due anime nella notte, ancora una volta. Legge un po’ di Faulkner, qualche pagina di Čechov, e continua a scrivere, deve farlo, deve terminare quella storia tenera e triste.

Penso alle parole di Cioran, al suo stupore nel guardare alla morte, nel pensare che nonostante lo scorrere del tempo, essa possa conservare tutta la sua freschezza. L’inizio e la fine, andare verso la vita, come in Canto della pianura, o procedere inesorabilmente verso la morte con Dad, in Benedizione, fermarsi ad assaporare i pochi momenti di purezza che a volte la vita regala, in Crepuscolo.

Tra il viaggio e il ritorno, si compie l’avventura, e quando il ritorno è vicino non resta che scrivere e fermare i momenti, con l’illusione di renderli eterni.

Tra le pareti di un gabbiotto si può essere ovunque, ancora meglio se con un berretto calato sugli occhi per scrivere senza curarsi della sintassi, perché talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere. È così che si tiene a bada la morte.

Kent Haruf: la semplicità che arriva dritta al cuore

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di Gianluigi Bodi

Il nocciolo è questo: Kent Haruf ha raccontato una storia d’amore osteggiata. Tutto qui. Semplice, diretto, oserei dire genuino. Semplice e non sempliciotto, semplice e non banale.

Quella tra Addie e Louis è una storia d’amore che sboccia tardi, sboccia sul viale del tramonto, quando i due hanno già superato i settant’anni. Una storia d’amore che a rigor di logica non dovrebbe urtare nessuno, eppure non è così. C’è qualcuno che desidera mettere i bastoni tra le ruote e far naufragare il tentativo di due persone di essere felici. C’è qualcosa di meschino anche a Holt, pare.

Ormai lo sappiamo tutti, Kent Haruf ha scritto questo libro (Le nostre anime di notte, NN, trad. di Fabio Cremonesi) con la morte che aleggiava sopra la sua testa. Ha messo il punto finale e la malattia che lo stava perseguitando lo ha ucciso.

Non dobbiamo mai dimenticarcene. Quello che Haruf ha consegnato alle stampe è un vero e proprio testamento. Un regalo per i lettori, ma soprattutto per la moglie, discreta compagna di lunghi decenni. Ma al di là del significato ultimo de Le nostre anime di notte, ciò che Haruf ha prodotto perseguitato dalla fine non è altro che un esempio lampante di quanta bravura avesse come scrittore. Il suo essere diretto che è anche uno dei motivi per cui ci è piaciuta così tanto la Trilogia della pianura in questo libro è accentuato. La struttura stessa ce lo spiega. Brevi capitoli, a volte di una pagina scarsa. Ma anche lo stile ha risentito di questa urgenza espressiva. Dialoghi scarni che vanno dritti al punto, descrizioni minime e sufficienti a delineare un contesto d’azione. Sembra quasi che Haruf abbia scritto l’essenziale e l’essenziale è semplicità. Perché quando sai che il tuo tempo è contato tendi a volerti circondare da ciò che hai più amato. Il superfluo perde ogni importanza, le cose per cui litigare sono ridotte al minimo. La struttura sociale viene privata di ogni fronzolo, rimane solo uno scheletro, un’impalcatura sociale ridotta al minimo. Ecco perché Haruf ci ha e si è riportato ad Holt. Doveva fare in modo che lui e noi potessimo dire addio.

Il suo diventa dunque un elogio al semplice. Un elogio a quanto di più puro e fondamentale ci sia. Il rapporto tra le persone, sia esso d’amicizia o d’amore. La relazione con il prossimo, il nostro essere anche in quanto parte di un ingranaggio più grande di noi. Quando si tolgono tutte le sovrastrutture che rischiano di appesantire un testo, quando si arriva direttamente al punto, ecco che non rimane altro che l’indispensabile. Per scrivere in questo modo, per togliere fino all’osso e regalare un libro emozionante bisogna essere dei narratori eccezionali.

