Le letture lusofone di Daniele Petruccioli: Valério Romão, Quello che è successo a Joana

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di Daniele Petruccioli

«…così è la vita, siamo già tutto alla nascita e ci è dato tutto, e il futuro, nel suo insieme, è la somma dei momenti passati a ripetere ciò che abbiamo dimenticato…»

Valério Romão ha alle spalle 43 anni di vita, traduzioni di Beckett e Virginia Woolf, una nascita in Francia e una formazione portoghese, pièce teatrali, due libri di racconti e due romanzi.
Uno di questi, l’ultimo, Vincenzo Barca l’ha tradotto per Caravan (2017, pp. 169; ed. originale 2013) piccola casa editrice dal catalogo prezioso.
Quello che è successo a Joana dovrebbe essere il secondo volume di una trilogia sulle «paternità mancate», ma la sua devastante dirompenza resta del tutto inalterata anche a leggerlo da solo.

Joana è una di noi. Una donna attenta, informata, previdente, sicura. Programma tutto, usa tutta la tecnologia di cui è in possesso per anticipare, controllare correggere. Joana aspetta un figlio, e questo figlio, che rappresenta tutta la sua vita futura, e anche quella passata perché ne è il coronamento, nascerà come deve, Joana ne è convinta e lavora perché su questo ci sia il margine di dubbio più vicino possibile allo zero. Il che, per una donna come lei, come noi, con accesso al massimo di informazioni possibile e la capacità di organizzarle secondo parametri che crediamo indiscutibili, è semplicemente una questione di ovvie conseguenze:

«…Joana si asciuga con l’asciugamano di spugna e le sue mani, per chi ha la ventura di convivere intimamente con la donna di cui stiamo parlando, meriterebbero un palcoscenico proprio, tanta è la certezza che hanno del posto delle cose che si mettono in moto senza che gli occhi debbano tenerle al guinzaglio…»

Ma la vita, il futuro, non si lasciano afferrare così facilmente. La storia di Joana comincia con un sogno in cui tutto è al rovescio, a cominciare da quelle meravigliose creature una delle quali ha tanto voluto e sta aspettando con tanta ansia:

«I bambini, un flagello di tafani nani, scorrazzavano in una frenesia incontrollabile che terminava più o meno all’altezza della vita e, da quel fossato intransitabile che si chiama infanzia, irrompeva, in un guizzare di fuochi d’artificio, l’infinita varietà di strilli in cui si disperdeva l’energia…»

Al risveglio (sudato), Joana (al settimo mese) avverte strani dolori e macchie sul corpo e si fa portare dal suo uomo all’ospedale. Tutto sembra ancora controllabile, tutto sembra ancora poter avere una fine, un esito futuro. Invece si scopre che la fine, forse, c’è già stata.

«Com’è possibile, dottore, grida Joana, in piedi, mentre il medico guarda a terra cercando un modo con cui riuscire a portare altrove il discorso, lasciando acceso solo il modulo della risposta automatica, com’è possibile se il mio bambino si muoveva, solo poche ore fa, prima che i addormentassi mi scalciava nella pancia, sembrava fossero due…»

E qui comincia la vera discesa agli inferi di Joana, e del romanzo. Un inferno in contrappunto e in serie, perché sono tanti orrori che si sovrappongono, alternano, intrecciano. C’è l’incomunicabilità fatale tra il cittadino e l’istituzione, dove il dolore la rabbia e anche l’ormai congenita mancanza di fiducia del primo scatenano la distanza altera e vendicativa condita dal lieve sadismo dell’altra:

«Il dottor Reinaldo, inalberando un sorriso cordiale, in modalità continua, riuscì a ottenere che Joana gli desse la mano per brevi secondi, durante i quali lui continuò a sballottarla come se fosse morta…»

C’è la solitudine assoluta del dolore fisico, in questo caso delle partorienti, alimentata dall’orrenda pratica per così dire biblica di lasciarle in balia del loro stesso dolore:

«…Joana si guarda intorno (una sala in penombra con due ingressi, con diverse barelle munite di ruote, ognuna occupata da una gravida che cerca incessantemente la posizione migliore perché i dolori la tocchino solo di sfuggita), e l’intera scena, vista da un coprotagonista passivo, è una specie di casting per l’ultimo Fellini…»

E c’è la follia, alla fin fine così riconoscibile da rivelarsi quotidiana, che non può che scaturire da tutto ciò:

«…per il momento l’infermiera, che poco prima era stata il Bianconiglio di Alice che attraversava, orologio in pugno, i corridoi dell’ospedale, ora era l’inverso e ogni passante incrociato diventava un’occasione in più per una chiacchiera che solo di rado riguardava questioni lavorative, mentre affondava in modo prolisso e incisivo nella specialità dell’infermeria, nella sua versione pettegola e maldicente, sarà così in tutti i posti di lavoro, pensa Joana…»

Una discesa a spirale, un declinare che precipita sempre più nella notte, con luci esclusivamente elettriche anzi meglio al neon, con parole che diventano sempre più grida, contorni che si fanno sempre più improbabili, frasi che cominciano sicure e a mano a mano perdono di senso, fino a perdersi e basta, in un’incomprensione assoluta, millenaria.

Per il lettore della versione italiana di questo romanzo, significa anche perdersi sempre di più nella sintassi a spirale, nella lingua dal lessico preciso e quasi asettico ma con l’andamento lacerante che Vincenzo Barca ha voluto e saputo trovare per seguire la caduta di Joana, non solo attraverso un andamento della frase vorrei dire incastonato su sé stesso, ma anche con un gioco attento di allitterazioni dure (ne avrete riconosciuto qualche esempio nelle citazioni riportate sopra). Una caduta anche linguistica, quindi, di cui la traduzione si fa per così dire specchio ustorio, che traduce – è il caso di dirlo – con la precisione di un bisturi la punibilità della sicumera di tutti noi nei nostri piccoli privilegi ossessivo-compulsivi, ultimo dei quali quello del linguaggio, che non è altro se non un’ultima condanna.

Un libro spietato e didattico, nel senso brechtiano del termine. Una traduzione che raggiunge la liricità senza la minima concessione al lirismo. Non lasciateveli scappare.

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Tra gli scaffali di Alessandro Zaccuri

Per molto tempo ho cercato di imporre un ordine ai miei libri, con risultati più o meno comici, più o meno disperati. Alla fine mi sono arreso e ho capito che l’ordine dei libri si imponeva da sé. A volte attraverso le dimensioni (piccoli con piccoli, grandi con grandi), a volte attraverso le collane (che, essendo omogenee, si lasciano impilare che è un piacere), a volte ancora attraverso il criterio che ingenuamente avevo creduto di seguire fin dal principio, e cioè l’affinità tematica: la simpatia bibliografica, se così vogliamo chiamarla. L’ordine alfabetico, tanto lusinghiero nelle sue promesse, non mi ha mai lusingato. Già prima che Edoardo Albinati pubblicasse La scuola cattolica, intuivo che sarebbe bastato un tomo di mille e passa pagine collocato all’inizio della serie per mandare tutto all’aria.

