La danza di Kent Haruf

17148668_844431065715577_1158206073_o

di Martino Baldi

Qualche giorno fa, come altre centinaia di persone, consigliavo sulla mia bacheca Facebook la lettura di Le nostre anime di notte con queste parole, scritte senza pensare, sull’onda dell’emozione dell’inizio della lettura:

Esiste una meraviglia più grande di una meraviglia che ti meraviglia nonostante tu sia prontissimo ad essere meravigliato?

La meraviglia è stata infatti – e lo è stata limpidamente – la sensazione più forte che ho provato addentrandomi nel libro. Ma di che meraviglia parlavo? Una prima chiave di lettura è quella più immediata, la meraviglia che aveva effettivamente fatto scrivere queste poche parole: conoscendo ormai Kent Haruf mi immaginavo di leggere un libro notevole ma la bellezza di Anime è addirittura superiore alle aspettative e quindi sono rimasto meravigliato. Da una parte è certamente così. Ma  ho riflettuto poi su quelle semplici parole che il sentimento mi aveva dettato, chiedendo a me stesso cosa si nascondesse sotto la superficie. L’occasione mi è venuta dal commento della mia amica Caterina, che mi chiedeva di convincerla ad acquistare il libro:

Tipo? Convincimi.

Al che, ma ancora una volta di istinto, rispondevo:

Tipo che due anziani pensionati vedovi in un piccolo paese della provincia americana perbenista decidono di dormire insieme per farsi compagnia e passare le notti mano nella mano nel letto a parlare, fregandosene di quello che dice la gente. Libro notturno, intimo, delicato, sullo spazio e il tempo che possiamo farci vicendevolmente, e insieme, nella vita, se sappiamo danzare una danza lenta.

Se avessi dovuto parlare a qualcuno che aveva già letto gli altri libri di Haruf sarei partito certamente da Holt, dalle continuità e dalle discontinuità avvertite rispetto ai tre romanzi precedenti, dai rimandi interni stilistici e di ambientazione. Ma stavolta non potevo usare quegli argomenti. Dovevo andare al cuore dell’emozione senza riferimenti intertestuali o ammiccamenti tra harufiani della prima ora. E grazie a questa affermazione, non pensata, gettata lì, di puro cuore, mi si è aperta – credo – una strada più profonda di comprensione di quello che ho provato durante la lettura.

Ho letto Le nostre anime di notte come fosse la descrizione di una danza. Addie e Louis in fondo cosa fanno se non danzare? Lo stesso delicato cerimoniale iniziale è qualcosa di molto simile a quello che accade in una sala da ballo, dove qualcuno deve vincere la propria timidezza per invitare al ballo un’altra persona. E deve trovare la naturalezza, distanza, la misura, il linguaggio, il ritmo perché l’invito sia accettato e perché le prime fasi del ballo siano un reciproco modo di conoscersi e accordarsi. Se la sintonia è perfetta si apre uno spazio mistico, una bolla di sintonia che ha del sovrannaturale, tra due danzatori che si scoprono affiatati per la prima volta.

Mi sono chiesto cosa significasse questa danza e cosa avesse a che vedere tutto ciò con Holt.

La mia impressione è che Haruf, di volteggio in volteggio, stavolta sia finito lontano da Holt. Sia finito dentro un’anima che è ben più universale di quanto universale sia (e lo è) la cittadina che ha inventato. Ed ecco la seconda natura della meraviglia. Se la Trilogia è un’opera insieme monumentale e delicata sullo “spazio” (nel solco della grande narrativa americana) e su coloro che lo abitano, Le nostre anime di notte è invece una magnifica dissertazione sul “tempo”. Sotto forma di ritmo. Quello necessario per danzare, per farsi spazio a vicenda, ma uno spazio stavolta tutto intimo, interiore, aereo.

Addie e Louis ci ricordano a ogni pagina che la felicità è tutta una questione di ritmo e di come questa magia si renda possibile non abitando uno spazio ma, più spesso, creandolo. Non prendere spazio ma dare spazio. Non è un caso se per descrivere uno stato di incanto possa bastare a volte, come Haruf si fa bastare, un elenco di cose o di azioni. Un elenco semplice. E come, se riguardiamo quell’elenco, ci accorgiamo che ogni elemento potrebbe tranquillamente essere sostituito da un altro, senza scalfire la perfetta restituzione dell’incanto descritto. Conta il ritmo (interiore ed esteriore) con cui le cose accadono e con cui le accogliamo dentro di noi.

Una lezione di felicità: trasformare lo spazio in tempo e il tempo in spazio. Che poi è esattamente quello che fa la danza. Ecco cosa mi è sembrato di aver imparato da quei due signori, ed ecco perché non smetterò mai più di voler loro bene anche a libro chiuso. Come non smetterò di essere grato ad Haruf. E all’eroica banda di NN che ce lo ha regalato.

L’America minore e universale di Kent Haruf

img_20170220_165746

di Anna Vallerugo

Giacomo Verri, uno scrittore che stimo particolarmente, mi ha chiesto un contributo su Kent Haruf (invitandomi così a nozze): ringraziandolo, gli ho inviato questa piccola nota.

Tanto si è scritto sulla trilogia di Haruf, entrata di diritto nel novero dei classici moderni: sulla grazia salvifica che la attraversa, la lingua scarnificata, piana  ma incantatoria – resa magnificamente nella traduzione di Fabio Cremonesi -, la piccola contea di Holt-mondo, i suoi personaggi amatissimi.  E sugli equilibri familiari inattesi, nutriti di amore puro e di gesti piccoli ma pieni di significato, carezze per l’anima. Come avevo scritto, tra gli altri, anch’io, (per chi volesse, qui) chi ci è entrato nel cuore sono uomini, donne e bambini “protagonisti di storie piccole, di fragilità e resistenza, in un microcosmo inventato e universale in cui ci riconosciamo tutti almeno un po’ (sul modello probabilmente di Faulkner, a cui Haruf dichiarava di dovere tanto, che aveva creato un’intera contea nella saga di Yoknapatawpha) fatto di cucine vissute, capanni degli attrezzi, tettoie metalliche. Dove ci si incontra o si decide di lasciarsi vicendevolmente spazio, pur restando presenti, o ancora semplicemente ci si sfiora. E’ materia delicata, questa, di sentimenti puri, e di silenzi, tanti.”