E allora a noi non resta che seguire la storia di Addie e Louis, una storia che forse si piega e non si spezza. Non resta che immaginarci Kent e la moglie Cathie distesi a letto al buio della notte mettersi a nudo con le parole e cercarsi con le mani sotto le lenzuola.

E credo che alla fine, anche il motivo per cui il pubblico italiano ha adorato l’opera di Kent Haruf sia molto semplice. Credo che il lettore abbia bisogno di rifugiarsi all’interno di una comunità, che abbia bisogno di essere circondato da certi valori di cui magari ha sentito parlare dal nonno e che ormai sono andati irrimediabilmente perduti. Il lettore ha bisogno di sapere che esiste una speranza, un mondo migliore, più a misura d’uomo. Un mondo in cui le persone hanno un legame che va al di là della parentela, un mondo in cui i sentimenti genuini e, ancora una volta, semplici hanno ancora un valore. Quando la famiglia di Gene va allo sbando e lui porta il figlio dalla nonna è grazie a Addie e Louis che il piccolo riesce a percepire l’importanza dei legami emotivi. È grazie a loro se si allontana dalla tirannia del telefonino. Ecco perché il lettore ha amato Haruf o forse, ecco perché l’ho amato io. Avevo semplicemente voglia di sperare che potessero succedere ancora cose meravigliose. Semplice.

Un’ultima cosa. Mi avevano detto che avrei pianto e mi sarei arrabbiato leggendo Le nostre anime di notte. In realtà non è stato così. In realtà ho mantenuto un sorriso lungo centosessantadue pagine. Perché anche se mi rendevo conto delle piccole imperfezioni, degli spigoli che andavano smussati, della corsa a perdifiato per arrivare alla fine, anche se batteva incessante lo scorrere del tempo tiranno, non ho potuto fare altro che sorridere pensando all’ultimo regalo di un grandissimo scrittore ad un devoto ammiratore.

Da persona semplice a persona semplice. Grazie.

Kent Haruf e l’epica di Holt

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Holt

Holt è una cittadina del Colorado, due grosse arterie, la Main Street e la Highway 34, poche altre vie che s’intersecano perpendicolari; un pungo di case, i silos, il Gas and Go, la chiesa, la ferramenta, la tavola calda e, a diciassette miglia a sud-est della città, la fattoria dei fratelli McPheron, dolce, burbero e periferico cuore di Holt.

Holt batte così forte e così bene nei nostri petti perché non esiste. Frutto dell’immaginazione di Kent Haruf (1943-2014), la cittadina gode di quello statuto di luogo incancellabile e insostituibile che solo altre terre leggendarie inventate, nei secoli, dall’uomo possono vantare. È qui che si annodano le vicende di Victoria Roubideaux, di Tom Guthrie, di Dad Lewis, dei McPheron, di Ike e Bobby, di Willa e Alene e di tutti gli altri; è qui che soffia il Canto della pianura, è qui che sentiamo pulsare la naturalezza dell’inevitabile.

Il fenomeno Haruf

Kent Haruf, figlio di un’insegnante e di un pastore metodista della contea di Pueblo, Colorado, ha pubblicato il suo primo romanzo a quarantun’anni. Ha scritto sei libri, tra il 1984 e il 2013. Prima di allora ha fatto dei mestieri normali, assolutamente normali, ordinari: è stato bibliotecario, impiegato d’ufficio, ha lavorato in un ospedale come infermiere e poi in un centro di salute mentale. È stato addirittura carpentiere. Impieghi, tutti, da cui ha tratto linfa vitale. Se leggerete – come spero – la Trilogia della pianura, scoprirete, in tanti suoi personaggi, epifanici riflessi di queste precedenti occupazioni.