Una logica generale continua a esistere, almeno nelle mie intenzioni, ed è quella della coerenza linguistica. Nei primi tempi, per dire, i francesi stavano tutti insieme, in una progressione vagamente cronologica alla quale assegnavo una certa importanza. Adesso va già bene se le lingue neolatine si accorpano in un blocco e quelle germaniche in un altro. Nella mia giovanile inesperienza, mi ero fatto convincere un po’ troppo facilmente dal mobiliere che proponeva questa libreria solida, squadrata, con gli scaffali alti e profondi. Mi pare che li chiamasse “bussolotti”, o qualcosa del genere, e che magnificasse come pressoché infinita la loro capienza. Ognuno contiene molti volumi, in effetti, il problema sta a ricordarsi dove si annidi un determinato titolo. Spesso, di conseguenza, la ricerca del libro si trasforma nella lettura  – trasversale, ellittica, desultoria – dei libri che nel frattempo mi capitano sotto mano. Magari non trovo quello che cercavo, però imparo comunque qualcosa. Anche a prezzo di lamenti e deprecazioni, ma questo è un tema che lascio volentieri all’eventuale testimonianza della mia famiglia.

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Di recente mi sono impegnato in un riordino in grande stile, i cui risultati dovrebbero risultare evidenti dalle immagini che vedete. Nei famosi bussolotti si arriva fino alla tripla fila e quindi è cruciale stabilire che cosa vada tenuto in primo piano. Classici da pronto intervento, libri che andrebbero letti o addirittura riletti, novità in attesa di delibazione. Il fronte del porto che è la mia libreria appare anche a me imprevedibile e contraddittorio, non senza apparentamenti tanto casuali quanto felici: non ricordo di essere stato io, nella fattispecie, a mettere Péguy a fianco di Houellebecq, ho l’impressione che si siano cercati a vicenda, in una sorta di paradossale riconoscimento. Va meglio in un’altra serie di scaffali, più stretti, dove ho stabilito di tenere gli autori per me irrinunciabili. Dostoevskij e Dickens prima di tutti, e poi Flannery O’Connor, Dürrenmatt, Mauriac, qualcun altro che di volta in volta si aggiunge. Gli italiani stanno da un’altra parte ancora, fuori dall’inquadratura. A Manzoni, per esempio, sono riuscito a destinare un intero mobiletto, che a colpo d’occhio mi è subito parso appropriatissimo allo scopo. L’ho riempito come si deve, ho contemplato per qualche giorno  la perfezione degli incastri, dopo di che – ineluttabilmente – ho cominciato ad aggiungere, accostare, accatastare.

Inventare storie: le 10 regole di Andrea Nicolussi Golo

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1. Abita la tua storia a lungo. Fai che non contrasti con il vero, ma che non sia vera.
2. Raccontala a te stesso ad alta voce. Imparala a memoria.
3.Scrivi. Non è la storia che già sai, ne stai scrivendo un’altra, ma non puoi farci niente.
4.Scrivi sempre e quando sei stanco scrivi ancora. Rare parole ogni giorno.
5. Rileggi. Ogni volta dall’inizio ad alta voce.
6. E quando sei stanco rileggi ancora. Dall’inizio. Di nuovo. Ad alta voce.
7. Riscrivi tutto da capo.
8. E quando sei stanco riscrivi di nuovo.
9. Quando pensi di aver finito ricomincia ogni cosa dall’inizio.
10. Fai leggere a qualcuno, ti dirà che è tutto sbagliato, tutto da rifare. Ok non è divertente, se hai di meglio da fare fallo senza pensieri. Personalmente vado in bicicletta.

***

Andrea Nicolussi Golo (1963) lavora come operatore culturale presso l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Da dieci anni scrive in lingua cimbra sui maggiori quotidiani locali del Trentino e su varie riviste, ha collaborato con la rivista di montagna “Alp”. È accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM). Nel 2010 per le edizioni Biblioteca dell’immagine ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche. Nel 2011 gli è stato assegnato il prestigioso premio “Ostana Scritture in lingua madre”.  Nel 2013 su autorizzazione Einaudi Editore ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2014 ancora per Biblioteca dell’Immagine ha pubblicato il romanzo Diritto di memoria. Ha pubblicato varie fiabe per ragazzi.

Inoltre è stato finalista e segnalato al premio ITAS letteratura di montagna 2017 con l’ultimo libro Di roccia di neve di piombo (ed. Priuli & Verlucca collana I Licheni 2016).

I dischi di Guido Michelone: Henri Texier, L’intégrale. Les années JMS

Texier

In questo doppio CD antologico (L’intégrale. Les années JMS) sono raccolti i tre long playing – Amir (1975-76), Varech (1977), À corde set à Cris (1979) – che il contrabbassista francese, all’epoca come oggigiorno, pubblica per l’etichetta francese specializzata nel jazz sperimentale. Ma va subito detto che non si tratta di astruserie o di radicalismo, a cui il jazz d’Oltralpe, una volta scoperto il free, si abitua per quasi tutti i Seventies (Texier compreso, in album collettivi o per altre compagini): questa ‘integrale’ si fa ascoltare piacevolissimamente grazie a un innato melodismo e a una verve quasi romantica che avvolge tutti i quindici brani (composti perlopiù da Henri e spesso molto brevi). Sui temi partono quindi le improvvisazioni fluide, i vocalismi avvolgenti, le sonorità complessivamente morbide (mai spigolose), le armonie talvolta complesse (ma ridotte all’essenzialità): alla fine si ha la sensazione di riascoltare, con mente serena, un suono molto ‘Anni Settanta’ di quando il jazz si apre non solo all’avanguardia, ma coglie suggestioni da altre realtà musicali, che a loro volta, in questo caso, sanno di arcano, classico, esoticheggiante. Va poi ricordato che in due album su tre Texier fa tutto da solo, usando e sovraincidendo contrabbasso, violoncello, oud, basso Fender, flauto, piano, percussioni e voce; nel terzo intervengono a volte Aldo Romano (eccezionalmente alla chitarra e non alla batteria), Gordon Beck, Didier Lockwood, Jean-Charles Capon, ma la sostanza resta le medesima con Henri proiettato verso un jazz cameristico immaginifico e tuttora attualissimo, forse perché non si vuole o non si sa più esprimersi in questo modo.

Alessandro Cosentini legge ‘Passano i guerriglieri di piombo’

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Il 25 aprile, a Cosenza, l’hanno festeggiato così. E per me è stata una grande sorpresa scoprire che Alessandro Cosentini ha prestato la sua voce per uno dei miei Racconti partigiani: Passano i guerriglieri di piombo.

Dopo il Diploma all’Accademia nazionale di Arte drammatica “Silvio D’Amico”, Alessandro Cosentini ha lavorato per il teatro e per la televisione, interpretando diversi ruoli in fiction prodotte da Rai e Mediaset.

Con lui, nella performance che qui sotto presentiamo in un video amatoriale (con tutti i limiti che ciò comporta), Valentina Militano e Giorgia Conte. Le musiche sono composte e interpretate da Agapornis (Carlo Cimino e Giacinto Maiorca).

Guido Michelone: i 100 anni del Jazz in 50 CD

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50 CD per un centenario

Le fonti sono tuttora incerte ma, tra febbraio e marzo del 1917, viene messo in vendita il primo disco di jazz (Livery Stable Blues dell’Original Dixieland Jazz Band per la cronaca): da allor a oggi la produzione di 78 giri, poi long-playing, quindi compact disc è diventata milionaria in tutti i sensi (impossibile tenere contro dei titoli pubblicati da allora a oggi in tutto il mondo). Ecco invece una selezione di cinquanta album CD fondamentale che parte un po’ prima del 1917 (quando c’erano i rulli di pianola,antenati del jukebox) e si ferma un po’ prima del 2017 (ancora presto forse  storicizzare gli ultimi 15 anni di jazz), scegliendo non i solito capolavori, ma quelle musiche jazz divenute subito popolari oppure altra sonorità influenzate più o meno direttamente dal jazz. Si tratta di una scelta di parte, volutamente rischiosa e magari polemiche, ma che serve indubbiamente a presentare la complessità, la varietà, l’eccezionalità di tutto quanto abbia musicalmente a che vedere, fare, suonaare con il jazz!!!

