L’International Jazz Day di Guido Michelone (10)

Cecyl

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il decimo e ultimo ascolto:

Cecil Taylor, Unit Structures, Blue Note, 1966

Questo disco insieme a Free Jazz di Ornette Coleman, ad Ascension di John Coltrane, a Ghosts di Albert Ayler e a pochi altri, risulta fondamentale per apprendere, capire, valutare l’estetica del free jazz così come si va delineando in quegli anni Sessanta carichi di innovazioni musicali. Noto come il tredicesimo album a proprio nome e uscito dopo un silenzio di circa quattro anni – in effetti tra il 1956 e il 1962 pubblica ben dodici long playing – Unit Structures rivela ancora una volta un Cecil Taylor pianista di formazione classica dal grande virtuosismo, dunque in grado di mutare, attraverso la costanza, il radicalismo, l’ostinazione e la coerenza l’intero linguaggio musicale afroamericano. Con Unit Structures viene aperta la strada a ben cinque decenni di ininterrotta sperimentazione, in cui il leader si divide tra piano solo, grandi orchestre, piccoli gruppi; in questo caso la formazione, un po’ anomala, è un settetto, dove i ritmi liberi vengono assegnati alla batteria di Andrew Cyrille (altro grande innovatore del proprio strumento), il quale sostiene i contrabbassi di Henry Grimes e Alan Silva, con la suppletiva mansione di reggere impianto e struttura dei quattro pezzi del disco. In effetti Steps, EnterEvening, Unit Structure/As of a Now/Section, Tales (8 Whisps) vengono impostati su qualche spezzone di frase musicale e su grappoli di note, giostrandosi in turbolente improvvisazioni affidate perlopiù al sax alto di Jimmy Lyons, mentre le trombe di Eddie Gale Stevens e il clarinetto basso di Ken McIntyre non fanno altro che estendere il pianismo tayloriano, che, alla fine del disco, s’impone come nuovo e originale, in quanto percussivo ed emancipato da schemi vecchi e da parametri classici. In tal senso Unit Structures appare direttamente connesso alle autentiche tradizioni africane e afroamericane, dal blues allo stride, dai canti tribali alle danze ritualistiche. Lo stesso leader confessa di aver “imparato di più nel ghetto di Boston che al conservatorio” nell’illustrare il proprio stile che appunto in Unit Structures rivela un pianismo senza compromessi; l’album e il personaggio restano tuttavia controversi, perché l’approccio di Cecil Taylor alla musica rimane filosofico e intellettuale per via delle ostiche improvvisazioni totalmente “free”. E quindi, a mezzo secolo esatto dall’uscita, Unit Structures è ancora un long playing di difficilissima fruizione, in cui solo di riflesso l’orecchio allenato percepisce le influenze di altri pianisti ‘moderni’ come Thelonious Monk, Duke Ellington, Horace Silver, Herbie Nichols; si ascoltano invece e si ammirano gli sviluppi repentini di un segno tastieristico “percussivo” di natura espressionista, ovvero furioso, debordante, antimelodico, che riesce però a esprimere e trasmettere un caleidoscopio organico passionale, fra introspezioni e tenerezze, rabbie e dissapori. Benché il titolo parli di ‘strutture unite’, per l’album si dovrebbe piuttosto usare il concetto di ‘opera aperta’ alla Umberto Eco, sentita infatti l’estremizzazione dell’approccio jazzistico verso una free-form antischematica, dove  i quattro brani poggiano sull’energia fisica, sull’esplorazione sonora, sull’oltranzismo estetico e non sulla forma chiusa o sui canoni prestabiliti.

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L’International Jazz Day di Guido Michelone (9)

Archie

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

Il blog giacomoverri.wordpress.com partecipa ufficialmente all’iniziativa pubblicando, ogni giorno, dal 21 al 30 aprile, dieci schede di ascolto per dieci straordinari album che hanno fatto la storia del jazz. Le schede sono ovviamente preparate dal grande Guido Michelone.