In Italia Haruf fece una breve e, purtroppo, inefficace apparizione nel 2000, per Rizzoli, che pubblicò Canto della pianura nella traduzione di Fabrizio Ascari. Il libro non ebbe successo, il titolo sparì dal catalogo e di Haruf non si parlò più per quindic’anni. Poi è nato l’editore milanese NN. Lì, una squadra d’una dozzina di persone ha saputo trovare la chiave giusta per far suonare la musica di Holt. Nel giro di un anno, a cavallo tra 2015 e 2016, NN ha mandato alle stampe, sempre magistralmente tradotti da Fabio Cremonesi, prima Benedizione (2013), l’ultimo romanzo di Haruf, poi Canto della pianura (1999, vincitore del Colorado Book Award) e infine Crepuscolo (2004). Ecco il capolavoro. Ecco La trilogia della pianura, ora riproposta anche in cofanetto e in tiratura limitata di 3000 copie con il titolo di Trilogia di Holt (NN editore, pp. 904, euro 45). Per questa edizione speciale, troverete, accanto ai romanzi, una lettera della moglie di Haruf, Cathy, una tavola di Franco Matticchio in cui fa bella mostra di sé una splendida Holt, e una mappa della Contea ricostruita da Marco Denti.

Ci sono state, nel corso del 2016, letture pubbliche, flashmob, eventi e manifestazioni di vario tipo, tenore e spessore intorno a Kent Haruf. Come l’olio, è dilagata un’harufmania.

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C’era una volta a Holt

Forse la cosa potrebbe far ridere. Ma io credo sia una faccenda interessante e da approfondire. Dico che, nella Trilogia, Haruf ha riattivato alcune macrostrutture fiabesche. Biancaneve – la più evidente –, e poi Hansel e Gretel (o Pollicino, se vogliamo). Non si tratta, ovviamente, di riprese tout court, ma piuttosto della ripetizione di meccanismi narrativi, coi loro strascichi morali – soprattutto con quelli –, che servono a conferire alle pagine di Haruf quella patina ancestrale che spesso suona del tutto nuova semplicemente perché tanto diversa dalle troppe storie inautentiche che intasano il nostro immaginario. Come in quelle antiche, anche nelle fiabe di Haruf urgono i sentimenti, urge la morale. Una morale semplice, diretta.

Richie e Joy Rae sono Hansel e Gretel. Li troviamo in Crepuscolo, sono i figli di Luther Wallace e Betty June Wallace. Sono poveri, abitano in una roulotte. La famiglia intera è seguita dai servizi sociali. I genitori, in particolare, vivono un’esistenza fatta di istinti primari. Non sanno mantenere una casa, non lavano i piatti, non puliscono, non fanno ordine, non sanno pagare le bollette, non sanno fare la spesa. Non riescono neppure a prendere regolarmente delle pillole. Utilizzano gli assegni di invalidità – e i buoni che Rose Tayler, l’assistente sociale, passa loro – con il solo fine di soddisfare le urgenze della pancia con piatti pronti, dolci e surgelati. Ma a loro pare che vada tutto bene. I bambini, invece, soffrono. Richie fa a botte a scuola, per esempio. Non hanno amici. In poche parole, i due, come Hansel e Gretel, vengono abbandonati dai genitori. Non abbandonati in mezzo al bosco, certo, ma in mezzo alla vita sì. E loro vanno alla deriva, si aggiustano come possono. Richie e Joy Rae sono uniti, si proteggono a vicenda. Ma poi arriva la strega. È una strega terribile. Anzi è un orco (come quello di Pollicino), un maschio, è lo zio dei bambini, si chiama Hoyt Raynes. Come della strega di Hansel e Gretel, anche di Hoyt, all’inizio, si pensa che ci si possa fidare. È un parente, in fondo! E invece. I ragazzi si salvano, alla fine, ma non di sicuro grazie ai loro genitori. In un certo senso si tirano fuori da guai quasi da soli. Come nell’antica fiaba, mentre il padre e la madre si fermano al livello degli istinti animali e primordiali (mangiano, mangiano, mangiano, pensano solo a mangiare), i due fratelli crescono, imparano a utilizzare l’intelligenza che i genitori non hanno. Usano, per così dire, i sassolini bianchi e gli stivali delle sette leghe. E infine trionfano.