1898-1913

Scott Joplin, King of Ragtime, (Giant of Jazz)

E’ il pianista col quale si identifica totalmente lo stile ragtime, letteralmente tempo strappato, ossia i veloci brani strumentali che per il forte senso ritmico preludono al jazz. Oltre i numerosi spartiti, che oggi vengono ripresi da numerosi tastieristi, per conoscere a fondo l’approccio interpretativo di Joplin è meglio riascoltare i rulli di pianola (da lui stesso perforati) che sembravano perduti, ma furono per caso ritrovati negli anni Settanta. Questo disco ci presenta appunto composizioni strafamose quali The Enternainer, Meaple Leaf Rag, Magnetic Rag.

1920-1933

Ute Lemper, Berlin Cabaret Songs (Decca)

Con questo CD abbiamo di fronte un paio di situazioni interessanti per la storia del pop: da un lato c’è la bellissima vocalist tedesca, naturale erede di Marlene Dietrich, in grado di cantare in cinque lingue diverse su repertori che vanno dal rock al jazz, dal musical alla classica. Dall’altro c’è un repertorio che mette in luce una stagione assai fervida nella Germania della Repubblica di Weimar. E’ musica espressionista, che, attraverso l’ironia e il sarcasmo, dipinge le contraddizioni della società dell’epoca. Non a caso i musicisti del disco (Spoliansky, Hollaender, Tucholsky, Schiffer) furono banditi dal nazismo come entartete musik. Ute canta sotto la direzione di Robert Ziegler e con l’accompagnamento del Matrix Ensemble.

1922-1929

Fats Waller, Turn On The Heat / The Fats Waller Piano Solos (RCA)

Era sua intenzione diventare un musicista serio, ma le regole spietate dello showbiz americano degli anni trenta con forte impronte razziste, lo costrinsero a recitare la parte del negro sempre allegro e gioviale; Waller era perfettamente cosciente di tutto questo e senza eccessivi clamori usò l’arma dell’ironia e dell’autoironia per divenare un jazzman di successo, suonando dapprima il piano per il cinema muto e lavorando in seguito alle black revue: due esperienze che nello straordinario pianismo e nella felice vena compositiva approdono brani destinati a restare grandi evergreens, come molti di quest’antologia in doppio CD in cui troviamo ben 40 piano solo registrati durante gli interi anni Venti.

1923

 Jelly Roll Morton, The Piano Rolls (Nonesuch)

Ai primi del Novecento, durante l’epoca dei suoi maggiori successi Ferdinand Joseph La Menthe (o Lemott secondo altri), detto Jelly Roll, pianista creolo di New Orleans, sui biglietti da visita aveva scritto che era l’inventore del jazz. C’è qualcosa di vero in questa enfatica affermazione, nel senso che fu il primo a portare il ragtime verso l’improvvisazione, a fare della registrazione discografica una vera e propria arte col suo gruppo Red Hot Peppers. Caduto in disgrazia, riscoperto all’epoca del revival, in questo disco del 1997 assistiamo a un’ulteriore riscoperta, riguardante i rulli di pianola da lui incisi nel 1923 (e restaurati a cura della Artis Wodehouse) in cui si ascoltano analogie e soprattutto differenze con il ragtime.

1923-1933

Bessie Smith, Complete Recordings (CBS)

L’imperatrice del blues fu chiamata all’epoca, ma è forse un titolo che le va stretto, perché il contributo che ha fornito alla storia della musica americana fa ben oltre il singolo genere, per abbracciare di tutto o quasi, dal jazz alla canzone. I suoi infatti sono blues jazzistici, con grandi accompagnatori da Louis Armstrong a Benny Goodman, ed il modo di interpretarli trascende l’esperienza folclorica, per farsi canto drammatico, con uno stile vocalico unico, tra potenza, lirismo, dolore, teatralità. In questa opera omnia troviamo sommi capolavori, Saint Louis Blues, Empty Bed Bblues, Gimmie a Pigfoot, Backwater Blues, Alexander Ragtime Band, Gulf Coast Blues. La Smith è entrata nel mito per la fine tragica: morì dissanguata, dopo un incidente stradale, perché nessun ospedale bianco volle accoglierla.

1925

George Gershwin, Concerto in Fa (Decca)

Possiamo considerarlo il più classico dei musicisti popolari o viceversa il più pop tra quelli colti, nel senso che il compositore newyorchese d’origine ebraica si è rivelato alla distanza tanto un incredibile songwriter al quale hanno attinto i jazzisti, quanto un curioso sperimentatore impegnato a creare un’autentica musica statunitense, inserendo ad esempio elementi folk nel melodramma Porgy and bess oppure accogliendo le sonorità del blues e del jazz in partiture sinfoniche come Rapsodia in blue, Cuban Ouverture,Un americano a Parifi e soprattutto il Concerto in Fa, che denigrato dai musicologi puristi, si è invece rivalutato come il ‘pezzo’ più rappresentativo del compositore newyorchese per quanto concerti i rapporti con il jazz medesimo. Come versione è preferibile quella del 2010 con il pianista Jean-Yves Thibaudet e la Baltimore Symphony Orchestra diretta da Marin Alsop.

1936-1937

Robert Johnson, The Complete Recordings (Columbia)

Si tratta del bluesman che per loro stessa ammissione ha influenzato maggiorente la fitta schiera dei rockers inglesi degli anni Sessanta da Eric Clapton a Mick Jagger. E si tratta di un personaggio avvolto dalla leggenda, famoso per aver stretto un patto con il diavolo e per essere stato avvelenato in circostanze misteriose, forse per una questione amorosa, a soli ventisette anni. In questa raccolta ci sono quarantun brani, praticamente l’opera omnia: blues scarni e intelligenti, perlopiù per voce e chitarra, ancor oggi suonatissimi: Sweet home Chiacgo, Love in Vain, Crossroad Blues, Helhound on my Trail.

1938

Benny Goodman, Carnagie Hall Concert (Jasmine)

Il clarinettista bianco Benny Goodman ha avuto nella storia della musica due meriti epocali: da un lato aver fatto del jazz (poi ribattezzato swing da un dj inglese) una musica pop ossia ballabile e fruita da te le classi sociali; dall’altro lato aver pubblicamente integrato i musicisti di pelle chiara a quelli di colore in un periodo ancora fortemente razzista per la società americana. Un terzo fondamentale merito può invece essere rappresentato da questo disco che è la registrazione, il 16 gennaio, del recital nel massimo auditorium classico newyorchese. Per l’occasione Goodman fece le cose in grande: si esibì con la big band e il celebre quartetto (Wilson, Krupa, Hampton), invitando come ospiti le orchestre di Count Baie e Duke Ellington. Fra le ‘prove del nove’ una trascinante Sing Sing Sing con Jess Stacy al piano e una Honeysuckle Rose in jam session.