Così scrivevo di Crepuscolo, dove si percepiva tutta la resistenza alla parola, per esempio, dei due fratelli McPheron, gli anziani allevatori avvezzi a viversi accanto in un dialogo fatto di soli gesti, che avevano accolto nelle loro solitudini anche la piccola Victoria Roubideaux, incinta e cacciata di casa, ricostruendo un nucleo familiare anomalo ma solido e vero. Scoprono il proprio limite, i due fratelli, nell’inadeguatezza della parola trattenuta: pagine in cui Haruf eccelle, riuscendo nel miracolo della resa su pagina proprio dell’inciampo, del taciuto.

Poi però, inatteso, cambia rotta Haruf e ne Le nostre anime di notte (per chi volesse, ne avevo scritto anche qui, ci stupisce con una vicenda costruita invece in forma dialogica: ci rende partecipi del nuovo corso di vita dei vicini di casa Addie e Louis, in non più giovane età, che rinunciano, questi, ai silenzi e decidono invece di ”attraversare le notti insieme”, parlando.

Ma la sua bravura non ha cedimenti. Riesce anche così a restituirci pienamente ogni minimo sommovimento emotivo nell’aprirsi – cauto,  graduale, che si prende il giusto tempo – all’altro, Haruf, e a conservare intatti, puri, quel senso di pudore holtiano e di rispetto profondo che ci attendiamo da lui anche in questa nuova forma di lingua esplicitata, di confidenze notturne a ricostruire vite intere – di Addie e Louis, ma anche delle famiglie e della comunità che gravita loro attorno, un’America minore e universale -: per il nostro piacere di lettori, in schiera sempre più folta, che continuiamo a ringraziare NNEditore per la scelta davvero felice di averci “portati” tutti nell’inattesa grazia della contea di Holt.

La cognizione del tempo delle anime di notte

17012527_841395006019183_46205516_n

di Giuditta Casale

Ero già stata una volta ad Holt, leggendo Benedizione, e ho voluto contenere la smania di tornarci, per continuare a rimasticare le sensazioni che il libro mi aveva donato. Perché la scrittura di Haruf, con la sua aurea mediocritas arriva diritta al cuore come un dono, inatteso ma a lungo sperato.

Ho colto dunque al balzo l’occasione di tornare a Holt con l’ultimo romanzo del grande scrittore americano, sempre tradotto da Fabio Cremonesi e sempre pubblicato da NNE. Un vero ritorno, dunque, per il lettore: che ritrova la stessa voce del traduttore, e per me è un dono straordinario poter leggere l’opera dello stesso autore nella medesima traduzione, perché ho così la possibilità di appurare differenze e discrepanze stilistiche riconducendole con una pressoché  assoluta certezza all’originale e non alla traduzione. Come è fondamentale ritrovare la stessa casa editrice, per rinnovare il senso di ritorno nell’impaginazione, nel lettering, nelle decisioni tipografiche. Per uno scrittore come Haruf, in cui i dialoghi hanno una valenza fondamentale, trovarli stampati allo stesso modo in ogni romanzo, senza alcun segno distintivo che li evidenzi, credo che sia sostanziale per sancire un ritorno in luoghi cari. E questo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare sulla cura e l’attenzione editoriale della casa editrice milanese.

Il protagonista assoluto di Le nostre anime di notte è il tempo. Un tempo che si trasforma nella narrazione. Dapprima tempo della solitudine da sfuggire con un espediente insolito e insospettato, qual è la richiesta di Addie Moore, di passare insieme le notti, rivolta a Louis Waters, il vedovo che abita a un isolato di distanza con il quale non ha mai intrattenuto nessun tipo di rapporto, se non quello cordiale e distante di essere amica della moglie:

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

Louis sembra riluttante, e invece è solo il desiderio di non essere precipitoso, poiché da subito passare la notte con Addie diventa la cosa più importante delle sue giornate e ciò che maggiormente gli interessa nella vita. Quello che gli rimane della vita. Perché Addie e Louis sono anziani, ma il loro incontro dilata la percezione del tempo, arricchendolo di aspettative e speranze:

Non abbiamo fretta, disse lui.

No, prendiamoci il tempo che ci serve.

La loro relazione non fa del male a nessuno. Entrambi vedovi e soli, i figli adulti e lontani. Eppure gli altri cominciano a parlare di loro, a metterli in discussione, a chiedere ragioni, alcuni persino a sperare che possa capitare anche alla propria solitudine di trovare un ristoro simile. La loro relazione comincia a fare del bene, non solo a loro stessi ma alla comunità, o almeno a quella parte della comunità che sa tenere le cose piccole e impercettibili che accadono nella giusta considerazione. Qui, mi sembra, che Kent Haruf cominci una sottile sovrapposizione “metaletteraria” tra la storia dei due anziani, la sua produzione letteraria e in generale la propria vita. I libri di Kent Haruf fanno bene, nella loro delicatezza, a quei lettori che sanno riconoscere il bene nei gesti piccoli, che sanno godere dell’inatteso, che sanno meravigliarsi.

Addie ha una percezione del tempo, il proprio tempo, molto netta e decisa:

Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché  dureranno.

Una piccola crepa comincia a serpeggiare lungo la dorsale del loro incontro. Il tempo mostra la finitudine, in una concezione struggente e sentimentale, perché non è un termine determinato, e la sua indeterminatezza accresce la nostalgia e la malinconia, non rispetto a quello che è stato, ma rispetto a ciò che è.

Nella vita della coppia irrompe un bambino di sei anni, il nipote di Addie, Jamie, parcheggiato a casa della nonna per i problemi di coppia dei genitori. Gene, il figlio di Addie, le impone la presenza del bambino senza darle possibilità di scelta, con arroganza e spavalderia. Quando la donna dà la notizia a Louis, la prima reazione dell’uomo riguarda il tempo, la durata della loro relazione:

Immagino che per noi sia la fine, commentò lui.

Invece per la coppia è un nuovo inizio, il bimbo li ringiovanisce, li spinge a fare esperienze nuove, a essere quello che come genitori forse non sono mai stati. Jamie è una restituzione, sempre in termini di tempo. Un ritorno al passato, rimanendo nel presente. Sembra davvero che il tempo si sia fermato in un presente sospeso, immobile, tranquillo, ricco di emozioni e occasioni.

Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.