C’è poi una Biancaneve, a Holt. Si chiama Victoria Roubideaux. Anche lei ha i capelli neri e, presumibilmente, è molto bella. Così bella che resta incinta, a diciassette anni. La madre – una vera e propria matrigna – la caccia di casa. Le dice che è una puttanella (è forse gelosa della sua fresca bellezza?). La ragazza scappa, vaga per Holt, approda momentaneamente alla casa di Maggie Jones (l’aiutante) e poi alla fattoria dei McPheron. La fattoria è fuori città, come la casetta nel bosco. Al posto dei sette nani, ci sono due burberi vecchi. Due grandi lavoratori. I quali, superati gli iniziali dubbi, decidono di accogliere la fanciulla. In Biancaneve, sappiamo che la regina non smette di insidiare la ragazza. E lo stesso avviene per Victoria. Non che torni in scena la madre (di lei, dopo quella fugace apparizione iniziale, nulla si sa più). No, le nuove insidie vengono da parte di Dwayne, il ragazzo che l’ha messa incinta e poi è scappato. Victoria, per ben due volte, cade vittima degli eccessi del mostro ma, alla fine, anche da lontano, la forza dell’amore dei fratelli McPheron ha la meglio.

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Urgenza dei sentimenti e solidarietà umana

Oltre a un’urgenza dei sentimenti (s’è detto), che non sono mai sentimenti grossi, urlati, stravaganti né esagerati, a Holt si registra un inedito ritorno di epica. Certo non si può dire che quello di Holt sia un universo monologico e unitario: accanto al senso di solidarietà e di vicinanza umana che è forse l’affetto più caldo e più bello che si respira nei romanzi di Haruf, c’è l’assurda e quasi cieca cattiveria della mamma di Victoria Roubideaux (Canto della pianura), la bastarda violenza di Hoyt Raines, zio di Joy Rae e Richie (Crepuscolo), di Russell Beckman, l’alunno di Tom Guthrie (ancora nel Canto). Ma il loro discorso, il ‘discorso del cattivo’, è, come dire, granitico, e i ‘cattivi’ lo portano avanti senza essere sfiorati dal dubbio. In generale, i personaggi di Haruf raramente sono toccati dalla paura di essere in disaccordo con la propria idea di vita e di mondo. Haruf non rappresenta la lacerazione dell’individuo, la scissione di se stessi; forse solo Rose Tayler, nelle pagine finali di Crepuscolo, appare straziata dal dubbio di stare agendo in una direzione utile. Ma poi, riflettendoci, capisci che il suo sconforto è dettato dalla mera e implacabile impossibilità, a volte, di fare la cosa giusta. Lei sa qual è, ma non la può fare.

A Holt, c’è chi riesce a raggiungere i propri obiettivi e chi no, c’è chi soffre e chi no, c’è chi muore patendo, chi se ne va da questo mondo con la malinconia nel cuore, c’è chi è stufo della vita e chi la porta fino in fondo pienamente cosciente delle dure regole del gioco. Ci sono rimpianti ma non rimorsi né pentimenti. Che ci piaccia o no, Dad Lewis (Benedizione), che ha provocato la cacciata del figlio gay da casa, non si pente dei propri gesti: è addolorato, affranto, straziato dalla mancanza di quel ragazzo non più veduto, ma mai lo vediamo ritrattare le proprie posizioni. Allo stesso modo, in Crepuscolo, non c’è tentennamento in Mary Wells, la madre delle piccole Dena e Emma, quando decide di strapparle dal loro tessuto naturale e di trasferirsi a Denver.

Le delusioni, anche quando sono personali, non fanno capo a una qualche incapacità di affrontare i casi della vita. Le mancanze e i guasti che l’uomo si trova a osservare voltandosi indietro al termine dell’esistenza non sono il frutto di una inabilità ma sono semplicemente le regole stesse del vivere. Dad Lewis, che accarezza il volto di Alice, la bambina che abita di fronte, e afferma che nella vita si va di fretta e non si è attenti, dice una verità universale. Che tutti possiamo condividere, che tutti a Holt sono destinati a sentire sulla pelle. Gli esseri umani, in quella contea, condividono una stessa storia, uno stesso destino, uno stesso modo di condurre l’esistenza. Ci si rassegna al dolore perché fa parte della vita.