1939-1940

Glenn Miller, Glen Island Special (Universe)

Rimane tra i protagonisti assoluti della swing music nella seconda metà degli anni Trenta, ma diventa soprattutto il simbolo del pop della seconda guerra mondiale, dalla parte dei liberatori. Il suo boogie In the Mood può considerarsi l’emblema dell’Europa senza più nazifascismo, che guarda all’America migliore, quella della vera democrazia, del senso civico, nella buona musica. E il jazz di questo trombonista nonché big band leader diventa ancora più caro, sapendo che egli muor e sull’aereo che da Londra doveva trasportarlo per un concerto nella Parigi vittoriosa e festante, dove già lo aspetta la sua orchestra. In questo live dal Glen Island Casino per un’emittente radiofonica i 24 brani del CD mostrano un’orchestra assai efficiente pure dal vivo.

1947

Bunk Johnson, Last testament (Delmark)

Trombettista nero tardivamente riscoperto e poi divenuto tra i protagonisti del revival anni Quaranta, in questo suo ultimo disco suona veramente (e liberamente) all’antica maniera. Pur recitando la lezione della vecchia New Orleans in quest’album Johnson si circonda anche i accompagnatori giovani e ‘moderni’- Ed Cuffee, Garvin Bushell, Don Kirkpatrick, Danny Barker, Wellman Braud, Alphonse Steele) – suonando una gran varietà di musiche in stile hot da vecchie canzone folk a standard swing (Out of Nowhere e You’re Driving Me Crazy) fino a un celebre rag (The Entertainer).

1941

Kurt Weill, Lady in the Dark (Sony)

Il compositore tedesco emigrato a Hollywood trova lavoro non quale compositore impegnato com’era al fianco di Bertolt Brecht nella Germania prenazista, bensì come autore di musical, a cui imprime comunque un valore estetico, sul piano sia formale sia contenutistico ben oltre le frivolezze di Broadway. Questa Lady in the Dark è dunque una commedia musicale con testi delle canzoni di Ira Gershwin e libretto di Moss Hart. Fra i brani più popolari vanno ricordati My Ship e The Saga of Jenny divenuti standard jazzistici. Tra le versioni discografiche è preferibile quella del 1963 diretta Lehman Engel in tredici pezzi, mentre le restanti cinque song estrapolate sono condotte da Maurice Abravanel.

1947

Louis Armstrong, The Complete Town Hall Concert (RCA)

Il grande Satchmo o Pops simboleggia la quintessenza della musica afroamericana: è da sempre l’immagine del jazz, anche se oggigiorno è meno conosciuto dai giovani, che gli preferiscono come simboli Miles Davis o Charlie Parker. Comunque Armstrong fu l’unico a sapere conigliera splendidamente arte e spettacolo. Per iniziare ad apprezzarlo è meglio ascoltare questo Cd, un classico del revivalismo, che raccoglie due famosi concerti con un sestetto All Stars (Bobby Hackett e Jack Teagarden per esempio), ovvero tra i migliori solisti del vecchio hot jazz che lo stesso Louis trova a suonare al meglio rinverdendo i fasti di New Orleans e di Chicago. Back o’ Town Blues, Mahogany Hall Stomp, Jack-Armstrong Blues tra i capolavori.

1947-1952

Charlie Parker, With Strings: the Master Takes (Verve)

L’atista resta l’emblema del jazz moderno, della svolta bebop, in pochi anni un innovatore geniale, ma anche una figura tragica, la cui morte per overdose a soli trentacinque anni lo consegna nell’empireo dei miti novecenteschi. Definirlo qui musicista ‘commerciale’ equivarrebbe a sminuirne la grandezza: tuttavia pur rimandendo sempre fedele a se stesso e alla propria musica, era anche un personaggio che voleva il consenso di massa. Quasi a nobilitare il nuovo jazz in un contesto orchestrale borghese, accetta spesso di improvvisare al sax alto accanto una formazione ritmosinfonica; il contrasto tra ancia ed archi è solo in apparenza stridente: gli riesce pure un capolavoro assoluto, Just friends.

1948

Leadbelly, Lead Belly’s Last Session,(Smithsonian Folkways)

Huddie William Leadbetter fu scoperto dal musicologo Alan Lomax che gli fece incidere ben 135 canzoni, attraverso le quali passa buona parte della cultura afroamericana d’inizio secolo. La vita di questo cantante e chitarrista fu tremenda, passata in galera per accusa di omicidio. scarcerato divenne un modello per intere generazioni di studiosi e appassionati. Il suo vastissimo repertorio comprendeva blues, folk, ballate, canzoni tradizionali, inni popolareschi. Ha inciso con la dodici corde nel 1935, per la Library of Congress fra il ’39 e il ’43 e infine nel suo alloggio per Lomax nel ’48 questo ritratto sonoro – oggi in quadruplo CD – della propria vita e dei gusti musicali (Midnight Special, Rock Island Line e Goodnight Irene sono sue).

1949-1966

B.B. King, King of the Blues (MCA)

Forse il massimo chitarrista blues d’epoca contemporanea: con la sua Lucilla (il nome dato al proprio strumento) B.B. King conferisce ai suoi blues, già venati di r’n’b e a tratti di jazz, un sentimento dolce e aggressivo al tempo stesso. Risulta interessante comunque notare in questa antologia (quadruplo CD), che raccoglie il meglio di una carriera ancora vivacissima, come egli alla voce e alla chitarra modernizzi gli stilemi del Delta accogliendo svariati influssi della musica nera tra soul, jump, swing, ballad. The Thrill is Gone, Sweet Sixteen, Whi i Sing the Blues, Since i Met you Baby i successi maggiori.

1952-1953

W.C. Handy, Father of the Blues. A Musical Autobiography (DRG Records)

Ad ottant’anni l’anziano compositore nero si è messo a raccontare la propria vita in una sorta di autobiografica discografica in cui parla, canta, suona la tromba e la chitarra. Il padre del blues divenne celebre già negli anni Dieci con alcuni brani scritti che formalizzavano le grandi energie della cultura afroamericana. Lo stesso esthabliment americano all’inizio degli anni Cinquanta ha cominciato a occuparsi di lui, con un film (interpretato da Nat King Cole) e un tributo (eseguito da Louis Armstrong), mentre lo stesso Handy mostra il suo talento (anche jazz) in Saint Louis Blues, Memphis Blues, Beale Street Blues e Old Miss Rag.

1955-1956

Frank Sinatra, Songs for Swingin’ Lovers (Capitol)

The Voice, semplicemente la voce: questo l’appellativo riservato a quello che resterà probabilmente il massimo cantare del XX secolo per quanto concerne la musica leggera. Tra jazz e pop song, il vocalist di Hoboken (New Jersey), dalle chiare origini italiane, ha cavalcato oltre mezzo secolo di musica americana, tra swing, crooner, mainstream: il periodo migliore è senza dubbio quello dei dischi Capitol, tra cui questo rimane il suo capolavoro. Abilmente guidato dall’orchestra di Nelson Riddle, Frank, con un timbro vellutato e romantico, inanella una dozzina di pezzi jazzati. You’re Getting to be a Habit with Me, I’ve Got You Under My Skin e We’ll be together again i brani migliori.

1955-1960

Chuck Berry, The Chess Box (Chess)

Il cantante, chitarrista, compositore di Saint Louis da molti ritenuto il vero inventore del rock and roll, può senza dubbio considerarsi il miglior esponente, in senso qualitativo, della tendenza che ha rivoluzionato la musica dopo. Quest’antologia di tre compact raccoglie davvero il meglio della sua produzione, che di fatto, a livello estetico, si concentra, nella seconda metà degli anni Cinquanta con una ventina di brani, dalla melodia spigliata ed incisa, con riff chitarristici indimenticabili: una formula chiaramente derivata dal r’n’b e dal jazz che però resta alla base di tutto il rock successivo, al punto che gli stessi musicisti riconosco in Berry, assai più che in Elvis il vero genio musicale del rock and roll, come si evince da Roll over Beethoven, Sweet Little Sixteen, Johnny B. Goode, Oh Carol, Rock adn Roll Music.