È l’interpretazione di Addie alla propria storia, in un passo fortemente emblematico del racconto, in cui Haruf svela in maniera esplicita il livello metaletterario che è sotteso in più punti del racconto, facendo discutere i protagonisti su uno spettacolo teatrale tratto da Benedizione. Ma non è semplice divertissement. Attraverso i suoi personaggi Haruf  sottolinea la particolarità di Le nostre anime di notte all’interno dei libri sulla contea di Holt.

La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.

Però è un’altra cosa.

Fabio Cremonesi nella bellissima Nota del traduttore si concentra sull’urgenza presente nel libro, da cui anche il bimbo sembra influenzato, aderendo alla poetica di “prima che sia troppo tardi” in cui sono imbrigliati i protagonisti. La Nota presenta un’interpretazione fascinosa, che mi ha guidato nel ripercorrere le mie impressioni di lettura e che mi ha suggerito punti e passaggi su cui soffermare l’attenzione. Le discrepanze tra il mio sentire e gli spunti interpretativi offerti dal traduttore  raccontano la meraviglia di un testo come “Le nostre anime di notte” che interloquisce con la parte più profonda del lettore, adattandosi a letture plurime e variegate.

Sono i giovani che hanno urgenza ed emergenze, a mio avviso, mentre agli anziani è data una cognizione più piena del tempo. È Jamie che chiede ragguagli sui topolini cresciuti che hanno abbandonato la scatola in cui erano custoditi e accuditi:

Non li vedremo più?

E Louis risponde con la saggezza dell’età, che con il tempo non ha più debiti:

Probabilmente no. Potremmo vederli in giardino oppure fuori, intorno al garage, lungo qualche muro o accanto al capanno. Dovremo guardare bene.

Ecco il dono che il tempo riserva ai due anziani, e di cui è invece privo il fanciullo e con lui gli adulti: la capacità di guardarsi intorno con attenzione e cura e di scorgere la vita che continua il suo corso.

Lo stesso dono che la scrittura di Kent Haruf fa al lettore, che ribadisce  ancora una volta quella sovrapposizione metaletteraria tra la vicenda narrata e la poetica dello scrittore.

È nel passato che Louis e Addie hanno vissuto l’urgenza e l’emergenza, l’onda del dolore e delle frustrazioni, le speranze tradite e i compromessi dolorosi, le scelte inevitabili e i tradimenti del destino.

La scelta di Addie nei riguardi di Louis e del tempo da trascorrere insieme, per quanto lacrimosa e dolorosa, è una scelta di pienezza giocata sulla piena consapevolezza del tempo:

Ma non posso aspettare tutto quel tempo. Potrei essere già morta. Non posso perdermi questi anni con lui.

Non sarà una rinuncia, ma un compromesso. Un nuovo inizio, un ricominciare.

L’eredità di Le nostre anime di notte è nella consapevolezza di un tempo che ha perso la sua frenesia, che guarda al passato senza commettere gli stessi errori, che sa apprezzare ciò che accade senza sentire la veemenza di mordere le occasioni o la furia di possederle.

Anche nel momento più difficile della loro relazione, i due riconoscono tutto il bello che c’è tra di loro e che niente e nessuno potrà negare, neppure la fine:

Mi hai fatto bene. Cos’altro si potrebbe desiderare? Rispetto a com’ero prima di stare con te, sono una persona migliore. È merito tuo.

Oh, non hai smesso di essere gentile con me. Grazie, Louis.

La riflessione sul tempo di Haruf non è lineare, somiglia alla bonaccia, che  nasconde sotto l’apparente calma della superficie, inquietudini e contraddizioni. C’è il pianto e il dolore, la delusione e la frustrazione,  l’incombenza della morte. Ma anche, e soprattutto, la perseveranza di vivere il tempo come presente, nell’illusione che ci sia ancora tempo

come quando abbiamo cominciato a vederci. Come se avessimo ricominciato.

Non è un caso che a Holt non ci sia il mare, che spesso è burrasca e tempesta, senza però rinunciare all’acqua e al suo potere di purificazione e ristoro. È acqua tranquilla, cheta, ma a suo modo vitale e rigenerante, come quella del “torrente Chief Creek, a est di Holt, lungo la Highway. Il torrente era poco profondo e aveva il fondale sabbioso; sulle rive, sotto i salici, crescevano l’euforbia e un prato rasato dalle mucche al pascolo”.

Ed è proprio sulle rive di quel torrente che Addie e Louis si mettono a nudo, scoprendosi sazi e un po’ appesantiti. Sazi del tempo presente vissuto insieme, appesantiti dalla vita e dai rispettivi vissuti.

Sentivano la corrente spingere lingue di sabbia sotto di loro.

È l’inquietudine, che serpeggia nella corrente, ma non li travolge, resta sotto di loro, silente anche se non scevra di conseguenze.

Sul retro della copertina di Le nostre anime di notte si legge:

Questo libro è per chi è stato ad Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Tornare a Holt, e attraversarla di notte, con la chiara percezione della finitudine del tempo, ma senza lasciarsi sommergere dallo stesso, è stato un dono grande, e mi piace credere che Kent Haruf abbia abbandonato Holt con la stessa sensazione con cui io ho terminato la lettura del romanzo, nella convinzione che sarebbe stato come un ricominciare, pur nella consapevolezza che

C’è un tempo e un luogo per ogni cosa.

Il vento fra un parola e l’altra. Quarto tempo del paesaggio narrativo di Haruf

 

img_20170222_141727

(disegno di Giacomo Verri in ‘stile Matticchio’)

di Tiziano Fratus

Di quel centinaio di romanzi che affronterò in un anno non pochi restano in attesa di un’ultimazione che probabilmente non sopraggiungerà mai. Alcuni sono già entrati nel novero del classico, tuttavia del classico novecentesco, altri appartengono a questa nostra attuale contemporaneità. Purtroppo gli italiani che mi soddisfano sono quasi tutti morti, tranne pochi, scarni nomi. Anche autori di fama mondiale spesso mi insoddisfano, con quel tono da professori di qualche notevole università o da columnist del New Yorker. E così, fra una delusione e l’altra, mi accaso fra saggi, testi ibridi che sanno di viaggio, di filosofia, che ridefiniscono il confine fra narrativa, natura e pensiero, e ogni tanto mi inoltro nelle vastità in penombra della poesia. Qui le belle sorprese, al contrario, sono maggiori delle delusioni e dei cedimenti.