Quelli di Haruf sono personaggi compatti e, a un tempo, abissalmente profondi. Ma la loro profondità non è recitata, non è messa sotto la lente di ingrandimento, Haruf non ci gioca. Lui fa semplicemente pulsare la vita, la fa sentire inevitabile, nel bene e nel male. Non c’è nulla di artefatto.

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Niente figure retoriche: la vita è a portata di mano

Leggetevi i tre volumi della Trilogia. Le figure retoriche, vedrete, sono pochissime. Addirittura le più usuali – le similitudini, per dire – si contano sulle dita di due mani. Haruf non ha bisogno di trasfigurare la realtà, non ha bisogno di spiegarcela con altre parole. Non gli serve avvicinare concetti lontani per invitarci a cogliere il senso delle cose. Non c’è, insomma, scollatura tra le parole e il significato primario che esse veicolano. Non c’è nulla da capire: la vita è carne, le parole sono la pelle. Non ci sono strati intermedi. Gli eroi di Haruf – se così possiamo chiamarli – sanno benissimo interpretare l’esistenza e la realtà. Non è gente inetta, non è gente lacerata dal di dentro, non è gente che non sa stare su questa terra e si dimena, e si dibatte. E si lamenta. Non ci sono piagnistei esistenzialistici o denunce di fratture ontologiche. É tutto molto chiaro: siamo uomini, stiamo su questo pianeta, possiamo essere felici o soffrire, ognuno conosce a memoria il funzionamento di tutto. E questo fatto ci lascia a bocca aperta.

Allo stesso modo, Haruf non ha bisogno di dirci che cosa i suoi personaggi pensino e perché pensino in un determinato modo. I suoi personaggi agiscono e noi capiamo immediatamente, dai loro gesti, tutto. C’è un che di epico, in questo, di assoluto, di totalizzante. Un tizio come Tom Guthrie, uno come Dad Lewis, una ragazza come Victoria Roubideaux, nessuno di loro ha bisogno di spiegare a se stesso perché sta facendo una cosa o un’altra (Laddove c’è un tentennamento – e Victoria, per carità, ne ha diversi –, ciò non avviene perché il suo modo di vedere il mondo è in contrasto con l’universo di valori di Holt; accade solo perché ha alle proprie spalle poca esperienza della vita). Lo stesso vale per i McPheron; è Haruf stesso a confessarlo: “sono brave persone. Hanno una chiara consapevolezza di cosa è giusto e sbagliato per se stessi e nei confronti degli altri. Non parlano in modo sofisticato né sono raffinati conoscitori del mondo, ma hanno coscienza di sé. Non saprebbero esprimerla e nemmeno vorrebbero. Per loro sarebbe terribile parlare di se stessi a qualche livello psicologico, emotivo o spirituale. Ciò di cui mi interessa scrivere è la più essenziale, fondamentale ed elementare esperienza dell’essere umani: nel caso dei fratelli McPheron, l’esperienza dell’amore. Rapporti e sentimenti che, per me, sono universali e senza tempo”. In una parola, ancora, epico. Il mondo di Holt e i suoi eroi proiettano nel cielo della letteratura un sistema di pensiero unitario, monologico. Dad Lewis può essersi opposto a suo figlio, il reverendo Lyle (sempre in Benedizione) può vederla in modo differente dai suoi concittadini, ma tutti – anche i luridi figli di puttana come Hoyt Raynes – condividono lo stesso sistema di valori, il loro singolo destino è il destino di tutti, è il destino della Contea di Holt.

Per questo non ci si può sottrarre alla lettura della Trilogia, per questo Haruf va considerato tra i classici del nuovo millennio.