1956

Fred Astaire, The Irving Berlin Songbook (Verve)

Ballerino in coppia con Ginger Rogers nei classici musical degli anni Trenta, in diverse occasioni, oltre piroettare superbamente, negli sketch musicali si esibiva pure in un divertente falsetto. Spessi i panni del danzatore ha voluto raccogliere su quattro long playing le migliori canzoni dei grandi compositori, che avevano ispirato il suo cinema. E lo ha fatto, intelligentemente, in chiave jazz, circondandosi di ottimi solisti: il sestetto in questo caso è formato da Peterson, Brown, Shavers, Philips, Kessel, Stoller. Il libro di canzoni sul grande Cole Poter consente altresì di riscoprire ancora una volta l’immensa grandezza di un songwriter novecentesco, da Top hat a Cheek to cheek, a Puttin’ on the Ritz a No strings.

1956

Ella Fitzgerald, The Cole Porter Songbook (Verve)

Ella è stata la maggior cantante jazz assieme a Bessie, Sarah e Billie: cresciuta con la big band di Chick Webb ha saputo distaccarsi dai modelli commerciali per improvvisare scat alla Louis Armstrong e per spaziare quindi fra i più eterogenei repertorio dalla pop song alla bossa nova, includendo anche i canzonieri dei grandi songwriter americani tra le due guerre. Questo disco in tal senso è anche un ottimo viatico per far conoscenza con uno dei massimi autori novecenteschi, il primo di una serie (Berlin, Gershwin che vede la Fitzgerald brillante protagonista nella seconda metà degli anni Cinquanta. Accompagna l’orchestra di Buddy Bregman.

1956

Elvis Presley, Elvis Presley (RCA)

Il primo divo rock, il re del rock and roll, un’icona pop, per molti critici l’autentico iniziatore di una rivoluzione musicale, che attiene sia alla cultura giovanile sia all’universo mediologico: al di là delle più o meno oggettive qualità vocali del personaggio (che di raro compose brani o suonò la chitarra, preferendo esibirsi soprattutto quale interprete), Elvis è fondamentale della storia del secondo Novecento per essere un bianco che cantava da negro, per aver assorbito spontaneamente il linguaggio rdel jazz e del hythm and blues all’interno del country e della torch song. Questo è il suo primo album ufficiale, con gli scatenati Tutti Frutti e Blue Suede Shoes e gli standard I Got a Woman, eBlue Moon.

1957

Billie Holiday, Songs for Distingué Lovers (Verve)

Sophisticated Lady come viene chiamata dai suoi numerosi ammiratori risulta fra le figure più tragiche dell’intera storia jazzistica: innovatrice del canto afroamericano, grazie alla voce roca con cui personalizzava ogni tipo di canzone, usando altresì le distanze dal microfono in senso creativo, Billie Holiday ha iniziato con lo swing ed ha anticipato molte tendenze moderne con un vocalismo squisitamente cool: la grandezza dell’artista si nota anche in questo album, una raccolta del periodo Verve, in fase ormai calante, per una musicista invecchiata precocemente e scomparsa a soli quarantaquattro amni per abuso di alcol e droghe. Ma le versioni di sei standard come Day In, Day Out, A Foggy Day, Stars Fell on Alabama, Just One of Those Things, I Didn’t Know What Time It Was, supportate da una jazz bandcomprendente Harry Edison e Ben Webster, bastano a giudicarne il valore assoluto.

1957

Leonard Bernstein, West Side Story (Deutsche Gramophon)

Per gli appassionati di musica classica è noto come tra i massimi direttori d’orchestra, ma buona parte della sua attività creativa fu rivolta a creare una musica d’ispirazione dotta che però non dimenticasse il sommo contributo degli Stati Uniti alla musica popolare. Ed infatti è stato il primo (e finora l’unico) a trasporre nel teatro d’opera i contenuti del giovanilismo rock e le forme musicale jazz e latine, in una vicenda di rivalità fra bande teppiste; uno sorta di Romeo e Giulietta tra i bassifondi di New York, in cui tutto si svolge nella forma del melodramma, nonostante le arie più belle (Maria o America) contengano suggestioni afroamericane. Ottima la versione con i cantanti Kiri Te Kanawa e José Carreras.

1958

Sam Cooke, Encore (Keen)

Questo è il secondo album che lo sfortunato cantante (1931-1964) indice con la Bumps Blackwell Orchestra: è un disco variegato, ancora lontano dallo stile pop-Soul che caratterizza i migliori successivi commerciali all’inizio dei Sixties; in Encore invece si ascolta ancora un jazz singer orientato sia verso i bluesmen sia soprattutto attorno ai crooner con diversi jazz standard in repertorio e con un vocalismo che a tratti rammenta il grande Nat King Cole.

1958-1967

Esquivel, Cabaret Manana (RCA)

Dopo oltre trent’anni di dimenticatoio è stato finalmente riscoperto un maestro della cosiddetta musica lounge; di origine messicana, in dieci anni di carriera statunitense (quelli documentati dalla bella antologia) si è impegnato a dirigere orchestre su temi già noti per esaltare al massimo le qualità della stereofonia, l’ennesimo ritrovato tecnologico, che permetteva appunto alla grandi formazioni di far esaltare su disco il senso di profondità dell’ascolto musicale. Il linguaggio sonoro era quello della tradizione americana, più easy listening, e latin jazz che ricerca estetica, forse comunque uno swing avanzato dove la tecnica è parte integrante del progetto artistico. Miniskirt, Malaguena, Sentimental journey, Take the A train azzeccatissimi remakes.

1958-1986

Antonio Carlos.Jobim, The Man from Ipanema (Verve)

Jobim detto Tom è l’inventore della bossa nova, la musica brasiliana (in particolare di Rio de Janeiro) che furoreggiò dappertutto nei primi anni Sessanta: ed immenso è il merito di questo geniale cantante, arrangiatore, chitarrista, il quale sui testi dello scrittore Vinicius de Moraes ha composto i motivi più belli di un genere soft, introverso, romantico, che addolciva e semplificava la samba, con venature jazz e cantautoriali. In questo triplo Cd si ascoltano dunque i capolavori di un sound raffinatissimo: Aguas do marco, Luiza, tre differenti versioni di Desafinado e ben quattro di Garota de Ipanema, più nota col titolo di Girl from Ipanema.

1959

Ray Charles, Genius + Soul = Jazz (WaxTime)

Ray Charles, soprannominato il genio, è protagonista della musica pop da oltre mezzo secolo: considerato da molti il paladino ad oltranza della musica afroamericana, ha però avuto una carriera altalenante con alti e bassi nella produzione artistica per via di troppe concessioni al pop commerciale. Tuttavia il personaggio nel suo complesso resta unico per capire la black music: cieco, nero, drogato in origine tra jazz e r’n’b, cantante, ma anche pianista, organista, sassofonista, ha creato un soul memorabile grazie ad una vocalità sporca, quasi rabbiosa, che offre risultati espressivi straordinari quando è ben controllata da una grande orchestra. Qui infatti the Genius è in azione all’hammond con una big band arrangiata sia da Quincy Jones sia da Ralph Burns.