Poiché in viaggio, ho divorato Le nostre anime di notte di Kent Haruf (trad. Fabio Cremonesi) in pochi giorni nell’edizione digitale, abbattendo un altro mio personale limite: sono un animale proveniente dal cartocene. Leggerlo mi ha ripresentato la sensazione che, nel tempo, ho provato affrontando alcuni grandi autori. Già dalle prime pagine la calma e la delicatezza che l’autore sa imbastire suggeriscono che il romanzo possa essere un gran bel libro, oltre gli strilli editoriali, oltre le recensioni superbe, oltre le necessità dell’attuale e malconcio mercato editoriale. E non sarà un caso che l’opera di Haruf sia stata avviata nel mondo della nostre patrie lettere da un editore giovane, NN.

Tutto è semplice, essenziale, chiaro, ben detto, nulla di più e nulla di meno, l’autore non intende sorprendere o scioccare il lettore, dare prova della propria maestria: Haruf è un onesto artigiano che sa cucire con l’ago del silenzio e della discrezione. Eppur se lo stile è minimale non è scevro di una certa eleganza. Poche pennellate ai dialoghi aggiungono descrizioni paesaggistiche della cittadina di Holt, già incontrata nella precedente Trilogia della pianura, e così osserviamo come termina una giornata, le case che mutano sentimento, gli alberi al fine della strada, assicurando quel tocco di poesia che un certo qual gusto per il realismo si porta appresso, come in certi quadri dell’Hopper o di Andrew Wyeth.

Il lettore viene accompagnato immediatamente nel cuore della storia. Due anziani, entrambi vedovi, decidono di iniziare a passare la notte insieme, senza promesse, senza avidità, senza bramosia, ma con la placida curiosità di due bambini quasi innocenti, un tocco dopo l’altro, parlando sommessamente nel cuore della notte. Una condivisione di esperienze, idee, ricordi e tempo che li coinvolge sempre più in profondità, facendo i conti coi tabù della mentalità di provincia, e ancor più con le difficoltà, talora purtroppo soverchianti, dei figli. Ma attenzione: non si tratta di un inno alla bontà, non è soltanto una carezza fra due persone alla fine della vita, le meschinità inaspettate si manifestano, così le nostalgie laceranti, i sensi di colpa, le sciagure, fra i due protagonisti non tutto scorre come il lettore si augura o crede di intendere.

Le nostre anime di notte va letto e riletto, è il frutto maturo di una scrittura attenta ad ogni minima esitazione. Il vento passa fra una parola e l’altra ed è lì che noi restiamo in attesa, ad ascoltare.

Kent Haruf: un incontro di anime per tenere a bada la morte

received_10212665883870663.jpeg

Le nostre anime di notte, Kent Haruf

Ci è  stato chiesto da Giacomo Verri di fare una recensione per il suo blog su Le nostre anime di notte di Kent Haruf, libro appena pubblicato dalla casa editrice NNE. Fare una recensione a quattro mani non è semplice e neanche tanto immediato. I vantaggi però di scrivere un pezzo in due sono molteplici: intanto ci sono due teste e sono meglio di una, soprattutto se sono due teste pensanti. Le idee e le suggestioni, in questo modo, non sono il doppio, ma si moltiplicano. Uno lancia un’idea, l’altro risponde e rilancia; uno dei due magari ha più fantasia e l’altro ha più tecnica e disciplina e proprietà di scrittura, uno è prolisso e l’altro è stringato, uno mette gli aggettivi e l’altro li toglie. Qui proviamo a raccontare di Holt e di quello che ha rappresentato per noi, che di mestiere facciamo i librai. Lo faremo perciò attraverso le nostre singole impressioni.

Incontro di anime sotto le coperte per farsi compagnia

di Antonello Saiz

Dopo la Trilogia della Pianura ecco aggiungersi il libro testamento scritto prima di morire dallo scrittore americano Kent Haruf. Con Le nostre anime di notte (Trad. di Fabio Cremonesi) siamo sempre  a Holt, piccola cittadina immaginaria del Colorado nella quale abitano anche Addie e Louis,  due vedovi in là con gli anni pronti a interrompere la solitudine verso cui sono destinati con un gesto rivoluzionario. Su proposta iniziale della donna, i due decidono di condividere un letto quando cala la notte perché comprendono che farsi compagnia è una necessità umana innegabile. Quelle mani che di notte stringono mani, quel calore nello sfiorarsi, quei piccoli gesti premurosi e quei racconti sussurrati come un canto alla luna sono la loro rivincita sul tempo che corre e scappa di mano, sono la loro risposta alle rispettive infelicità, sono l’unico antidoto che conoscono alla solitudine. Io ho molto pianto nel leggere in anteprima questo libro, e ho pianto anche nel buio della sala al Teatro Franco Parenti, domenica 12 febbraio, nell’ascoltare la voce di Lella Costa o vedere la goffaggine di Gioele Dix, perfetti nei ruoli di Addie e Louis nei brani selezionati per la presentazione ufficiale del libro. Mi ha provocato brividi a pelle sentire, poi, Cathy Haruf, la moglie dello scrittore scomparso nel 2014, dire “talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere”.

Con la limpidezza asciutta del suo stile anche questa volta Kent Haruf è riuscito a raccontarmi i piccoli gesti della quotidianità di gente semplice facendo diventare poetica e sacra la semplicità assoluta di un panino e un bicchiere di latte. Leggendo il libro mi sono chiesto quale condizione esiste più logorante della solitudine, soprattutto se non è cercata ma imposta dagli accadimenti della vita? Bisogna averla attraversata quella solitudine e quel dolore provocato da certe assenze per riuscire a capire fino in fondo la proposta spregiudicata  di Addie e la scelta di Louis nell’accettarla. Solitudini di esistenze semplici. Ma di fronte a quella sensazione del sentirsi inutili ad una certa età si decide con prepotenza di rimettersi in gioco. Si decide di tornare a sentirsi voluti bene a prescindere, a sentirsi ascoltati e rispettati pure nei propri silenzi. Questo permette a quei due corpi di avvicinarsi nella notte e incontrarsi, cercando in tutti i modi di non fare del male a chi vive intorno a loro. Ma come in tutte le piccole comunità, dove il pettegolezzo e la malevolenza  diventano una forma di controllo sociale, anche qui, ad Holt, le cose non vanno come vorresti. Una storia intima d’amore e un romanzo che riesce a trasmettere emozioni forti con la semplicità di poche parole essenziali. Da leggere necessariamente.