Dire quasi la stessa cosa: Fabio Cremonesi nella contea di Holt

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Una splendida Holt nella matita di Franco Matticchio

My life in the bushes of Holt

Quando Giacomo Verri mi ha chiesto di scrivere qualcosa per il suo blog in occasione dell’uscita del cofanetto con i tre volumi della Trilogia di Holt, mi sono venuti in mente mille modi diversi per raccontare l’esperienza di tradurre Kent Haruf, il che non deve stupire, visto che negli ultimi due anni Haruf è la singola persona con cui ho trascorso più tempo: ho lavorato a quattro suoi romanzi in meno di due anni (oltre alla Trilogia ho di recente terminato il romanzo postumo Our souls at night, che uscirà a febbraio sempre per NN Editore). Una delle possibilità a cui avevo pensato per raccontare questi due anni era addirittura una sorta di improbabile contrappunto tra dischi di David Byrne/Talking Heads e romanzi della Trilogia: avevo già in testa il gioco tra Benedizione e My life in the bush of ghosts, ma (per fortuna) mi sono arenato di fronte al dilemma Little Creatures con Canto della Pianura e True Stories con Crepuscolo o viceversa?

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L’immersione nella contea di Holt è stata così intensa che le altre cose che ho fatto tendono a intrecciarsi nella mia testa ai suoi romanzi: la musica che ho ascoltato – come accennavo poco fa – ma anche i posti dove sono stato (ai lettori più accorti non sfuggiranno le descrizioni del Gran Sasso che in Our souls at night spaccio per montagne del Front Range) e così via. E quando dico che ho passato molto tempo con lui, non mi riferisco solo a quello dedicato direttamente a tradurre, rileggere e rivedere. In questo lasso di tempo Haruf è diventato un autore di culto (che brutta cosa quando un traduttore utilizza un calco dall’inglese), “invadendo” ulteriormente la mia vita: presentazioni in libreria, interviste, gruppi di lettura, tutte cose piuttosto inusuali nella solitaria vita di un traduttore; giusto per intenderci, in questo periodo i miei contatti su Facebook sono passati dai fisiologici 350 di una persona mediamente socievole agli 850 e passa che ho oggi, e che in massima parte neppure conosco personalmente.
Ok, ho usato duemila caratteri per parlare di David Byrne e di Facebook e (si parva licet) di me stesso; temo che il lettore interessato a un pezzo sulla Trilogia si sentirà defraudato, ma la magia di Haruf in fondo è anche questa: a leggerlo si diventa harufiani, quando si cerca di parlare di lui si finisce spesso per parlare di se stessi.

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 Dopo gli studi di storia dell’arte medievale, un passato da dirigente in una multinazionale della telecomunicazioni e da editore, Fabio Cremonesi oggi si dedica alla traduzione a tempo pieno. Traduce da tedesco, inglese, spagnolo, catalano.

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La mappa della Contea di Holt ricostruita da Marco Denti

Kent Haruf o la naturalezza dell’inevitabile

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La calorosa accoglienza riservata a Crepuscolo (NN, pp. 317, € 18, trad. Fabio Cremonesi), ultimo tassello della Trilogia della pianura dello statunitense Kent Haruf (1943-2014), arriva a sancire la forza di un autore oggetto di postumi entusiasmi, e di un piccolo editore che incorna, con libri di pregio, le classifiche ingorgate dai soliti noti.

Siamo ancora a Holt, immaginaria cittadina del Colorado. E ancora la prima manciata di volti è quella che ha reso indimenticabili le pagine di Canto della pianura: si tratta di Victoria Roubideaux, ragazza-madre cacciata di casa, e dei fratelli Harold e Raymond McPheron che l’accolgono con dolcissima rudezza. Ritroviamo la giovane e la sua bimba, Katie, ritroviamo i fratelli alle prese con un nuovo cambio di rotta: Victoria deve costruire un futuro a se stessa e a Katie. Parte per Fort Collins, parte per l’Università; è la cosa giusta, anche se i due anziani sanno che quando non ci sarà più vagheranno “come vecchi cavalli da lavoro sfiniti”.