1962

James Brown, Live at the Apollo (Polygram)

Anche questo per gli intenditori è uno degli album fondamentale della musica pop attuale, che non ha perso nulla della sua carica energetica a distanza di quarant’anni. Un album registrato dal vivo nel locale per antonomasia della musica nera ad Harlem, in cui il piccolo cantante dà libero sfogo al suo dinamismo sonoro, grazie ad un sound ballabile aggressivo, in cui avvertiamo chiaramente le influenze del jazz e del r’n’b. In bell’evidenza, nella band accompagnatrice, il sax di Maceo Parker. Ma è la voce di Brown ad urlare meravigliosamente Please Please Please e tanti altri brani di facile presa e di intenso feeling.

1967

Duke Ellington, Live in Italy (Jazz Up)

Il duca, ovvero Edward Ellington è ritenuto il primo artista consapevole nella storia culturale afroamericana: in effetti il pianista e caporchestra aveva idee chiare in proposito e mostro in diverse occasione di considerare il jazz come una forma classica in grado di sviluppare un discorso sonoro ben al di à di un’improvvisazione tematica. L’Ellington che però il mondo pop ricorda meglio non è quello per così dire sinfonico, bensì il big band leader che con strumentisti affiatatissimi e una felice scrittura di motivi orecchiabili seppe ricondurre il jazz alla popolarità, come mostra questa rentrée italiana, molto ben accolta in piena era beat.

1967

Van Morrison, Astrals Weeks (Warner Bros)

A tutt’oggi questo album è veramente un capolavoro assoluto, mai più eguagliato da questo pur importantissimo musicista che artisticamente nasce quale cantante dei Them (gruppo beat nordirlandese) per continuare con una personale rivisitazione del rhythm and blues in forma cantautoriale. Ma questo disco fa scuola a sé: due anziani jazzmen come Richard Davis (contrabbasso) e Connie Kay (batteria) lo accompagnano alla chitarra acustica in lunghe ballate dalla modernità sorprendente, anche grazie ad una voce potente (qui però rivolta ad un maggior lirismo): tra i brani, talvolta indirettamente jazzati, da ricordare al,meno The Way Young Lovers Do, Cyprus Avenue, Madame George e Slim Slow Rider.

1967

The Cream, Disraeli Gears (Polydor)

Il primo supergruppo nella storia del rock, formato da Eric Clapton alla chitarra, Jack Bruce alla voce e al basso elettrico, Ginger Baker alla batteria: tutti con esperienze r’n’b e poi beat alle spalle, esordiscono in epoca hippie, proponendo un rock strumentali, con larghi squarci solistici quasi d’ispirazione jazzistiche, anche se nelle strutture dei brani è presente una forte venatura blues e persino qualche anticipazione fusion. Dei cinque album ufficiali questo è il più noto e meglio riuscito, mentre fra il loro pezzi classici si annoverano I feel free, Spoonful, Badge, I’m so glad, Strange brew, Sunshine of your love.

1968

Janis Joplin, Cheap Thrills (Columbia)

Altra vittima tragica del mondo del rock: muore a soli ventisette anni per la dipendenza dall’alcool e dall’eroina, lascia un solo album ufficiale (Kozmic Blues) e un altro incompiuto (Pearl), più una serie di inediti stampati postumi. Questo invece è accreditato al gruppo folk-blues con il quale lei esordì al festival di Monterey, ovvero i Big Brother and the Holding Company. Èovviamente la cantante texana a emergere fino a rivelarsi come la più sofferta interprete bianca del blues nero, con pezzi diventati anche un successo immediato: Ball and Chain, Piece of my Heart, Summertine.

1968

Jimi Hendrix, Eletric Ladyland (Polydor)

Il chitarrista meticcio di Seattle è entrato nel mito a causa della morte per overdose a soli ventott’anni. Ma analizzata in una prospettiva storica la vicenda si carica di altri significati, ben più complessi sotto il profilo artistico e musicologo: Jimi Hendrix è stato il rock man che ha portato la chitarra elettrica a vertici di assoluta grandezza e di autentica originalità, come non era mai accaduto prima d’allora se non all’epoca dell’amplificazione dello strumento con il jazzman Charlie Christian. Hendrix in fondo trascende anche l’epoca hippie e psichedelica, dalla quale pure trae ispirazione. In questo album doppio con il trio britannico Experience (Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria) porta il solismo rock a vertici assoluti, con echi profondi fra jazz, blues, rumore, avanguardia. Gypsy Eyes, 1983 e la dylaniana All Along the Watchtower i pezzi forti.

1968

Charlie Palmieri, Latin Bugalu (Atlantic)

Benché la copertina (afro e hippy), il titolo (boogaloo è un ballo moderno) è la data (il Sessantotto!) facciano presagire una storica fusion tra due universi sonori, il disco del pianista newyorchese di origini portoricane resta latin Music, fra l’altro un ottimo esempio di come l’originario cubop, grazie a lui e alla sua orchestra, si stia trasformando nella eccitante salsa degli anni Settanta.

1968

The Staple Singers, Soul Folk In Action (Stax)

Questo gruppo vocale era molto amato dal pubblico bianco, giacché riusciva a intercettare i gusti di un pubblico giovanile interrazziale, attraverso un repertorio variegato (molte le cover di brani anche pop e rock) e uno stile musicale composito in grado di unire non solo il folk e il soul del titolo, ma anche il gospel, il jazz e il r’n’b in un sound originalissimo.

1969

Miles Davis, In a Silent Way (Columbia)

La svolta rock del grande trombettista jazz, che ininterrottamente dal dopoguerra fino alla sua morte nei primi anni Novanta ha più volte mutato il corso della cultura afroamericana. Dopo il bebop, il cool, il modale ecco quindi il rock-jazz, poi chiamato fusion, in cui Davis adotta una sezione amplificata, che offre una ritmica dura e martellante per lunghi assoli. Da dar man forte al leader una squadra di ottimi solisti, oltre ai partner abituali Wayne Shorter (sassofoni), Herbie Hanock (piano), Dave Holland (basso), Tony Williams (batteria) dalla chitarra di John McLaughlin alle tastiere di Chick Corea e Joe Zawinul. It’s About That Time, Shhh, Peaceful e la title track i brani migliori.

1969

Santana, Abraxas (Columbia)

Carlos Santana con un eccellente sestetto chiamato con il solo cognome ha fatto entrare la musica latina nel linguaggio rock, anticipando le diverse tendesse a coniugare le sonorità nord, centro e sud americane. Di origine messicana, Santana ha preferito mantenersi comunque vicino al nascente jazzrock, grazie al raffinato virtuosismo della chitarra elettrica di Carlos, che s’insinua tra il folto tappeto percussivo. Allora non si parlava di world music, ma Abraxas è già una concreta anticipazione: tra i brani Black Magic Woman, Oye como va, Samba pa ti, Se a cabo, Hope Your’re Feeling Better.

1970

The mothers of invention, Burnt Weeny Sandwich, (Bizzarre Records)

E’ stato l’unico musicista colto nella storia del rock, forse anche il solo degno di essere fregiato del titolo di compositore in una accezione erudito. Lo sguardo che ha sempre adottato verso la musica era quello di uno che conosceva a fondo diversi generi sonori, possedendo altresì l’intelligenza, la creatività e il distacco per giocare con essi o inserirli in un contesto da pop-art tanto ironica quanto sgangherata. Lo Zappa migliore, al di là delle indubbie qualità chitarristiche, è quello dei collages sovraccarichi e irriverenti, dove viene preso di mira ferocemente lo showbiz americano. In questo album poco noto, le citazioni vanno da Stravinsky al boogie-woogie, dal r’n’b al free jazz, persino in forma di suite.