tumblr_ngmvsuowee1ra8ht7o1_500.jpg

Scrivere è tenere a bada la morte

di Alice Pisu

È tutto in quella scena, in fondo, mi sono detta dopo aver ripreso in mano il libro a distanza di poche ore dalla presentazione affollata al Teatro Parenti di Milano con Cathy Haruf. È in quelle righe iniziali, in quel percorso senza fretta tra olmi e bagolari sul ciglio della strada fatto da Addie Moore per arrivare a casa di Louis Waters e chiedergli, con estremo candore, di passare le notti insieme, a parlare. È quella scena a rendere Le nostre anime di notte diverso da ogni altro romanzo contemporaneo. La capacità di restituire, con pochi tratti essenziali e dialoghi timidi, l’attesa che si può ancora vivere dopo i settant’anni, quando si crede di non potersi più concedere alcuna gioia, specialmente se vedovi e soli come lo sono loro, due anime di notte in cerca di una coperta per condividere la solitudine. Perché le notti sono la cosa peggiore.

Non riesce a chiederglielo subito, Addie, l’imbarazzo è grande, ma dopotutto non ha niente da perdere, non potrà sentirsi peggio di come già si sente. Louis è timido, impacciato, non si aspettava una richiesta simile alla sua età. Rimane in silenzio per un po’. I silenzi sono la componente fondamentale dei dialoghi di Haruf, perché rendono quei sentimenti di attesa, le perplessità, gli spazi del vuoto, delle domande rimaste mozzate in gola, e poi, lasciate scorrere d’un fiato. Ormai nessuno, in fondo, ha più niente da perdere.

Riprendo in mano Le nostre anime di notte e lo leggo di nuovo, mentre risuonano nella mia testa le parole di Andrée Ruth Shammah che, nell’accogliere il pubblico in quella che è la sua casa, il Teatro Parenti, con il filo di voce che le è rimasto dopo un’operazione alle corde vocali definisce quel libro, tendendolo verso l’alto, “un regalo che la vita ci fa”. Mi sono detta che in fondo non ci sarebbero parole migliori per definirlo.

Torno per strada tra quelle pagine, mi infilo su quella Highway 34, tutto sembra essersi fermato, tutto è piatto e spoglio ad eccezione dei frangivento e degli alberi sul ciglio della strada e di quel supermercato che troneggia con le sue luci e gli scaffali colmi di quei cibi in scatola che scandiscono i giorni di chi è vecchio e solo. La gente si sposa e muore senza destare clamore, a Holt, seguendo sempre quei modelli imposti da cui sarebbe disdicevole smarcarsi. Però può anche succedere che qualcuno, di notte, pensi che in fondo le apparenze, specialmente dopo i settant’anni, non siano poi così importanti davanti alla possibilità di trascorrere gli ultimi anni di vita in un modo quanto più vicino possibile alla felicità. È un’illusione, in fondo, ma perché privarsene? Non si potrà stare peggio anche dovendo fallire.

Allora quelle vite svuotate da incombenze e gioie possono riempirsi di nuovo di qualcosa, di tenerezze, di lunghe chiacchierate a parlare della giornata, di preoccupazioni per un figlio che si sente un fallito, di un paio di birre in cucina prima di salire in camera. Sotto quelle coperte, anche a settant’anni, ci si può sfiorare appena sotto la luce fioca dell’abat-jour e, con estremo candore, magari si può anche scoprire di essere casa per qualcuno.

In fondo la felicità o la sua illusione sono momenti fugaci che sembrano istantanee, un cane vecchio e malandato con cui giocare, un nipote di cui prendersi cura, un compagno con cui la vera intimità è quella della mente, sotto le coperte nella notte o in una sera qualsiasi nel bosco sotto le stelle.

Anche quando si è caratterialmente inadeguati a gestire un vuoto che non si può riempire di nulla, un vuoto che sa creare distanze incolmabili e si crede che non resti che adagiarsi a una vita cortese e tranquilla, anche allora ci può essere spazio per una breve illusione. “Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se questo non vale per noi”.

Cosa rende così diversa da tutto il resto la scrittura di Haruf? Certo il suo tratto essenziale, una struttura imperniata quasi unicamente sui dialoghi e pochi personaggi, ma c’è di più, è in quel filo dell’attesa, nelle domande che lascia in sospeso in attesa che sia il lettore a rispondere. Esiste davvero la possibilità reale di seguire ciò che davvero si vuole fare, concedersi, cedere ai propri sentimenti e capire quale direzione si vuol prendere nella vita anche se vecchi e soli?

Ecco perché nonostante le tante affinità che si possono intravvedere con Faulkner o McCarthy, ci sono spazi in cui Haruf è semplicemente paragonabile a Haruf. Perché il mondo a cui Haruf dà vita è quello dove sono solo gli emarginati, gli esclusi, i non allineati al perbenismo ad avere davvero qualcosa da dire, a lasciare un segno. Sono loro in fondo gli unici veri puri di spirito, come Addie e Louis ma anche come Dad, o come i due anziani fratelli allevatori McPheron. E in quella elegia della classe media e delle sue fragili certezze, come l’ha definita il traduttore Fabio Cremonesi, non posso che calarmi anch’io nella dimensione di quelle due anime sole, Addie e Louis, e sperare assieme a loro che forse, per una volta, le cose potrebbero cambiare il loro corso, anche in una realtà provinciale e gretta come Holt.

Leggo quelle pagine e mi sembra di vederlo ancora una volta curvo su quello scrittoio, Haruf, mentre nel gabbiotto in cui concepì anche la Trilogia di Holt si concede stancamente qualche ora ogni mattina con estrema disciplina, davanti a una tazza di tè.

Sa di avere poco tempo, e allora non resta che lasciar scorrere l’inchiostro e far incontrare quelle due anime nella notte, ancora una volta. Legge un po’ di Faulkner, qualche pagina di Čechov, e continua a scrivere, deve farlo, deve terminare quella storia tenera e triste.

Penso alle parole di Cioran, al suo stupore nel guardare alla morte, nel pensare che nonostante lo scorrere del tempo, essa possa conservare tutta la sua freschezza. L’inizio e la fine, andare verso la vita, come in Canto della pianura, o procedere inesorabilmente verso la morte con Dad, in Benedizione, fermarsi ad assaporare i pochi momenti di purezza che a volte la vita regala, in Crepuscolo.