Invece le cose non andranno così: chi ha appreso a commuoversi con e per i McPheron del Canto ora piangerà la morte assurda e improvvisa di Harold; la luce vien meno, lo dice l’esergo di Henry F. Lyte: “Resta con me! Scende il Crepuscolo; / L’oscurità si addensa; Signore, resta con me”. Il vento vortica sulle zolle di letame, l’aria s’impregna di richieste d’aiuto, maggiori, diverse da quelle degli altri romanzi. A Holt la gente è generosa, se c’è da prestare le braccia per un lavoro, o una spalla ove piangere nessuno o quasi si tira indietro. Ma in questo Crepuscolo dalle tinte a mezzo c’è qualcosa d’altro, non il burbero altruismo del Canto, non la malinconica pietas di chi accompagna la morte di Dad Lewis di Benedizione (che chiude la Plainsong trilogy sebbene in Italia sia stato tradotto come primo pannello): il procedere verso l’Altro – che è costante in Haruf –, il senso di fratellanza sembra qui scolpito in un’altra pietra, diversa per la terza volta, e per la terza volta suscitante il nostro stupore per quei fatti della vita che ci pare di sapere a memoria e che, tuttavia, a dirli da capo, e come li dice Haruf, sembrano ancora inediti.

Per le vie di Holt scopriamo il timbro dell’oscurità invocata all’inizio: è il vuoto nel cuore dei bambini (l’orfano DJ, e poi le sorelle Dena e Emma), è quella “specie di paura alla vista di un adulto che piange”; è lo sguardo sul proprio fratello che muore, è la consapevolezza che “ci sono cose che non si superano mai”. Ma quel che fa la differenza con gli altri quadri di Haruf è, qui, l’occhio che coglie sul nascere la necessaria impotenza a fermare le leggi della vita e della morte, un’impotenza che in Canto della pianura è ancora acerba e in Benedizione sta ormai troppo avanti. È questo, dunque, il Crepuscolo, è lo scoprire, quasi sgomenti, che “quello che ci piace sembra che non abbia nessuna importanza. Le cose stanno così”. I gesti di benedizione caleranno alla fine della trilogia. Ora lo spazio è occupato dalla vita che mostra i miracoli e gli irrimediabili guasti, assieme, che regala un insperato amore al vecchio Raymond McPheron e, contemporaneamente, a due passi da lì, permette a quel figlio di puttana di Hoyt Raines di fare del male, follemente, insensatamente.

C’è pietà senza affettazione, c’è un lume sui gesti quotidiani – Haruf ne è il campione – nella loro precedenza e autenticità; la statura del romanzo misura la leggerezza del dire e il bisogno di opzioni etiche, l’estrema pulizia nel travaglio, quello di Raymond, quello di DJ o delle sorelle Dena e Emma, e la dignità, perfino orgogliosa, nel dolore fisico oltreché psicologico dei piccoli Joy Rae e Richie massacrati di botte dallo zio Hoyt. A Holt, Colorado, c’è un senso della lealtà e uno, anche, dell’ineluttabilità delle cose che dovrebbe far riflettere schiere di filosofi: a qualcuno la sorte regala le gioie d’una ripartenza, a altri apparecchia fuggevoli illusioni che non sono per sempre (come il magico capanno di DJ e di Dena); ma tutti i personaggi di Haruf imparano – e noi con loro – a legare affetti e doveri, a diventar coscienti che, a volte, non resta che reggere il tormento perché “di sicuro non andrà tutto bene”.

Il Crepuscolo è allora uno stato interiore, una richiesta d’aiuto, una domanda di pazienza ma anche il segno dell’incredibile disponibilità umana a accogliere ‘le cose della vita’, una preghiera affinché il dolore trovi asilo tra le braccia di qualcuno, sulla spalla di chi ci è indispensabile.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità del 25 agosto 2016.