1976

Joni Mitchell, Heijra (Asylum)

Cantante, autrice, chitarrista di origine canadese, ma orbitante nell’area californiana, si è imposta all’attenzione alla fine degli anni Sessanta appunto nel tipico stile west coast, che allora significava ballate acustiche spruzzate a loro volta di folk e di rock, con testi perlopiù intimiste, ma sempre ben curate sul piano estetico, talvolta con qualche accenno ai problemi sociali. Tutto questo è ben esemplificato in questo album posteriore alla grande ondata westcoastiane, dove la Mitchell si spinge verso atmosfere jazzistiche grazie all’accompagnamento di un’autentica jazz band con Pat Metheny, Michael Brecker, Steve Gadd e il geniale bassista Jaco Pastorius. Song for Sharon, Coyote, Refuge of the road le’ pietre preziose’.

1976

Paco de Lucia, Almoraima (Polygram)

E’ stato definito il più grande chitarrista flamenco, anche se in Spagna alcuni puristi hanno storto il naso di fronte alle sue frequenti concessioni verso altri generi come il jazz e il pop. Tuttavia i risultati di questi confronti appaiono spesso eccellenti sul piano virtuosistico, come nel celebre trio chitarristico fra lui e Al Di Meola (fusion) e John McLaughlin (rock-jazz). Per sentire l’autentico cante flamenco dobbiamo quindi rifarci ai dodici LP con lui e il vocalist Cameron de la Isla, mentre per un’idea dello stile ‘jazz’ di De Lucia, fra ispirazione gitana e istrionismo acustico questo è l’album di una svolta momentanea verso il jazz.

1976

Steve Wonder, Songs in the Key of Life (Motown)

Little Steve Wonder all’inizio era il classico prodigio: un bambino nero cieco che suonava l’armonica e canta stupendamente; negli anni Settanta ha rinnovato la black music, quasi trascendendo le pastoie del soul e del r’n’b con una sonorità che non rinnegava il passato afroamericano, bensì lo proiettava in un ampio contesto pop, nel quale rientravano a loro volta, sotto forma di canzoni stupende, gli echi profondi del funky, del jazz, del rock. Il capolavoro indiscusso a soli ventisei anni, dopo i pur grandissimi Talking book e Innervisions, è questo doppio album con ventun brani, tra i quali è doverosa una segnalazione almeno per Black man sir Duke, As, Love’s in need of love today, Isn’t she lovely, Knocks me on my feet, Contusion.

1987

Aretha Franklyn, One Lord, One Faith, One Baptism (Arista)

Viene quasi subito nominata the Queen of soul, la regina del soul, perché negli anni Sessanta è stata il pendant femminile sul piano della grinta, dell’energia, del blues feeling dei vari James Brown, Otis Redding, Joe Tex, Wilson Pickett. Dopo l’esordio con gli gospel nella chiesa del padre, ha intrapreso una carriera solistica che l’ha portata dal jazz al soul, con sporadici ritorni alla radici, da Amazing grace (1972) a questo album doppio, in cui Aretha risolva, attraverso spiritual assai noti, il calore e la grinta della cantante di inni religiosi, seguendo la genuina linea di intensità emotiva che appartiene alla ritualità scarsa afroamericana e che prima di lei un’altra grandissima cantante, Mahalia Jackson, aveva condotto alla perfezione.

1989

Astor Piazzolla & Gary Burton, The New Tango (WEA)

Piazzolla riporta in auge il tango al di fuori dell’Argentina (dove da sempre non è solo il ballo preferito, ma l’arte e la cultura nazionale per eccellenza) in una inedita prospettiva musicale, coniugandone alcuni aspetti tipici con nuove esigenze intellettuali: Piazzola è un ricercatore, un autore, un solista, un avanguardista, che del tango esalta il coté malinconico e struggente in strutture ardite sul piano compositivo. In questa registrazione dal vivo durante il festival di Montreux in sestetto il bandoneonista incontra il vibrafono jazz di Burton (più violino, pianoforte, chitara, contrabbasso) esplorando quasi tutte le possibilità di interazione fra il tango e le atmosfere cameristiche cool, con risultati entusiasmanti anche sul piano comunicativo.

1992

Cesaria Evora, Miss Perfumado (Lusafrica)

Si tratta del disco, completamente acustico, che ha fatto conoscere al mondo occidentale questa anziana interprete della morna, il genere popolare delle isole capoverdiane, che si trovano vicino all’Africa e che hanno subito la colonizzazione portoghese, dalla quale, a parte la lingua usata, gli abitanti del luogo si sono allontanati per creare in musica qualcosa di profondamente autoctono: il canto struggente, romantico, delizioso nell’accezione più completa di questi termini è un tutt’uno con questa musica sospesa tra influenze africane ed europee, con frequenti analogie nelle culture del Nord, del Centro e del Sud America.

1997

Ry Cooder, Buena Vista Social Club (World Circuit Records)

Il chitarrista losangeleno non è propriamente il titolare di questo disco, che andrebbe etichettato come Autori Vari, ma risulta sicuramente il grande artefice e il maestro di cerimonie, oltre che suonatore in tutte le session. A lui comunque si deve il merito di avere riscoperto gli ottuagenario musicisti della vecchia Avana, messi un po’ in disparte dal regime castrista che al loro son romantico preferiva indubbiamente la nueva trova politicizzata. Ma l’essenza musicale della vera Cuba è invece in questi ritmi vivaci e al contempo struggenti, al quale i vecchi studios Egrem rimarcano un acustica mitologica, quasi sospesa nel tempo. Compay Secundo, Ibrahim Ferrer e Ruben Gonzales tra i protagonisti: Chan Chan, La bayamesa, Anos, De camino a la vereda da commozione.

1997

Keith Jarrett, La Scala (ECM)

Per gli Italiani è diventato un album’ un disco di culto: appartiene a un pianista bianco che dagli anni Settanta gode della massima stima del pubblico giovanile, mentre la critica ortodossa nutre qualche riversa sul narcisistico eclettismo, che gli consente di passare da Bach a Shostakovic, dal trio jazz su celebri standard alle lunghe improvvisazione solistiche come questa dal vivo nel tempio della lIrica (unico concert jazz finora nel grandioso teatro milanese), dove alla tastiera inventando un sound per molti versi romantico e coinvolgente, senza rinnegare la ricerca sperimentale, ma adottando all’interno di quest’ultima diversi stilemi d’ispirazione classica, orientale e poppeggiante.

1998

Elvis Costello & Burt Bacharach, Painted from Memory (Mercury)

Un insolito connubio fra due personaggi che rappresentano, ognuno a modo loro, una fetta cospicua del pop moderno e contemporaneo: l’inglese Costello musicalmente nasce tra punk e pub rock, liberandosi abbastanza presto dalle etichette, riscoprendo la forma-canzone per approdare di recente a curiose sperimentazioni tra rock e musica da camera. L’americano Bacharach, arcinoto negli anni Sessanta, è l’ultimo dei grandi songwriter in ordine di tempo, forse il solo capace di scrivere ancora canzoni come quella d’una volta. I due si sono ritrovati in studio di registrazione e hanno deciso di fare in albnum nello Bacharach: operazione postmoderna o neolounge che dir si voglia, il disco comunque funziona grazie ai brani I still have that other girl, The sweetest punch, God give me strenght, My thief e la title track.