Tra il viaggio e il ritorno, si compie l’avventura, e quando il ritorno è vicino non resta che scrivere e fermare i momenti, con l’illusione di renderli eterni.

Tra le pareti di un gabbiotto si può essere ovunque, ancora meglio se con un berretto calato sugli occhi per scrivere senza curarsi della sintassi, perché talvolta occorre diventare ciechi per imparare a vedere. È così che si tiene a bada la morte.

Kent Haruf: la semplicità che arriva dritta al cuore

freddie-ardley-10

di Gianluigi Bodi

Il nocciolo è questo: Kent Haruf ha raccontato una storia d’amore osteggiata. Tutto qui. Semplice, diretto, oserei dire genuino. Semplice e non sempliciotto, semplice e non banale.

Quella tra Addie e Louis è una storia d’amore che sboccia tardi, sboccia sul viale del tramonto, quando i due hanno già superato i settant’anni. Una storia d’amore che a rigor di logica non dovrebbe urtare nessuno, eppure non è così. C’è qualcuno che desidera mettere i bastoni tra le ruote e far naufragare il tentativo di due persone di essere felici. C’è qualcosa di meschino anche a Holt, pare.

Ormai lo sappiamo tutti, Kent Haruf ha scritto questo libro (Le nostre anime di notte, NN, trad. di Fabio Cremonesi) con la morte che aleggiava sopra la sua testa. Ha messo il punto finale e la malattia che lo stava perseguitando lo ha ucciso.

Non dobbiamo mai dimenticarcene. Quello che Haruf ha consegnato alle stampe è un vero e proprio testamento. Un regalo per i lettori, ma soprattutto per la moglie, discreta compagna di lunghi decenni. Ma al di là del significato ultimo de Le nostre anime di notte, ciò che Haruf ha prodotto perseguitato dalla fine non è altro che un esempio lampante di quanta bravura avesse come scrittore. Il suo essere diretto che è anche uno dei motivi per cui ci è piaciuta così tanto la Trilogia della pianura in questo libro è accentuato. La struttura stessa ce lo spiega. Brevi capitoli, a volte di una pagina scarsa. Ma anche lo stile ha risentito di questa urgenza espressiva. Dialoghi scarni che vanno dritti al punto, descrizioni minime e sufficienti a delineare un contesto d’azione. Sembra quasi che Haruf abbia scritto l’essenziale e l’essenziale è semplicità. Perché quando sai che il tuo tempo è contato tendi a volerti circondare da ciò che hai più amato. Il superfluo perde ogni importanza, le cose per cui litigare sono ridotte al minimo. La struttura sociale viene privata di ogni fronzolo, rimane solo uno scheletro, un’impalcatura sociale ridotta al minimo. Ecco perché Haruf ci ha e si è riportato ad Holt. Doveva fare in modo che lui e noi potessimo dire addio.

Il suo diventa dunque un elogio al semplice. Un elogio a quanto di più puro e fondamentale ci sia. Il rapporto tra le persone, sia esso d’amicizia o d’amore. La relazione con il prossimo, il nostro essere anche in quanto parte di un ingranaggio più grande di noi. Quando si tolgono tutte le sovrastrutture che rischiano di appesantire un testo, quando si arriva direttamente al punto, ecco che non rimane altro che l’indispensabile. Per scrivere in questo modo, per togliere fino all’osso e regalare un libro emozionante bisogna essere dei narratori eccezionali.

E allora a noi non resta che seguire la storia di Addie e Louis, una storia che forse si piega e non si spezza. Non resta che immaginarci Kent e la moglie Cathie distesi a letto al buio della notte mettersi a nudo con le parole e cercarsi con le mani sotto le lenzuola.

E credo che alla fine, anche il motivo per cui il pubblico italiano ha adorato l’opera di Kent Haruf sia molto semplice. Credo che il lettore abbia bisogno di rifugiarsi all’interno di una comunità, che abbia bisogno di essere circondato da certi valori di cui magari ha sentito parlare dal nonno e che ormai sono andati irrimediabilmente perduti. Il lettore ha bisogno di sapere che esiste una speranza, un mondo migliore, più a misura d’uomo. Un mondo in cui le persone hanno un legame che va al di là della parentela, un mondo in cui i sentimenti genuini e, ancora una volta, semplici hanno ancora un valore. Quando la famiglia di Gene va allo sbando e lui porta il figlio dalla nonna è grazie a Addie e Louis che il piccolo riesce a percepire l’importanza dei legami emotivi. È grazie a loro se si allontana dalla tirannia del telefonino. Ecco perché il lettore ha amato Haruf o forse, ecco perché l’ho amato io. Avevo semplicemente voglia di sperare che potessero succedere ancora cose meravigliose. Semplice.

Un’ultima cosa. Mi avevano detto che avrei pianto e mi sarei arrabbiato leggendo Le nostre anime di notte. In realtà non è stato così. In realtà ho mantenuto un sorriso lungo centosessantadue pagine. Perché anche se mi rendevo conto delle piccole imperfezioni, degli spigoli che andavano smussati, della corsa a perdifiato per arrivare alla fine, anche se batteva incessante lo scorrere del tempo tiranno, non ho potuto fare altro che sorridere pensando all’ultimo regalo di un grandissimo scrittore ad un devoto ammiratore.

Da persona semplice a persona semplice. Grazie.

Kent Haruf e l’epica di Holt

cofanetto1

Holt

Holt è una cittadina del Colorado, due grosse arterie, la Main Street e la Highway 34, poche altre vie che s’intersecano perpendicolari; un pungo di case, i silos, il Gas and Go, la chiesa, la ferramenta, la tavola calda e, a diciassette miglia a sud-est della città, la fattoria dei fratelli McPheron, dolce, burbero e periferico cuore di Holt.

Holt batte così forte e così bene nei nostri petti perché non esiste. Frutto dell’immaginazione di Kent Haruf (1943-2014), la cittadina gode di quello statuto di luogo incancellabile e insostituibile che solo altre terre leggendarie inventate, nei secoli, dall’uomo possono vantare. È qui che si annodano le vicende di Victoria Roubideaux, di Tom Guthrie, di Dad Lewis, dei McPheron, di Ike e Bobby, di Willa e Alene e di tutti gli altri; è qui che soffia il Canto della pianura, è qui che sentiamo pulsare la naturalezza dell’inevitabile.