Kent Haruf: ideali di fratellanza

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di Daniela Risso
Tra i libri della Trilogia forse Crepuscolo (NN editore, traduzione di Fabio Cremonesi) è il più intenso ed è quello che rappresenta di più la Contea di Holt. Un luogo senza tempo dove il massimo movimento è gestito dal vento, lo stesso vento dei romanzi di Caldwell, forse solo più freddo per ragioni geografiche. Un vento che genera quella polvere che toglie un tempo preciso allo svolgersi degli eventi. A Holt non è importante in che anno siamo, si comprende che sono tempi moderni solo perchè, nei momenti di violenza contro i più piccoli, esiste una Assistenza che se ne occupa. Anche nella narrazione della violenza, Haruf mantiene quel suo tono delicato, quasi dolce, quel pudore che viene rappresentato in forma alta da Raymond, l’uomo che tutti noi vorremmo come amico, come vicino di casa. Raymond incarna proprio il non tempo delle piccole città di provincia americane ma anche dei nostri piccoli paesi a economia contadina. I tempi di Raymond sono le mucche e i cavalli, i tori e i vitelli e le loro vite con gli stessi ritmi di sempre. Questo non gli impedisce di avere una “vita sociale” vissuta in punta di piedi sempre nel timore di commettere errori o di essere inadeguato. I suoi sentimenti e le sue attenzioni sono disarmanti e lo diventano in un crescendo, dopo la morte del fratello, il compagno di tutta la vita.
Gli altri personaggi del libro sono, a mio avviso, un fondale vivo che interagisce pacatamente con le emozioni che l’allevatore scatena nel lettore. La violenza esiste ma è a anni luce dalla cupezza di Faulkner dove i “villici” sembrano essere violenti a prescindere, quasi un tutt’uno con la natura che li circonda. In Crepuscolo anche l’ignoranza che subisce violenza ha un che di tenero. Betty e Luther non hanno le armi per ribellarsi e finirebbero per soccombere senza Rose che comunque non può far altro che rassegnarsi alle regole, anche se, lo dice lei stessa, non riesce ad abituarsi nonostante si occupi di assistenza da anni. Che meraviglia una persona che non riesce ad abituarsi all’orrore! Grande lezione di Haruf per tutti noi che quotidianamente siamo bersagliati da informazioni di guerre e di morti e che rischiamo di abituarci ai morti televisivi e smettiamo di indignarci.
Bellissimi poi i figli di Guthrie che incarnano un’idea di bambino che sembra scomparire, bambini che collaborano all’interno della famiglia, che svolgono piccoli e grandi lavori di servizio, vissuti anche come gioco. Bambini che non passano le loro giornate con gli occhi incollati ad un cellulare. Bambini sani, forti che cavalcano nella Contea, che crescono prima e meglio di molti ragazzini di città. In Crepuscolo la città è lontana e non ambita a differenza di Benedizione e soprattutto di Canto della Pianura dove Denver assume un alone quasi magico nell’immaginario degli abitanti di Holt. La città è il luogo dove fuggirà Hoyt dopo aver distrutto le vite di Betty e della sua famiglia.
Bravo Haruf anche nel ridisegnare Victoria che è diventata adulta proprio grazie a Raymon e Harold e che da loro ha imparato e fatto sua questa idea di servizio e presenza nei confronti degli altri. La condivisione genera amore e la presenza garantisce che l’amore sia produttivo nel senso più aulico del termine. Ho trovato poi dolcissimo DJ, questo bimbo grande suo malgrado che accudisce il Nonno invece di esserne accudito e che si occupa anche delle bimbe sue vicine. La costruzione della ‘Casa solo per lui e la vicina’ rispecchia un ideale di fratellanza decisamente meraviglioso.
Ultimo e non ultimo lo stile impeccabile di Haruf nel non descrivere i personaggi se non con poche pennelate che hanno però il pregio di renderli visibili dal lettore: il vestito di seta verde, il cappello bianco da Città, la camicia di lana blu, l’unico vestito buono per rendere Harold “presentabile” nella bara e il commento meraviglioso di Raymond: “non è mio fratello, non avrebbe voluto che nessuno lo vedesse così”. Poi gli attrezzi che servono a visualizzare il paesaggio e la casa dei McPheron. Una casa dove entrando in punta di piedi sappiamo esattamente dove si trovano le cose, forse perchè, per chi ha avuto tra noi un’infanzia con Nonni contadini, la casa dei McPheron è stata un po’ anche la nostra. Crepuscolo racconta una vita essenziale dove ciò che conta sono i sentimenti e la capacità di accogliere il prossimo fino in fondo. Quando leggi l’ultima pagina ti rammarichi che sia finito.

Grazie, erano anni che non leggevo un libro che mi commuovesse a tal punto.