Oggi il nono ascolto:

Archie Shepp, Mama Too Tight, Impulse, 1966

Dopo un inizio un po’ in sordina negli anni Sessanta e dopo la gavetta in formazioni di rhythm’n’blues, Archie Sheep conosce Cecil Taylor e con lui inizia i primi esperimenti sonori di libera improvvisazione che lo faranno diventare un musicista di punta nel free jazz politico. La voce del sax tenore, che può inizialmente ricordare Coleman Hawkins, diventa rabbiosa e aggressiva, includendo persino tecniche antitradizionali come fischi e sovracuti, spingendosi verso i suoni brutali di un repertorio dirty che all’epoca viene poi reinventato da una intera generazione di sassofonisti ancor più ribelli sul piano estetico. Mama Too Tight, in tal senso, è  forse l’album-chiave per intenderlo, giacché associa le arcigne dis­so­nan­ze te­no­ristiche e le chiassose raf­fi­che di note ru­vi­de all’inteno di strut­tu­re clas­si­che che sono comunque più ra­zio­na­li e meno istintive del solito free jazz. La mu­si­ca del disco stordisce e conquista (e viceversa) ri­ma­nendo una fe­dele tra­du­zio­ne del­l’am­bien­te so­cia­le ir­re­quie­to e di­sar­mo­ni­co che Shepp, come uomo e musicista, vive sulla propria pelle, grazie a uno stile di rot­tu­ra che si in­se­ri­sce di­sin­vol­tamente in congegni più equi­li­bra­ti e meno oltranzisti. Per Mama Too Tight il leader raduna un insolito ottetto con Tommy Tur­ren­ti­ne (trom­ba), Gra­chan Mon­cur III e Roswell Rudd (tromboni), Perry Robinson (clarinetto), Howard Johnson (tuba), Char­lie Haden (contrabbasso), Beaver Harris (batteria). Il pezzo d’apertura del disco s’intitola A Por­trait of Ro­bert Thomp­son (As a Young Man) ponendosi de facto quale med­ley im­prov­vi­sa­to sul tema base dell’ellingtoniana Pre­lu­de To A Kiss, a cui se­guono sia una tor­ren­zia­le The Brak Strain-King Cot­ton sia una moderata Dem Basses: e Archie mischia l’e­le­gan­te im­pres­sio­ni­smo della poeti­ca del Duca assieme a un brontolio di note che il sax trasmette ispi­ra­tamente, in un arcobaleno di suoni. Di­ciot­to mi­nu­ti di ban­di­smo scheggiato da im­prov­vi­se vo­ra­gi­ni ru­mo­riste, con una bat­te­ria quasi vio­len­ta­ta e i fiati guerreggianti senza esclu­sio­ne di colpi, prima di an­da­re ciasu­no verso la pro­pria stra­da. I pezzi suc­ces­si­vi, nel disco, risultano più brevi, pur essendo parimenti av­venturosi: il mini pro­cla­ma fiatistico in Theme For Ernie resta un delizioso mi­ra­co­lo di morbida ar­mo­nia, al contrario la ti­tle-track è ancora ellingtoniana ma in stile jun­gla con una ver­sio­ne di proposito scom­po­sta e atonale. A fine album viene posto “Ba­sheer”, un brano assai variegato grazie soprattutto ai tempi modificati, per tentare un riuscito parallelismo fra la weltanschauung di Duke Ellington e quella di Archie Shepp: quest’ultimo infatti chiede alla tim­bri­ca sof­fu­sa del trom­bo­ne di evocare certi suoni del Duca, ma an­co­ra una volta il concettualismo razionale viene per così di malmenato da una li­be­rissima im­prov­vi­sa­zio­ne.

 

L’International Jazz Day di Guido Michelone (8)

max-roach-we-insist-freedom-now-suite

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

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Oggi l’ottavo ascolto:

Max Roach, We Insist! Freedom Now Suite,Candid, 1960

Max Roach è unanimemente considerato tra i maggiori batteristi novecenteschi, la cui fama e grandezza travalicano l’originalità del performer, giacché risulta altresì importantissimo nei panni di compositore, didatta, bandleader, talent scout. Influenzato agli esordi dal collega Kenny Clarke – inventore del moderno drumming – Roach diviene poi un influente percussionista sia del bebop sia dell’hard bop, ad esempio suonando nel dopoguerra con il quintetto di Charlie Parker oppure fondando con Clifford Brown un combo seminale. Musicista serio, colto, instancabilmente attivo, Max apre gli anni Sessanta da leader attraverso l’intero decennio come la stagione per lui più fervida, diventando un’autentica icona dei movimenti socioculturali afroamericani; il merito di questo militante protagonismo va ascritto in primis ai temi e ai problemi che vengono affrontati in questo disco, in cui impegno politico e suono ragionato sono inestricabilmente connessi e risultano parimenti su livelli altissimi di accorata partecipazione e indefessa creatività. A proposito dell’album è il leader stesso a rivelare al pubblico: “Quando la Freedom Now Suite, nel 1960, fu pronta, era stata ripresa da molti la dottrina di Marcus Garvey, per la quale tutti gli uomini di origini africane sparsi nel mondo dovevano unirsi. Le comunità nere sparse nel Nord e Sud America o in qualunque altro luogo, dovevano ritrovarsi, mediante i loro rappresentanti, per discutere la situazione dei neri in ogni parte del mondo, pervenire a delle situazioni e metterle in atto”. E, dopo un lungo resoconto sociologico, conclude: “Ecco, quelle mie composizioni volevano essere lo specchio di queste situazioni”. Ma nel disco c’è molto di più: la musica viene suddivisa in cinque parti che formano idealmente una lunga suite per narrare  la tragica epopea delle genti afroamericane in percorso storico-geografico che, lungo gli Stati Uniti, va dalle piantagioni di cotone nel Profondo Sud alle periferie-ghetto delle metropoli settentrionali. L’intero disco, fin dal titolo, è un incitamento al riscatto (We Insist!, noi insistiamo!), per arrivare a una presa di coscienza generale e consentire un moto di orgoglio da parte di una intera etnia che, a sua volta, giunge a un risultato concreto (Freedom Now, libertà subito). Per incidere l’album, Max si avvale della collaborazione di alcuni grandi solisti della scena moderna, dal veterano Coleman Hawkins, dai compagni di strada Booker Little, Julian Priester, Walter Benton, James Schenck, dai percussionisti africani e caraibici Michael Olatunji, Ray Mantilla, Tomas du Vall alla futura bellissima moglie, la vocalist Abbey Lincoln. Analizzando in dettaglio l’album, sul lato A, il brano d’apertura, Driva’ Man, si manifesta con il canto straziato della Lincoln che racconta le violenze sadiche e le molestie sessuali di cui sono vittime le schiave di colore da parte dei padroni bianchi nelle piantagioni fino a cent’anni prima. Freedom Day è ancora introdotta da Abbey con una voce declamatoria che ispira i frementi successivi assolo di tromba, sax tenore, trombone. Triptych: Prayer/Protest/Peace: pensato da Max a mo’ di un balletto strutturato in tre atti, impostato solo sull’incontro/scontro fra voce e batteria, dove la”preghiera” riproduce sommessamente il lamento dei popoli oppressi, la “protesta” urla contro ogni forma di sopraffazione, e infine la “pace” intona una melodia per spiegare che la vittoria è raggiungibile soltanto dopo una dura battaglia per i propri diritti. Sul lato B All Africa rievoca o meglio celebra le origini africane della comunità nero-americana e della stessa musica jazz, sottolineando l’atmosfera mediante l’impiego di percussioni etniche quasi tribali e ossessive da parte di un vero musicista africano. We Insist! Freedom NowSuite si conclude con l’esempio più contestatario e politico: Tears For Johannesburg, un’invettiva contro l’Apartheid nella metropoli del Sudafrica: non a caso il regime di Pretoria vieta la diffusione dell’album, che verrà liberamente ascoltato oltre trent’anni dopo.

L’International Jazz Day di Guido Michelone (7)

Mingus

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

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Oggi il settimo ascolto:

Charles Mingus, The Great Concert Of Charles Mingus, America,1964

Dopo svariate esperienza tra bopper, swinger, dixielander, il contrabbassista Charles Mingus (1922-1979) opta per la strada impervia di compositoree bandleader in un modo sincero, ribollente, contraddittorio, personale che, grosso modo, durante un ventennio, fra il 1955 e il 1975, offre una musica genuina che egli stesso si rifiuta di chiamare jazz: in effetti è originalissimo il sound mingusiano che raggiunge i vertici creativi proprio con questo ‘grande concerto’ tenuto al Théatre des Champs-Elysées di Parigi, che in origine vede la luce su un triplo LP. La musica – comunque jazz contemporaneo – è non comunque ascrivibile a nessuna corrente, pur essendo artisticamente (e politicamente) in anticipo su alcune istanze free senza mai considerarsi esponente diretto o nume tutelare di questa rivoluzionaria apertura. Coma si ascolta in questo live registrato in due occasioni presso una festante sala Wagram rispettivamente il 17 e 19 aprile, iriferimenti estetici, filosofici, antropologici di Mingus sono il tardo swing Duke Ellington (Sophisticated Lady), il bebop di Bird (Parkeriana) e il gospel corale dai quali sa trarre una felice corpulenta sintesi. Personaggio scomodo (come si evince nel saggio-autobiografia Peggio che un bastardo) Charles riunisce in piccoli gruppi i migliori solisti afroamericani: qui è  assieme ai fedeli Jaki Byard al piano, Danny Richmond alla batteria, Clifford Jordan al sax tenore, Johnny Coles alla tromba, a cui si aggiunge l’indimenticabile Eric Dolphy al contralto, al flauto, al clarinetto basso, per il quale il leader scrive e dedica il brano So Long Eric. Alcuni pezzi, infine, come Meditation For Integration, dalla lunga durata, sono poi autentici manifesti per la lotta dei neri contro la segregazione razziale, qui eseguito con un pathos decisamente superiore all’incisions in studio. Senza mai ritagliarsi grossi spazi virtuosistici, il contrabbasso di Mingus da sempre riesce a sostenere,tra assoluta disciplina e imprinting ritmica, sia il ruotare di solisti sia i giri armonici inusuali e i tempi diversi spesso raddoppiati all’improvviso.

L’International Jazz Day di Guido Michelone (6)

charlie haden liberation music

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

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Oggi il sesto ascolto:

Charlie Haden, Liberation Music Orchestra, Impulse, 1969

Il contrabbassista dell’Iowa, morto a Los Angeles nel 2014 a settantasette anni, si impone già a fine Fifties come uno dei più originali freemen bianchi, al punto che lo si ascolta quale compagno di Ornette Coleman nel seminale Free jazz. Come leader Haden debutta proprio con quest’album, il cui titolo servirà in seguito a dare il nome alla propria big band che a momenti alterni durerà fino al 2005: Liberation Music Orchestra insomma risulta un disco-cardine nella cultura musicale degli anni Sessanta/Settanta per i tanti interrogativi che apre nel controverso dibattito su jazz e politica; a livello artistico il long playing nell’album si distingue invece per la forte carica emotiva e il grande solismo lirico dei molti protagonisti, da Gato Barbieri (tenore) a Don Cherry (cornetta e flauti), da Dewey Redman (alto e tenore) a Roswell Rudd (trombone), da Mike Mantler (tromba) a Carla Bley (pianoforte). Ispirandosi direttamente ad alcune canzoni dell’esercito repubblicano antifascista nella guerra civile spagnola (ma c’è pure un accenno al celebre inno cubano su Che Guevara), Charlie realizza una sorta di concept-album dove la militanza ideologica e l’impegno sociologizzante vanno di pari passo con la perizia individuale e l’impatto collettivo, mentre la passionalità delle composizioni viene stemperata nel linguaggio sperimentalistico. L’album verrà considerato alla distanza un evento storico e una testimonianza fondamentale per i giovani jazzmen del Vecchio Continente, proprio nel solidale bilanciamento tra jazz e politica, dove il mito, il pathos, l’azione e il mordente circonda questo esordio sui generis, davvero unico e magistrale.

 

L’International Jazz Day di Guido Michelone (5)

Globe

Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

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Oggi il quinto ascolto:

Globe Unity Orchestra, Live In Wüppertal, FMP, 1975

Si tratta del disco d’esordio per questa super band europea, anche se c’è un diretto precedente nel senso che Globe Unity è il titolo dell’album del 1966 con il quale esordisce il pianista tedesco Alexander Von Schlippenbach. Questa orchestrona riunisce i milgiori talenti del free jazz sul Vecchio Continente: si tratta dunque di una grossa formazione di ricerca sonora che, da allora a oggi, si riunisce solo spradicamente, nonostante gli eccellenti risultati ogni volta conseguiti. Globe Unity andrebbe definita come orchestra jazz in senso lato e più che una big band di impostazione classica (nel senso di swing o mainstream) è definibile quale all star di ottimi solisti di un jazz ultra avanguardista, che in Germania viene chiamata via via free music, creative music, free improvisation o improvised sound. Globe Unity, a cominciare da questa performance dal vivo, durante un celebre festival di nuove tendenze, riesce a fare della ricerca/provocazione il proprio vessillo, sia artistico sia ideologico, ponendosi altresì come risposta europea all’americana Jazz Composers Orchestra Association: entrambe condividono la voglia di sperimentare, ma la Globe Unity presenta anche un discorso citazionistico, uno humour raffinato, un radicalismo esasperato. Le presenze in questo disco ad esempio di Kenny Wheeler alla tromba, Steve Lacy al sax soprano, Evan Parker al sax soprano, Gerd Dudek al sax tenore, Albert Mangelsdorff al trombone, Paul Rutherford al trombone, Peter Kowald alla tuba, Paul Lovens alle percussioni – oltre lo stesso leader tastierista – garantiscono da un lato un’ironica rilettura del passato novecentesco da Jelly Roll Morton a Kurt Weill, dall’altro un tuffo a capofitto su rumorismi dadaisticheggianti (la lunga suite Maniacs). Live In Wüppertal, riascoltato oggi, resta un’emblematica testimonianza  insomma di come la neoavanguardia jazzistica post-sessantottesca non sia solo merito degli americani, ma trovi nella Berlino dei contestatori il supporto di alcuni tenaci propugnatori.

L’International Jazz Day di Guido Michelone (4)

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Anche Vercelli festeggia l’International Jazz Day con una serie di iniziative che si svolgeranno in città (e non solo) dal 21 al 30 aprile 2016: musica dal vivo, tavole rotonde, conferenze, seminari e laboratori, il tutto sotto l’egida della Società del Quartetto e sotto la direzione artistica di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi.

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Oggi il quarto ascolto:

Ornette Coleman, Free Jazz, Atlantic, 1960.

Questo album, che solo su CD può essere ascoltato nella propria interezza, visto che l’originale versione a 33 giri deve purtroppo essere sfumata e spezzata in due parti all’incirca a metà, resta un’opera fondamentale, titanica, epicizzante nella storia del jazz, dando persino il nome all’omonima corrente, il free jazz. L’album viene registrato con un doppio quartetto pianoless che raggruppa i giovani migliori  jazzisti  della nascente epoca free: mettendo il padellone o il dischetto sullo stereo si può quindi ascoltare nel balance di sinistra lo stesso Coleman al sax alto, Don Cherry alla tromba, Scott LaFaro al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria. A destra invece operano Eric Dolphy al clarinetto basso, Freddie Hubbard alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso ed Ed Blackwell alla batteria. Il disco è composto da un unico omonimo brano, Free Jazz appunto, che dura trentasei minuti di improvvisazione collettiva, per un complesso rivoluzionario lavoro che al di sotto delle varianti estemporanee (o meglio libere dalle tradizionali strutture musicali di ritmo, timbro, armonia, melodia) cela un rigore formale unico. L’album Free Jazz, fin da subito, muta radicalmente gli spazi e i tempi di fruire, udire, percepire il jazz e cambia pure il rapporto fra i musicisti, non più costretti a obbedire alla netta separazione tra front line e rhythm section, ma attori paritari in un interplay democratico infinito. La novità è forte e sono molti, fra i critici, a parlare di action painting applicata o virata nella musica aleatoria, anche perché il quadro di Jackson Pollock in copertina non lascia dubbi o fraintendimenti. Alcuni musicologi scrivono che si tratta di atonalismo jazzistico o di equivalente ideale della Scuola di Darmstadt nel sound afroamericano; certo è che Free Jazz all’epoca fa gridare allo scandalo e anche ora, dopo mezzo secolo abbondante, è un album al centro di polemiche e discussioni, perché restano ancora pochi, tra i jazzofili, gli amici o i sostenitori di questa neoavanguardia. Dice Coleman a proposito di Free jazz durante un’intervista: “Si tratta proprio di un’improvvisazione. C’erano soltanto un breve arrangiamento iniziale e finale e un paio di appuntamenti nella parte centrale, nient’altro”. Sul valore anche politico di questa ‘improvvisazione’ occorrerebbe spendere fiumi d’inchiostro, perché si tratta di una svolta epocale persino nei rapporti tra bianchi e neri all’interno delle lotte per la rivendicazione dei diritti civili: Free Jazz è metaforicamente un inno di rivolta.