Il fenomeno Haruf

Kent Haruf, figlio di un’insegnante e di un pastore metodista della contea di Pueblo, Colorado, ha pubblicato il suo primo romanzo a quarantun’anni. Ha scritto sei libri, tra il 1984 e il 2013. Prima di allora ha fatto dei mestieri normali, assolutamente normali, ordinari: è stato bibliotecario, impiegato d’ufficio, ha lavorato in un ospedale come infermiere e poi in un centro di salute mentale. È stato addirittura carpentiere. Impieghi, tutti, da cui ha tratto linfa vitale. Se leggerete – come spero – la Trilogia della pianura, scoprirete, in tanti suoi personaggi, epifanici riflessi di queste precedenti occupazioni.

In Italia Haruf fece una breve e, purtroppo, inefficace apparizione nel 2000, per Rizzoli, che pubblicò Canto della pianura nella traduzione di Fabrizio Ascari. Il libro non ebbe successo, il titolo sparì dal catalogo e di Haruf non si parlò più per quindic’anni. Poi è nato l’editore milanese NN. Lì, una squadra d’una dozzina di persone ha saputo trovare la chiave giusta per far suonare la musica di Holt. Nel giro di un anno, a cavallo tra 2015 e 2016, NN ha mandato alle stampe, sempre magistralmente tradotti da Fabio Cremonesi, prima Benedizione (2013), l’ultimo romanzo di Haruf, poi Canto della pianura (1999, vincitore del Colorado Book Award) e infine Crepuscolo (2004). Ecco il capolavoro. Ecco La trilogia della pianura, ora riproposta anche in cofanetto e in tiratura limitata di 3000 copie con il titolo di Trilogia di Holt (NN editore, pp. 904, euro 45). Per questa edizione speciale, troverete, accanto ai romanzi, una lettera della moglie di Haruf, Cathy, una tavola di Franco Matticchio in cui fa bella mostra di sé una splendida Holt, e una mappa della Contea ricostruita da Marco Denti.

Ci sono state, nel corso del 2016, letture pubbliche, flashmob, eventi e manifestazioni di vario tipo, tenore e spessore intorno a Kent Haruf. Come l’olio, è dilagata un’harufmania.

7-kentharuf2-16-47-47-inncom-2

C’era una volta a Holt

Forse la cosa potrebbe far ridere. Ma io credo sia una faccenda interessante e da approfondire. Dico che, nella Trilogia, Haruf ha riattivato alcune macrostrutture fiabesche. Biancaneve – la più evidente –, e poi Hansel e Gretel (o Pollicino, se vogliamo). Non si tratta, ovviamente, di riprese tout court, ma piuttosto della ripetizione di meccanismi narrativi, coi loro strascichi morali – soprattutto con quelli –, che servono a conferire alle pagine di Haruf quella patina ancestrale che spesso suona del tutto nuova semplicemente perché tanto diversa dalle troppe storie inautentiche che intasano il nostro immaginario. Come in quelle antiche, anche nelle fiabe di Haruf urgono i sentimenti, urge la morale. Una morale semplice, diretta.

Richie e Joy Rae sono Hansel e Gretel. Li troviamo in Crepuscolo, sono i figli di Luther Wallace e Betty June Wallace. Sono poveri, abitano in una roulotte. La famiglia intera è seguita dai servizi sociali. I genitori, in particolare, vivono un’esistenza fatta di istinti primari. Non sanno mantenere una casa, non lavano i piatti, non puliscono, non fanno ordine, non sanno pagare le bollette, non sanno fare la spesa. Non riescono neppure a prendere regolarmente delle pillole. Utilizzano gli assegni di invalidità – e i buoni che Rose Tayler, l’assistente sociale, passa loro – con il solo fine di soddisfare le urgenze della pancia con piatti pronti, dolci e surgelati. Ma a loro pare che vada tutto bene. I bambini, invece, soffrono. Richie fa a botte a scuola, per esempio. Non hanno amici. In poche parole, i due, come Hansel e Gretel, vengono abbandonati dai genitori. Non abbandonati in mezzo al bosco, certo, ma in mezzo alla vita sì. E loro vanno alla deriva, si aggiustano come possono. Richie e Joy Rae sono uniti, si proteggono a vicenda. Ma poi arriva la strega. È una strega terribile. Anzi è un orco (come quello di Pollicino), un maschio, è lo zio dei bambini, si chiama Hoyt Raynes. Come della strega di Hansel e Gretel, anche di Hoyt, all’inizio, si pensa che ci si possa fidare. È un parente, in fondo! E invece. I ragazzi si salvano, alla fine, ma non di sicuro grazie ai loro genitori. In un certo senso si tirano fuori da guai quasi da soli. Come nell’antica fiaba, mentre il padre e la madre si fermano al livello degli istinti animali e primordiali (mangiano, mangiano, mangiano, pensano solo a mangiare), i due fratelli crescono, imparano a utilizzare l’intelligenza che i genitori non hanno. Usano, per così dire, i sassolini bianchi e gli stivali delle sette leghe. E infine trionfano.

C’è poi una Biancaneve, a Holt. Si chiama Victoria Roubideaux. Anche lei ha i capelli neri e, presumibilmente, è molto bella. Così bella che resta incinta, a diciassette anni. La madre – una vera e propria matrigna – la caccia di casa. Le dice che è una puttanella (è forse gelosa della sua fresca bellezza?). La ragazza scappa, vaga per Holt, approda momentaneamente alla casa di Maggie Jones (l’aiutante) e poi alla fattoria dei McPheron. La fattoria è fuori città, come la casetta nel bosco. Al posto dei sette nani, ci sono due burberi vecchi. Due grandi lavoratori. I quali, superati gli iniziali dubbi, decidono di accogliere la fanciulla. In Biancaneve, sappiamo che la regina non smette di insidiare la ragazza. E lo stesso avviene per Victoria. Non che torni in scena la madre (di lei, dopo quella fugace apparizione iniziale, nulla si sa più). No, le nuove insidie vengono da parte di Dwayne, il ragazzo che l’ha messa incinta e poi è scappato. Victoria, per ben due volte, cade vittima degli eccessi del mostro ma, alla fine, anche da lontano, la forza dell’amore dei fratelli McPheron ha la meglio.