1999

Tom Waits, The Mule Variations (Anti/Epitaph)

Resta il più colto e bizzarro fra i cantautori americani: nelle sue canzoni sembra rivivere la pittura di Edward Hopper o la letteratura della beat generation, per quel senso di melanconia e struggimento fra notti insonni e bevute alcooliche. Da normale folksinger si è via via trasformato in antidivo unico nell’attuale panorama statunitense, accentuando sempre più la cavernosità della propria voce e spingendo fino agli estremi della forma-canzone, far connotazioni espressioniste e riferimenti espliciti al blues, al jazz, al musical. Questo album recente non fa che riprendere sedici pezzi del vecchio repertorio e ripresenarli scarnicati in dolente apprensione: Big in Japan, Pony, Black market baby, Filipino box string hog con Marc Ribot o John Hammond tra gli ospiti.

1999

Caetano Veloso, Omaggio a Federico e Giulietta

Registrato dal vivo al Teatro Nuovo di san Marino nell’ottobre 1997 da uno spettacolo commissionatogli dalla Fondazione Fellini è tra i migliori dischi del cantautore bahiano, che già negli anni Settanta col movimento del tropicalismo si era fatto conoscere al mondo intero. Anche alla prese con un repertorio lontano dalle atmosfere elettrizzanti della musica bahiana, riesce ad essere se stesso fino in fondo, regalandoci lirismo e passione tra voce e chitarra con una scelta di brani tratti dai film felliniani (Come tu mi vuoi, Luna rossa, Gelsomina, Let’s face the music and dance), di un classico della bossa nova (Chega de saudade) e ovviamente di sue composizioni (Giulietta Masina, Lua lua lua lua, Coracao vagabondo).

2003

Prince, N.E.W.S (NGP)

Negli anni Novanta ha deluso un po’ le attese dei fans e dei critici, dopo che il grande Miles Davis lo aveva indicato come il Duke Ellington del futuro; in realtà il cantante, ballerino, chitarrista, scenografo di Minneapolis (al secolo Roger Nelson) aveva avuto un successo travolgente negli anni Ottanta, grazie al fatto di saper rinnovare la black music, con una perfetta miscela di rock, soul, funk, gospel, jazz, psichedelia. Negli anni Duemila il ‘piccolo principe’ torna a sperimentare: con il ventiquattresimo studio album da N.E.W.S offre in quintetto (sassofoni, pianoforte, basso, batteria e lui a chitarre e tastiere) solo musica strumentale ascrivibile al fusion jazz con quattro tracce della durata di quattordici minuti ognuna.

L’orsetto di Fred che nulla sapeva della follia umana

Cover illustrato

I bambini, anche in tempo di guerra, non smettono di giocare. I bambini ebrei non hanno smesso di farlo durante il Secondo conflitto mondiale, hanno seguitato ancora mentre le bombe cadevano, mentre i padri fuggivano, le madri piangevano, le giacchette, pure quelle dei più piccoli, ricevevano sul petto la stella gialla. Non hanno cessato sotto il tiro della paura, rintanati in appartamenti di fortuna nei quali ogni colpo alla porta poteva significare la fine. L’universo ludico di quei bambini di tanti anni fa è un pezzo di storia che ognuno di noi dovrebbe conoscere. Così allo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah d’Israele, in occasione della mostra, ora permanente, intitolata No Child’s play, s’erano raccolti bambole, orsacchiotti e albi colorati, brandelli d’affetto e di storie d’amore vissute settant’anni fa tra quei bambini e il microcosmo di un’infanzia alla quale s’avvinghiarono con tutte le loro forze. “Non è importante con che cosa si gioca, ma è fondamentale come si gioca e quello che si pensa durante il gioco”, scriveva nelle Regole della vita il pedagogo Janusz Korczak, finito in quell’incubo chiamato Treblinka assieme ai bimbi dell’orfanotrofio del Ghetto di Varsavia; e proseguiva: “si può giocare con saggezza alle bambole, e infantilmente e scioccamente agli scacchi”. Il milione e mezzo di ebrei bambini uccisi nelle camere a gas, e gli altri che sono sopravvissuti appresero dai loro giochi la saggezza e, con essa, il senso di un amore leale e assoluto.sleeping.jpg

Oggi, il cuor tenero dello Yad Vashem è un orsetto di peluche appartenuto a Fred Lessing, ebreo olandese emigrato negli U.S.A. negli anni Ottanta. Adesso è uno psicologo, allora, nel 1940, era un bimbo, viveva a Delft e nulla sapeva della follia umana. Finché un giorno arrivò la guerra, il cielo mutò e prese il via la storia dell’Orsetto di Fred che finalmente leggiamo in un albo di Iris Argaman, con i disegni di Avi Ofer (trad. di Elena Lowenthal, Gallucci, pp. 45, euro 15): è il piccolo animale di pezza a raccontarla, a dirci di quei giorni fatali in cui l’unico posto bello era il breve palpito d’aria tra la bocca del suo piccolo e sensibile proprietario e l’orecchio dell’orsetto; lì, il bimbo, assediato dal luogo spaventoso in cui si stava trasformando il mondo, sfogava nostalgia e tristezza senza la paura di sbagliare. L’orsetto dormiva accanto al cuscino di Fred e sognava accanto ai suoi sogni, Fred lo difendeva dai crudeli denti dei cani nazisti – la mente va agli sbranatori di Uomini e no – e insieme spiavano arroccati quell’universo sonoro – Anna Frank o l’Harry Mulisch dell’Attentato ne sono maestri – ogni giorno più tetro: stoviglie mosse con mestizia, mobili trascinati, usci battuti e cassetti divelti per prendere in fretta le cose, passi sospetti, sirene che lanciano latrati “forte forte”. Il gioco, in un tal mondo, in una città ove gli uomini sono diventati animali e le bestie stesse sono nemiche dei bambini, diventa la base per la sopravvivenza. Nell’orsacchiotto, Fred trova l’affetto; nel suo volto, strappato dai denti dei cani e ricucito amorevolmente dalla mamma con un pezzo di stoffa e del filo rosso, il bambino rilegge inciso l’amore del genitore.

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Fred sopporta di perdere la propria identità, accetta di mentire, di non svelare agli sconosciuti il proprio nome e la propria razza; regge i distacchi, si adatta alle scelte estreme dettate da quei giorni infernali, ma non ammette di perdere il proprio orsetto, perché in quel gomitolo di pezza è scritto il suo modo di prendersi cura del mondo e degli altri mentre intorno si celebra la distruzione. La storia dell’orsetto, oggi considerato la Monna Lisa dello Yad Vashem, tant’è prezioso – quella che per noi è una storia, per Fred Lessing, scrive Iris Argaman, “era la sua vita” – è il racconto tremendo di quegli anni, è la storia dei bambini che ebbero paura di essere dimenticati, dei piccoli costretti a imparare le bugie e i segreti della vita quando invece la vita avrebbe dovuto essere per loro l’orizzonte ampio e senza ostacoli promesso dalla loro dolce statura.

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L’orsetto di Fred ci insegna che la memoria nasce dall’affetto, si nutre d’amore e può condurre la sua immortale esistenza nel sorriso sghembo e nella pelliccia lisa e rattoppata di un orsetto di pezza.

Articolo apparso per la prima volta su l’Unità, il 25 gennaio 2017

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