mappadenti_def

Urgenza dei sentimenti e solidarietà umana

Oltre a un’urgenza dei sentimenti (s’è detto), che non sono mai sentimenti grossi, urlati, stravaganti né esagerati, a Holt si registra un inedito ritorno di epica. Certo non si può dire che quello di Holt sia un universo monologico e unitario: accanto al senso di solidarietà e di vicinanza umana che è forse l’affetto più caldo e più bello che si respira nei romanzi di Haruf, c’è l’assurda e quasi cieca cattiveria della mamma di Victoria Roubideaux (Canto della pianura), la bastarda violenza di Hoyt Raines, zio di Joy Rae e Richie (Crepuscolo), di Russell Beckman, l’alunno di Tom Guthrie (ancora nel Canto). Ma il loro discorso, il ‘discorso del cattivo’, è, come dire, granitico, e i ‘cattivi’ lo portano avanti senza essere sfiorati dal dubbio. In generale, i personaggi di Haruf raramente sono toccati dalla paura di essere in disaccordo con la propria idea di vita e di mondo. Haruf non rappresenta la lacerazione dell’individuo, la scissione di se stessi; forse solo Rose Tayler, nelle pagine finali di Crepuscolo, appare straziata dal dubbio di stare agendo in una direzione utile. Ma poi, riflettendoci, capisci che il suo sconforto è dettato dalla mera e implacabile impossibilità, a volte, di fare la cosa giusta. Lei sa qual è, ma non la può fare.

A Holt, c’è chi riesce a raggiungere i propri obiettivi e chi no, c’è chi soffre e chi no, c’è chi muore patendo, chi se ne va da questo mondo con la malinconia nel cuore, c’è chi è stufo della vita e chi la porta fino in fondo pienamente cosciente delle dure regole del gioco. Ci sono rimpianti ma non rimorsi né pentimenti. Che ci piaccia o no, Dad Lewis (Benedizione), che ha provocato la cacciata del figlio gay da casa, non si pente dei propri gesti: è addolorato, affranto, straziato dalla mancanza di quel ragazzo non più veduto, ma mai lo vediamo ritrattare le proprie posizioni. Allo stesso modo, in Crepuscolo, non c’è tentennamento in Mary Wells, la madre delle piccole Dena e Emma, quando decide di strapparle dal loro tessuto naturale e di trasferirsi a Denver.

Le delusioni, anche quando sono personali, non fanno capo a una qualche incapacità di affrontare i casi della vita. Le mancanze e i guasti che l’uomo si trova a osservare voltandosi indietro al termine dell’esistenza non sono il frutto di una inabilità ma sono semplicemente le regole stesse del vivere. Dad Lewis, che accarezza il volto di Alice, la bambina che abita di fronte, e afferma che nella vita si va di fretta e non si è attenti, dice una verità universale. Che tutti possiamo condividere, che tutti a Holt sono destinati a sentire sulla pelle. Gli esseri umani, in quella contea, condividono una stessa storia, uno stesso destino, uno stesso modo di condurre l’esistenza. Ci si rassegna al dolore perché fa parte della vita.

Quelli di Haruf sono personaggi compatti e, a un tempo, abissalmente profondi. Ma la loro profondità non è recitata, non è messa sotto la lente di ingrandimento, Haruf non ci gioca. Lui fa semplicemente pulsare la vita, la fa sentire inevitabile, nel bene e nel male. Non c’è nulla di artefatto.

matticchio_holt

Niente figure retoriche: la vita è a portata di mano

Leggetevi i tre volumi della Trilogia. Le figure retoriche, vedrete, sono pochissime. Addirittura le più usuali – le similitudini, per dire – si contano sulle dita di due mani. Haruf non ha bisogno di trasfigurare la realtà, non ha bisogno di spiegarcela con altre parole. Non gli serve avvicinare concetti lontani per invitarci a cogliere il senso delle cose. Non c’è, insomma, scollatura tra le parole e il significato primario che esse veicolano. Non c’è nulla da capire: la vita è carne, le parole sono la pelle. Non ci sono strati intermedi. Gli eroi di Haruf – se così possiamo chiamarli – sanno benissimo interpretare l’esistenza e la realtà. Non è gente inetta, non è gente lacerata dal di dentro, non è gente che non sa stare su questa terra e si dimena, e si dibatte. E si lamenta. Non ci sono piagnistei esistenzialistici o denunce di fratture ontologiche. É tutto molto chiaro: siamo uomini, stiamo su questo pianeta, possiamo essere felici o soffrire, ognuno conosce a memoria il funzionamento di tutto. E questo fatto ci lascia a bocca aperta.

Allo stesso modo, Haruf non ha bisogno di dirci che cosa i suoi personaggi pensino e perché pensino in un determinato modo. I suoi personaggi agiscono e noi capiamo immediatamente, dai loro gesti, tutto. C’è un che di epico, in questo, di assoluto, di totalizzante. Un tizio come Tom Guthrie, uno come Dad Lewis, una ragazza come Victoria Roubideaux, nessuno di loro ha bisogno di spiegare a se stesso perché sta facendo una cosa o un’altra (Laddove c’è un tentennamento – e Victoria, per carità, ne ha diversi –, ciò non avviene perché il suo modo di vedere il mondo è in contrasto con l’universo di valori di Holt; accade solo perché ha alle proprie spalle poca esperienza della vita). Lo stesso vale per i McPheron; è Haruf stesso a confessarlo: “sono brave persone. Hanno una chiara consapevolezza di cosa è giusto e sbagliato per se stessi e nei confronti degli altri. Non parlano in modo sofisticato né sono raffinati conoscitori del mondo, ma hanno coscienza di sé. Non saprebbero esprimerla e nemmeno vorrebbero. Per loro sarebbe terribile parlare di se stessi a qualche livello psicologico, emotivo o spirituale. Ciò di cui mi interessa scrivere è la più essenziale, fondamentale ed elementare esperienza dell’essere umani: nel caso dei fratelli McPheron, l’esperienza dell’amore. Rapporti e sentimenti che, per me, sono universali e senza tempo”. In una parola, ancora, epico. Il mondo di Holt e i suoi eroi proiettano nel cielo della letteratura un sistema di pensiero unitario, monologico. Dad Lewis può essersi opposto a suo figlio, il reverendo Lyle (sempre in Benedizione) può vederla in modo differente dai suoi concittadini, ma tutti – anche i luridi figli di puttana come Hoyt Raynes – condividono lo stesso sistema di valori, il loro singolo destino è il destino di tutti, è il destino della Contea di Holt.

Per questo non ci si può sottrarre alla lettura della Trilogia, per questo Haruf va considerato tra i classici del nuovo millennio.